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Filippo Gorini, il pianista “coraggioso” torna a Bergamo nel segno di Schubert

Il giovane e talentuoso musicista, ospite dell’edizione speciale del Festival Pianistico di Bergamo a Brescia, tornerà ad esibirsi sul palco del Sociale a Bergamo sabato 26 settembre

16 gennaio 2016, Teatro Sociale di Bergamo. Un ragazzo, studente di pianoforte poco più che ventenne, esegue “L’imperatore di Beethoven” – uno dei più celebri del compositore tedesco – accompagnato dall’orchestra del Conservatorio di Bergamo. Appena vincitore del prestigioso Concorso Beethoven di Bonn, quel ragazzo era già un musicista a tutti gli effetti. Da quel gennaio 2016 sono susseguiti tanti, tantissimi altri concerti e Filippo Gorini, ora venticinquenne, è un concertista affermato sulla scena internazionale. Il giovane e talentuoso pianista, ospite dell’edizione speciale del Festival Pianistico di Bergamo a Brescia, tornerà ad esibirsi sul palco del Sociale a Bergamo sabato 26 settembre. È tutto iniziato con Beethoven, che non lo ha mai lasciato. Nel 2017 ha pubblicato il suo disco d’esordio, una registrazione delle Diabelli Variations, accolte con grande interesse dalla critica. Il “The Guardian” lo ha definito “giovane pianista coraggioso”.

Nei due mesi prima del Lockdown si è esibito in Germania, Inghilterra, Lichtenstein, Italia, Libano e in Texas, a cui sarebbero dovuti seguire dei concerti in Thailandia e una tournée estiva negli USA. La lontananza dai palchi è stata per lui una vera “ferita”. Ora torna dal vivo nella sua Bergamo, sul palco del Sociale porterà Allegretto in do minore D915 e la Sonata in sol maggiore “Fantasy” D894 di Schubert, l’unico “in grado di toccare l’anima nel profondo delle persone”.

Il 16 gennaio 2016, Teatro Sociale. Cosa ricorda di questa data?

“L’imperatore” di Beethoven. Un bellissimo momento. A dicembre del 2015 vinsi il concorso Beethoven, fu la prima volta in cui sentii di avere una possibilità di carriera come concertista. Bergamo e il conservatorio sono stati la mia culla musicale. In quella occasione sono stato ripresento alla città con un concerto importante, una musica stupenda. È stata una data significativa: ho suonato con i compagni del conservatorio, gli stessi con cui ero cresciuto negli ultimi anni, diretti dal maestro Frattini, nostro professore.

A quel concerto ne sono seguiti tanti altri, in giro per il mondo. Il 26 tornerà al Sociale ancora una volta nel segno di Beethoven. Questo compositore continua a segnare il suo percorso.

Si, possiamo dire che la mia carriera sia cominciata con il concorso Beethoven. Il centro della mia attività negli ultimi cinque anni è stato l’interpretazione delle opere pianistiche di questo grande musicista. In lui ho convogliato molte delle mie attenzioni, insieme ad altri autori che sento vicini, i grandi compositori del Settecento-Ottocento tedesco. Parlo di Schubert, Schumann, Brahms e di Bach, su cui ho dato vita a un progetto sviluppato durante la quarantena. Questi compositori si sono influenzati a vicenda, hanno dei tratti simili nel modo di pensare la musica molto vicini, che è simile al mio.

Ad esempio?

È una musica rigorosa, dalla scrittura sobria, che punta non tanto a mettere in mostra virtuosismi o un’abilità, a colpire, quanto invece a esprimere qualcosa di molto profondo e sentito. Muove l’animo in un modo molto, molto sincero. E poi ci sono caratteristiche nella scrittura musicale, nell’armonia e nel contrappunto che li unisce. La grande tradizione della musica tedesca, a partire da Bach, ha un certo cuore. Questo mi ha sempre affascinato.

Quest’estate è finalmente tornato a esibirsi dal vivo dopo lo stop dovuto alla pandemia. Cosa ha provato?

