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Dedizione e obiettivi ben definiti, Josef Mossali, il primo giovane talento del Pianistico

Quello di mercoledì 30 settembre, alla Sala Piatti di Città Alta, non è un debutto. Già nel 2018 Josef ha partecipato al Festival pianistico, ottenendo il premio “Giovane talento musicale dell’anno”.

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Lavorare sodo, avere degli obiettivi ben definiti, mettere tutta l’anima e l’impegno possibili nello studio quotidiano. A dispetto della sua giovane età, Josef Mossali, pianista diciannovenne del Conservatorio di Bergamo, è mosso da una maturità e senso di disciplina che gli fanno onore. “Le difficoltà fanno parte della vita, e io ne ho avute – spiega Josef – Penso che lavorare sodo, e darsi degli obiettivi possa aiutare a superare le difficoltà, anche se a volte il futuro non è sempre chiaro”.

Il primo incontro con la musica è stato a quattro anni e mezzo, da quel momento è iniziato tutto. Una strada di certo non in discesa, come quella di tutti coloro che vogliono fare il mestiere del musicista. Ma passo dopo passo, gli sforzi hanno prodotto i loro frutti: il giovane pianista aprirà la serie di concerti del Festival Pianistico di Brescia e Bergamo 2020 dedicati ai Talenti del conservatorio.

Quello di mercoledì 30 settembre, alla Sala Piatti di Città Alta, non è certo un debutto. Già nel 2018 Josef ha partecipato al Festival pianistico, ottenendo il premio “Giovane talento musicale dell’anno”. Sempre per il festival, nel 2019 ha suonato sotto la direzione del Maestro Fabrizio Maria Carminati al Teatro Sociale di Bergamo con l’orchestra del Conservatorio “Gaetano Donizetti”. Attualmente è uno dei dieci semifinalisti del Premio Internazionale Antonio Mormone indetto dalla Società dei Concerti di Milano.

Ricordi la prima volta che hai toccato il pianoforte? Cosa ti colpì?

In realtà non ho un ricordo ben preciso di quando ho toccato per la prima volta il pianoforte, ma ricordo invece di ciò che mi ha aiutato ad approcciarmi a questo strumento. Un giorno di fine estate io e la mia famiglia andammo a Bergamo. Passeggiando in città alta, tra il fiabesco e le tradizioni di altre epoche che si respiravano tra le vie, arrivammo ad un certo punto vicini alla sede storica del conservatorio di Bergamo, e lì iniziammo a sentire la musica proveniente dall’edificio. Tutto ciò è stato sufficiente per generare in me un immenso e quasi irrefrenabile desiderio di partecipare in qualche modo a quella musica. All’epoca avevo circa quattro anni e mezzo, e naturalmente il ricordo che ho è abbastanza sfocato, ma forse anche per questo nella mia mente ha contribuito ad ampliare le suggestioni di quei momenti, che custodisco ancora oggi con molto affetto. Da quella volta, dentro me aveva iniziato ad abitare il desiderio di studiare musica. Così ho iniziato lo studio del pianoforte seguito prima dalla professoressa Pagani e poi da Massimiliano Motterle, che è tutt’ora adesso il mio maestro.

Raccontaci del tuo percorso: quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?

All’età di nove anni entrai in conservatorio, a Bergamo, in quel periodo sotto la guida del Maestro Marco Giovanetti. Da lì, anno dopo anno, e nota dopo nota, in realtà mi sono trovato a camminare su questa strada, in modo quasi inconsapevole. Oggi come oggi sono aggrappato a questo percorso; guardandomi indietro mi rendo conto che giovani come me hanno intrapreso un percorso con una mole di lavoro grandissima, mentre guardandomi avanti mi attende una strada ancora lunga da dover percorrere, soprattutto considerando che in ambito nazionale ed internazionale globalizzazione, social media e l’era di internet hanno messo in contatto giovani di grande talento con cui ci si deve confrontare quotidianamente. Il quando e il perché si fanno fatica a definire, ma l’entusiasmo e il sentimento che mi pervadono quando suono mi hanno portato a pensare che questa sia la mia strada.

Hai mai avuto momenti di difficoltà?

Penso che le difficoltà facciano parte della vita. Ne ho incontrate parecchie; a volte si hanno aspettative che non arrivano, ed altre volte invece arrivi inaspettati. Penso che oggi lavorare sodo, perseverare e darsi degli obiettivi possa aiutare a superare le difficoltà anche se per noi giovani vedo un futuro non molto chiaro e leggermente ambiguo.

Al concerto del 30 settembre suonerai, tra gli altri brani composti da Beethoven e Schubert, a cui è dedicato il Festival. Cosa hai imparato dallo studio delle loro opere?

Sicuramente osservando e vivendo la maestosità delle opere di Beethoven e conoscendo le difficoltà che la vita gli ha imposto, si può percepire nella sua musica lo spasmodico desiderio di andare costantemente oltre il limite umano, e nel suo caso si tratta non solo di un limite conoscitivo, ma anche un limite fisico e sociale, concetto che ancora oggi è di grande attualità. Per quanto riguarda Schubert, osservando la fine costruzione dell’architettura delle sue opere nella ricerca della più genuina espressione dei sentimenti umani, e considerando l’infinità delle bellissime opere scritte nella sua breve vita, posso asserire che questi due colossi della musica hanno prodotto brani nei quali nonostante la distanza temporale, l’uomo di oggi riesce sorprendentemente a rispecchiarsi.

La tua partecipazione a questa edizione del Festival Pianistico è sicuramente una grande occasione. Cosa sogni per il futuro?

Penso che, come per ognuno di noi, sognare un futuro roseo e brillante sia legittimo, ma sogno e realtà a volte non collimano. Preferisco pensare in questo momento a dare il meglio che posso, a lavorare sodo e restare il più possibile a contatto con la realtà, vivendo nelle mie possibilità il più serenamente. Con questo non intendo dire che non ho sogni, ma li sento così profondi che me li conservo gelosamente.

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