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Il tempo, forse, non vola: come il lockdown ci ha creato una maggior consapevolezza sul tema

Cos’è davvero il tempo? Tutto o niente. Il tempo potrebbe essere tutto, o meglio, in tutto; lo si può trovare in ogni cosa, tuttavia non ci è possibile vederlo. Si tratta di un agente invisibile, che ha conseguenze ma non ha cause visibili. Allora il tempo potrebbe essere niente

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“Il tempo vola”, “aspetta un attimo”, “solo un secondo” sono solo alcune delle innumerevoli espressioni, quotidianamente utilizzate nella nostra lingua, che fanno riferimento a un elemento tanto conosciuto quanto ignoto: il tempo.

In quanto studenti, usufruiamo in molteplici occasioni dell’espressione “non ho avuto tempo”.

Nel testo saggistico proposto da Gianrico Carofiglio, pubblicato sul quotidiano “Repubblica” il 27 maggio di quest’anno, si analizza questo aspetto della nostra vita cominciando dal principio, chiedendosi se il tempo effettivamente sia un ente reale o solamente una percezione della mente umana, una necessità dell’uomo in quanto tale. Gli interrogativi riguardanti il tempo, infatti, sono sempre stati una colonna portante del pensiero filosofico occidentale, tant’è che i primi filosofi si sono manifestati come ricercatori dell’origine, dell’archè , ovvero il principio o sostanza originaria delle “cose”. La prima domanda a cui cercavano di rispondere era “quando?”, perché, una volta determinato il momento cronologico esatto, potessero cercare di intuire anche quale sostanza avesse dato origine alla realtà che conosciamo. Secoli dopo continuiamo a conservare lo stesso tipo di ragionamento. Questo perché quegli stessi interrogativi hanno gettato le basi del pensiero moderno e, nello sviluppo della lingua (in quanto riflesso della civiltà in cui si evolve) sono stati introdotti numerosi proverbi e modi di dire relativi proprio a questa tematica, ad indicare l’importanza conferitale.

Nel testo di Gianrico Carofiglio viene evidenziato quanto il modo di percepire il tempo non sia sempre lo stesso, apportando esempi riguardanti la visione che diverse culture gli conferiscono. È caratteristico del pensiero occidentale accostare al tempo l’immagine di una linea retta, che prosegue all’infinito, senza inizio e senza fine. Analogamente, lo si paragona allo scorrere di un fiume. Ancora diverso è il concetto impartito da quasi tutte le discipline di yoga e meditazione, le quali prevedono la concentrazione dell’esistenza in una frazione temporale denominata “qui e ora”, situata unicamente nel presente (che spesso si dimentica di valorizzare, preoccupandosi unicamente del passato o del futuro). Alcuni popoli, come per esempio i pellerossa Hopi, attribuiscono al passato una coesistenza col presente.

Generico settembre 2020

La loro concezione di tempo, dunque, è completamente differente. Tuttavia, questi punti di vista hanno una caratteristica in comune: sebbene, inizialmente, sembri che essi descrivano la natura del tempo, ci accorgiamo che è nessuno di questi modi di percepirlo corrisponde, in realtà, a una descrizione. “Non abbiamo parole per descrivere il tempo, per parlarne, per pensarlo, che non siano riferimenti analogici ad altre entità” sono le parole di George Lakoff e Mark Johnson, i due linguisti che, anni fa, proposero, come esperimento, il tentativo di descrivere il tempo senza utilizzare metafore. Radicato nella nostra mentalità da tempo immemore abita il concetto secondo il quale il tempo sia inafferrabile: “Tempus Fugit”. L’esperimento presentato dimostra come sia impossibile definire questa entità senza l’utilizzo di metafore, conferendole, quindi, un’ulteriore caratteristica: si tratta di un ente non solo inafferrabile, ma anche indefinibile.

Allora cos’è davvero il tempo? Tutto o niente.

