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Il Policlinico San Marco coinvolto in uno studio che cambia il trattamento dell’infarto

Lo studio ha permesso di valorizzare l’eccellenza della ricerca italiana a livello mondiale e di ridefinire nuovi standard di trattamento e prognostici della forma più frequente d’infarto

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Il Policlinico San Marco è stato tra i centri di emodinamica selezionati in tutta Italia dal GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) per partecipare a DUBIUS, studio multicentrico tutto italiano i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sul Journal of American College of Cardiology, una delle due riviste più autorevoli a livello mondiale in campo cardiologico.

Lo studio, i cui risultati sono stati presentati all’ESC – European Society of Cardiology, riveste un grande valore scientifico e clinico perché ha permesso da un lato di valorizzare l’eccellenza della ricerca italiana a livello mondiale, dall’altro di ridefinire nuovi standard di trattamento e prognostici della forma più frequente d’infarto, quella in cui l’arteria non è completamente ostruita (NSTEMI), che interessa circa 80.000 italiani ogni anno.

Spontaneo e indipendente, DUBIUS è iniziato nel 2015 e ha coinvolto inizialmente 2.500 pazienti, è stato valutato e autorizzato da AIFA, patrocinato e finanziato dal GISE e condotto, sotto la guida di Giuseppe Tarantini (Direttore Cardiologia Interventistica | Università di Padova) e di Giuseppe Musumeci (Direttore Cardiologia, Ospedale Mauriziano di Torino), in 30 centri d’eccellenza, distribuiti in tutta Italia.

“Con questo studio volevamo individuare la strategia di trattamento farmacologico più efficace e sicura nelle fasi che precedono la coronarografia, l’angioplastica coronarica e il bypass aorto-coronarico” spiega il dottor Tarantini Presidente del GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) e Investigatore principale. “Era necessario valutare in modo rigoroso le implicazioni cliniche dell’approccio farmacologico più comunemente utilizzato, il cosiddetto pretrattamento che viene applicato a tutti i pazienti fin dal primo sospetto diagnostico di infarto. Il DUBIUS lo ha confrontato con una strategia selettiva, basata sulla somministrazione di un antiaggregante solo dopo la certezza della diagnosi ottenuta dalla coronarografia”.

“È ormai assodata la maggiore efficacia della duplice antiaggregazione (aspirina + inibitore del recettore piastrinico P2Y12) nel trattamento dei pazienti con sindrome coronarica acuta e infarto. Non ben definito risultava invece quale fosse il momento in cui è preferibile la somministrazione del secondo antiaggregante, sebbene sia opinione comune che il pretrattamento dia risultati migliori” osserva la dottoressa Nicoletta De Cesare, responsabile dell’unità di cardiologia ed emodinamica del Policlinico San Marco. “Lo studio DUBIUS ha dimostrato al contrario che non esistono differenze significative fra il trattamento prima della procedura invasiva di coronarografia o dopo, almeno quando l’intervallo di tempo fra la diagnosi di infarto e la coronarografia è inferiore alle 24 ore, come si è verificato nella maggior parte dei pazienti arruolati nello studio”.

Una strategia invasiva entro le 24 ore dall’infarto quindi, secondo quanto emerge dallo studio, incide sui risultati più di quanto faccia la tempistica della terapia farmacologica.

“L’attuale pratica clinica italiana effettuata entro 24 ore dall’infarto STEMI ed eseguita da accesso radiale ha garantito eccellenti risultati in entrambi i gruppi di studio in cui sono stati suddivisi i pazienti, che hanno reso di fatto superfluo un ulteriore confronto tra le due strategie di trattamento farmacologico antiaggregante, nessuna delle quali può essere raccomandata come approccio routinario” osserva il co-Investigatore principale Giuseppe Musumeci. “Piuttosto, vi deve essere un percorso personalizzato che individui la migliore strategia per il singolo paziente. Con i risultati del DUBIUS potremo evitare a circa 80.000 pazienti l’anno una somministrazione a tappeto di potenti antiaggreganti prima della coronarografia, con una riduzione di potenziali effetti collaterali e notevoli ricadute sull’appropriatezza delle cure”.

“Al di là del risultato “tecnico” dello studio, per quanto molto importante per le sue ricadute positive nella pratica clinica, vi sono altri dati di interesse più generale che vale la pena sottolineare” osserva la dottoressa De Cesare. “Innanzitutto il fatto che nel 75% dei casi NSTEMI nei centri Italiani venga sottoposto a coronarografia entro le 24 ore denota l’efficienza e la buona pratica clinica delle nostre emodinamiche. Inoltre il numero di eventi avversi (3%) è estremamente basso rispetto a quanto solitamente riportato in studi con popolazione analoghe (7-8%). Questo significa che – sebbene i confronti indiretti fra studi diversi siano sempre da prendere con cautela – non solo nei Laboratori italiani di Emodinamica si è raggiunto un ottimo livello di efficienza, ma che questo si traduce in risultati che certamente non sono assolutamente inferiori a quelli riportai negli studi internazionali, anzi. In altre parole possiamo dire che sull’infarto l’Italia è best in class. Il fatto poi che il Policlinico San Marco sia stato uno dei 30 centri selezionati per partecipare a questo studio, peraltro con un contributo significativo e una partecipazione particolarmente attiva, è sicuramente motivo di grande soddisfazione per tutta la nostra equipe e uno stimolo a continuare a fare ricerca con la stessa passione e determinazione messa finora. Infine un immenso grazie va ai pazienti che accettano di partecipare agli studi clinici, che vengono loro proposti. In medicina i progressi sono fatti a piccoli passi, ciascuno dei quali si basa sui risultati di più studi clinici. Se i pazienti non vi partecipassero, gli studi clinici non potrebbero essere condotti a termine, rendendo pressochè impossibile ogni progresso in ambito medico. Nello stesso tempo i pazienti inseriti in questi studi sono sempre sottoposti a periodici e stretti controlli clinici a vantaggio di entrambe le parti”.

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