Mi sono preso i mesi di quarantena per studiare e preparare i progetti futuri in modo concentrato e senza perdermi d’animo, ma, devo ammetterlo, quattro mesi senza condividere la musica con il pubblico sono stati una ferita. A Ravenna, il 2 luglio, sono tornato a suonare per gli altri, eseguendo due delle opere che amo di più. Avevo una gran voglia di suonare, e l’ho fatto con tutta la forza che avevo nel cuore. Questa serata per me ha significato molto. La musica ha ora bisogno di essere ascoltata dal vivo. In questi mesi abbiamo sicuramente avuto la prova del valore dei nuovi mezzi tecnologici, grazie ai quali la musica è sempre a portata di mano. Ma il grado di empatia e commozione che si può raggiungere quando si vive il concerto è qualcosa di diverso, di unico. Ora che possiamo ascoltare nuovamente la musica dal vivo, approfittiamone per andare a teatro, ovviamente rispettando le norme di sicurezza.

Ora tornerà a Bergamo ospite del Festival, non sarà una data come le altre.

Bergamo è stata la città in cui ho imparato a suonare nel vero senso della parola, seguito dalla mia insegnante, Maria Grazia Bellocchio, e con la compagnia dei miei amici. Con questa città non posso non avere un legame profondo. Non avrei mai voluto vederla così sofferente nei mesi scorsi o sapere della malattia di cari e professori del conservatorio. Suonerò a Bergamo con la voglia di donare un conforto, un momento di bellezza. In questo senso, sono convinto che la musica di Schubert, che eseguirò al Sociale, sia perfetta.

Perché proprio Schubert?

Schubert è stato una figura dalla vita tragica. Un uomo fragile, morto giovanissimo, non riconosciuto per la sua grandezza in vita – anzi, ancora nel Novecento le sue sonate non erano pienamente comprese. Eppure, fu un compositore capace, quasi più di ogni altro, di esprimere con la sua musica qualcosa di grande. Quando suono le opere di Schubert ho sempre la sensazione di trovarmi su un crinale tra questo mondo e quello successivo, dove è un attimo fare un passo ed essere immersi in un mistero insondabile. Dietro un’apparente classicità, dietro grande bellezza e dolcezza, c’è sempre la percezione di questo ignoto. Si usa l’espressione “lacrima con il sorriso” quando si riferisce alle sue opere, perché in lui convive sempre il binomio tra la dolcezza e il mistero. Dopo il periodo che abbiamo vissuto, questa è la musica che riesce a raggiunger l’anima delle persone a un livello molto profondo.

Prima ha menzionato un progetto su Bach sviluppato durante il lockdown. Vuole parlarcene?

A febbraio ho ricevuto un premio, Borletti Buitoni Trust Award 2020 , con cui mi è stato dato a disposizione un certo budget per la realizzazione di progetti artistici di mia scelta. Così ho deciso di preparare un progetto su “L’arte della Fuga”, l’ultima composizione incompiuta di Bach, che ho iniziato a studiare al clavicembalo proprio a Bergamo con Sergio Vartolo. Non l’ho mai abbandonata, è estremamente poetica e commovente, ma anche estremamente complesso. Nel periodo di quarantena mi ci sono dedicato a pieno, leggendo anche articoli e monografie di analisi. Il mio obiettivo è di avvicinare le persone, anche quelle meno esperte di musica, a quest’opera, che ho registrato in questi giorni a Berlino e di cui realizzerò anche una versione video negli spazi di Hangar Bicocca. Nella stagione 2021-2022 porterò in giro “L’arte della Fuga” nei teatri, la eseguirò e la racconterò. Parte fondamentale di questo progetto è poi un documentario in cui dialogherò con compositori, musicisti, intellettuali, ognuno dei quali nel proprio lavoro è stato influenzato dalla musica di Bach. Attraverso le loro testimonianze entreremo nella poetica dell’ultimo Bach

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