Il tempo potrebbe essere tutto, o meglio, in tutto; lo si può, infatti, trovare in ogni cosa, dal momento che possiamo vederne l’effetto: l’influenza che ha sui materiali (deterioramento). Tuttavia non ci è possibile vederlo. Si tratta di un agente invisibile, che ha conseguenze ma non ha cause visibili. Allora il tempo potrebbe essere niente. Perché è vero che scorre in modo analogo a quello di un fiume, ma al contempo è risaputo che esprimere il “tempo” come un fiume sarebbe improprio e inadeguato, insufficiente a definirne la vera natura. Si potrebbe cercare un’unità che lo definisca, che lo “fermi”, ma ciò che ora è presente, quando si arriverà al termine di questa frase, sarà già passato. Persino i matematici (molto più pratici e concreti dei filosofi) hanno tentato di dare una definizione di ciò che potrebbe essere, sotto forma di unità di misura. Ma nemmeno il tentativo di misurare il tempo in secondi ha avuto come risultato una definizione appropriata, dal momento che anch’essi sono scomponibili, a loro volta, in unità di tempo sempre minori; e, anche la più piccola unità, sarà sempre divisibile in altre, ancora minori. Dunque, se il tempo è costituito da piccole parti infinitamente scomponibili, quanto dura effettivamente un secondo? Possiamo trovare la risposta, matematicamente, come la durata di 9 192 631 770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio.

Generico settembre 2020

Allo stesso modo, a una risposta è giunto Zenone, con il celebre paradosso di Achille e la Tartaruga, secondo cui il tempo, come lo spazio, sia tanto divisibile da essere esprimibile come un valore infinito; da non avere, di conseguenza, nessun valore. Naturalmente queste teorie, nonostante siano concettualmente poste agli antipodi, non sono le uniche. Possiamo, infatti, affermare che da sempre si sia cercato di definire il tempo nel modo più razionale possibile. Nonostante ciò, ogni plausibile definizione, si è rivelata imprecisa e inadeguata. Tutto ciò porta a pensare che il tempo sia, forse, un’entità relativa. Uno dei principali modi di dire che quotidianamente viene utilizzato è “solo un secondo” ma quanto è relativo un secondo, se può essere scomposto in decimi, centesimi, persino millesimi? Se lo si guarda sotto questo punto di vista, un secondo diventa un’eternità. Le riflessioni del giornalista sono, non casualmente, scaturite durante un periodo in cui la nostra percezione del tempo è stata completamente distorta.

Qualche mese di quarantena ha reso relativa anche quella che, banalmente, ci è sempre sembrata una sicurezza: la durata di una giornata. Giorno dopo giorno, le ore non erano più scandite dagli orologi, al contrario, la routine ruotava attorno al workout mattutino, al pranzo, al tè pomeridiano, all’annuncio di un nuovo decreto, oppure all’inizio di una video lezione, a seconda delle abitudini individuali. Spesse volte il tempo pareva essersi fermato, altre, al contrario, non ci si accorgeva dello scorrere delle ore. È stato, quindi, inevitabile notare quanto il nostro modo di vivere, scandito da orari, avesse subito un cambiamento così improvviso da rendere relativa persino la durata di un minuto.

Circa un secolo fa, Henri Bergson scrisse «Un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi», concetto che, solo ora, ci sembra forse più comprensibile. Tale idea fu di ispirazione anche allo scrittore Marcel Proust, nel suo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”. Nonostante sia stato pubblicato tra il 1913 e il 1917, i concetti presentati costituiscono tutt’oggi delle fonti di riflessione, proprio come l’articolo di Carofiglio. Dopo aver letto questo saggio, in conclusione, non solo utilizzerete l’espressione “non ho avuto tempo” con maggior consapevolezza, ma vi porrete, inoltre, un grande interrogativo: “il tempo si può effettivamente avere?”.

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