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Si discute di Smart working, ma si affronta un nuovo modo di vivere video

Interessante e vivace scambio di opinioni al consiglio della Camera di commercio dedicato a questa nuova modalità di lavoro "obbligata" dalla pandemia: tante le domande sui diritti, obiettivi, orari...

“Stiamo definendo un nuovo modo di vivere non solo di lavorare”.

Smart Working

È di Roberto Vavassori, direttore sviluppo e marketing di Brembo, la migliore sintesi del vivace consiglio della Camera di commercio di Bergamo sullo Smart working. Il primo, tematico e aperto a tutti (quasi un centinaio gli utenti collegati online), voluto dal presidente Carlo Mazzoleni per affrontare un argomento che interessa tutti: lavoratori e imprese – i diretti interessati –, ricercatori e studiosi chiamati a ridisegnare norme e società, e la politica, cui spetta l’onere della decisione.

Ed è proprio questo il punto: si tratta di decidere che tipo di società si vuole costruire, quali tempi, spazi e luoghi dedicare al lavoro, alla vita privata e alle relazioni sociali. Ridefinire cosa s’intende per lavoro, cosa siamo disponibili a scambiare – tempo, competenze, professionalità – a fronte di denaro sia esso corrisposto come salario, stipendio o compenso in fattura. Perché un conto è affrontare l’emergenza, che per far marciare la quotidianità porta a semplificare procedure, processi e organizzazioni; un altro conto è ridisegnare il “dopo”, l’attività fisiologica della vita e del lavoro.

La legge 81 del 2017 quella che ha introdotto lo Smart working come l’abbiamo conosciuto post pandemia da Covid-19 (che, va ribadito, il più delle volte è stato solo lavoro da remoto e non libero e autonomo nei tempi, modi e luoghi) non ha introdotto una nuova tipologia contrattuale, ma una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato”. In questa piega s’infila il diavolo per Michele Tiraboschi, professore di Diritto del lavoro e direttore del Centro studi internazionali e comparati Deal dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Secondo il professore, allievo di Marco Biagi – il giuslavorista assassinato dalle Brigate rosse che ha pagato con la vita l’introduzione di una maggior flessibilità nel mercato del lavoro – se si lavora oltre un certo grado di autonomia, libertà di tempi, orari e luoghi, per obiettivi e progetti, non si è più lavoratori dipendenti ovvero subordinati ma autonomi. Questo è il punto. Stando al diritto del lavoro attualmente vigente, il lavoro dipendente lo è per definizione dal datore di lavoro, che lo modula sul piano dell’esecuzione all’organizzazione aziendale espressione, quest’ultima, del diritto alla prestazione che l’imprenditore acquisisce con questo tipo di contratto. In sintesi, il datore compra una prestazione professionale resa in un tempo, spazio e modalità organizzative ben – e da esso – determinate.

Quindi, quello allo Smart working non potrebbe (condizionale d’obbligo viste le recenti sentenze che si esprimono in modo opposto, prima fra tutte quella del Tribunale di Grosseto del 23 aprile 2020, n.502) essere un diritto soggettivo del lavoratore ma necessariamente un accordo tra le parti. Così la pensa anche Carlo Mazzoleni che oltre ad essere il presidente della Camera di commercio è anche un capitano d’impresa e che le imprese bergamasche le conosce molto bene avendo guidato la locale Confindustria fino al 2013.

L’orientamento degli imprenditori non lascia troppi dubbi. Si è di fronte ad una rivoluzione, una “sfida culturale” come l’ha definita Mazzoleni. Il lavoro come lo abbiamo conosciuto nel 1900, post rivoluzione industriale, è cambiato e la pandemia non ha fatto altro che accelerare alcuni processi, già in atto da quando l’Internet delle cose (IoT) ha iniziato a tenerci connessi 24 ore su 24 spostando la postazione di lavoro nel nostro taschino.

Cosa succederà dopo il 15 ottobre? Se lo stato d’emergenza sarà prorogato, come sembra, si avrà altro tempo disponibile per continuare a sperimentare il Lavoro agile e decidere – magari con un coinvolgimento senza precedenti di tutte le parti in causa, sindacati compresi – anche di mettere mano alla legislazione. In fondo, Il diritto del lavoro si evolve e con esso, prima di esso – considerando che il diritto rappresenta l’evoluzione della società – le nostre vite.

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