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“Costretti a cambiare casa perché gay”: Bergamo, storie di ordinaria omofobia

“La lotta all'odio parta dalla scuola", commenta Marco Arlati (Arcigay Bergamo Cives)

Una coppia di giovani ragazzi gay bergamaschi, alle prese con gli insulti e le intimidazioni dei vicini. Così frequenti da convincerli a lasciare l’appartamento in cui vivevano per trasferirsi altrove, nell’indifferenza dei condomini. O ancora una ragazza, cameriera in un bar di Bergamo, insultata dal proprio datore di lavoro perché lesbica. Per paura di perdere l’impiego, non si è mai ribellata. Fino a quando, non potendone più, si è decisa a cambiare aria.

Storie di ordinaria omofobia raccontate da Marco Arlati, presidente di Arcigay Bergamo Cives e componente di segreteria nazionale Arcigay. “Queste segnalazioni non si trasformano quasi mai in denunce – spiega – anche perché non essendoci una Legge ad hoc è difficile dimostrare atti di omofobia”. E raramente i diretti interessati si rivolgono ai giornali: “Per il timore di ritorsioni o gesti di emulazione”, dice Arlati.

Casi di discriminazione anche gravi, inghiottiti dal silenzio. Tant’è che abbiamo provato a contattare i protagonisti di queste storie per approfondirle, ma preferiscono non esporsi.

L’ultimo report nazionale di Arcigay sull’omotransfobia mette in luce 138 episodi, basati esclusivamente su articoli di stampa. Numeri sottostimati, che rappresentano solo la punta dell’iceberg. Vicende che hanno soprattutto a che fare con aggressioni (32), discriminazioni o insulti in luoghi pubblici (31). Non rientrano per esempio nel report – ma fanno parte della categoria – quelli segnalati all’Arcigay Bergamo da un infermiere della Bassa, ricoperto di insulti omofobi da un paziente durante un controllo in ospedale.

Il report include anche adescamenti a scopo di rapina, ricatti o estorsioni (13). Compreso quello che lo scorso settembre ha portato all’arresto di un 21enne marocchino a Treviolo: adescava le vittime su un sito di incontri gay per poi estorcere denaro ai malcapitati, minacciandoli con un coltello e colpendoli con calci e pugni in caso di rifiuto.

Nella foto Marco Arlati, presidente Arcigay Bergamo
Marco Arlati

Ci sono poi gli episodi di violenze familiari (9). “Durante il lockdown tre ragazzi bergamaschi si sono rivolti a noi chiedendo aiuto – fa sapere Arlati -. Giovani la cui omosessualità non è stata accettata in famiglia, situazioni che la convivenza obbligata non ha fatto altro che accentuare ed esasperare”. Una violenza, se non fisica, senz’altro psicologica.

È dei giorni scorsi, inoltre, la notizia della morte di Maria Paola Gaglione a Caivano (Napoli): lei, 20 anni, viaggiava in scooter insieme al compagno Ciro Migliore, un uomo transgender. Sull’altro motorino c’era il fratello di Maria Paola, Michele. Secondo la procura di Nola, lo scontro tra i mezzi non sarebbe stato un incidente: Michele Gaglione avrebbe inseguito e forse volontariamente speronato il motorino su cui viaggiava la sorella perché contrario alla sua relazione con Migliore, rimasto a sua volta ferito.

“Questa drammatica storia – commenta Arlati – mette per l’ennesima volta in evidenza la reale necessità di una Legge contro l’omotransfobia, ma anche quella di una maggiore attività di sensibilizzazione che parta da scuole e famiglie contro i crimini d’odio. Purtroppo – fa notare – in continuo aumento”.

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