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“Ricchi e poveri: Suarez italiano in poche ore, io qui da 20 anni, laureato, ancora aspetto”

Lo sfogo di Sebastian Barczyk, polacco, da vent'anni residente a Bergamo e ancora in attesa di concludere il lungo e tortuoso iter burocratico per ottenere la cittadinanza italiana

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Sebastian Barczyk è un ragazzo di origine polacca che vive in Italia (nella Bergamasca) da vent’anni. Qua ha studiato fino al conseguimento della laurea, e qua oggi lavora e paga le tasse. Non è ancora un cittadino italiano per via di un iter burocratico che, oltre a essere complicato e costoso, col Decreto Sicurezza firmato dal governo Conte nel 2019 (con Matteo Salvini al ministero dell’Interno) è diventato anche molto più tortuoso e lungo.

Sebastian ci ha scritto questa lettera dopo aver letto sui giornali dell’inchiesta aperta a Perugia per i presunti brogli effettuati all’Università per stranieri in occasione dell’esame per l’ottenimento della cittadinanza italiana di Luis Suarez, il calciatore del Barcellona in procinto di passare alla Juventus (affare poi sfumato): secondo la Procura, i cinque indagati avrebbero istituito una sessione ad hoc per “consentire il rilascio di un falso attestato”.

“Quando scopro queste cose mi sento un cittadino di serie B, solo perché non guadagno certe cifre”.

Ecco la sua lettera-sfogo.

Non sono nato in Italia. Sono arrivato in questo Paese all’età di undici anni insieme ai miei genitori che cercavano una vita migliore e delle opportunità per i propri figli, più di quelle che hanno avuto loro nella Polonia post-comunista.

Sono ormai vent’anni che vivo in Italia. Amo farlo. Ma non ne sono ancora cittadino. Uno dei motivi è sicuramente legato a una scelta dei miei genitori: spaventati dall’iter burocratico, non hanno mai avviato la pratica quando ero minorenne. L’altro motivo è l’iter stesso, una montagna da scalare per chi non è “ricco”.

Sia chiaro che per me, come cittadino di un Paese dell’UE, non cambierà praticamente nulla una volta ottenuta la cittadinanza italiana, se non l’ottenimento del diritto di voto. Ma è il principio, la sensazione di far parte del Paese in cui ho scelto di vivere, di lavorare e di costruire una famiglia. Di essere partecipe della comunità.

Come già si sapeva, non esistono davvero gli “immigrati” e gli italiani, ma come sempre esistono solo i poveri e i ricchi.

Chi non ha la fortuna di essere un giocatore extracomunitario ultramilionario deve rassegnarsi ad affrontare una procedura che richiede non soltanto il test di italiano (il quale andrebbe forse chiesto prima a chi rappresenta i cittadini in ruoli politici, ad esempio), ma una serie di documenti da produrre, tradurre e legalizzare che non in tutti i Paesi sono così semplici da ottenere.

E soprattutto, una volta riusciti nell’impresa burocratica, sostenendone i costi, si finisce nel limbo dell’attesa. Grazie al Decreto Sicurezza (sicurezza per chi?) firmato dal governo giallo-verde nel 2019 l’attesa è passata dai due ai quattro anni. Non importa da quanti anni si è residente o se si è nati in questo Paese.

Quattro anni, che valgono ovviamente soltanto per i poveri e non per i ricchi. Suarez, calciatore del Barcellona che sembrava in procinto di passare alla Juventus, che in Italia non ha mai vissuto, non ha dovuto attendere così a lungo. Io invece sì, e sto ancora aspettando.

Inutile fare confronti con il livello d’italiano. Ci sono milioni di “stranieri” che, come me, non solo hanno fatto tutte le scuole dell’obbligo in Italia, ma hanno anche terminato percorsi di laurea. Come il sottoscritto. Ci sono persone che lavorano e pagano le tasse in Italia, ma italiane non lo saranno mai. E ci sono i loro figli, che, come mio fratello, in Italia sono nati, che parlano solo italiano, che frequentano le scuole e nel “loro” Paese non ci hanno mai messo piede. Ma per loro la cittadinanza è ottenibile soltanto con molta fatica.

Chi invece guadagna 10-15 milioni di euro a stagione questo problema non ce l’ha.

È l’ennesimo esempio di chi è un cittadino di serie B e chi gioca in serie A.

Sebastian Barczyk

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