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Un anno fa salvò due sorelle nell’aereo caduto: “Questa cicatrice mi ricorda tutto”

Francesco Defendi insieme all'amico Angelo Pessina estrasse le due ragazze dal Mooney in fiamme, in cui persero la vita il pilota Stefano Mecca e la figlia Marzia di 15 anni: "Scena che rimarrà dentro di me per sempre"

In vacanza sotto il sole di Calamoresca, di fronte all’isola d’Elba, Francesco Defendi rimane in maglietta e sul braccio sinistro vede la cicatrice che gli ricorda la mattina di un anno fa quando, rischiando la propria vita, ha salvato due ragazze da un aereo in fiamme, nel quale morirono il 51enne Stefano Mecca e la figlia Marzia di 15 anni.

È sabato 21 settembre 2019 quando insieme all’amico Angelo Pessina, ex poliziotto di 57 anni, Defendi, che di anni ne ha venti in più, si sta recando a Leroy Merlin di Seriate per acquistare materiale per il Cus di Dalmine, di cui fa parte dello staff. Intorno alle 10, mentre percorrono l’asse interurbano, all’altezza dell’Aero Club Guido Taramelli, i due vedono un Mooney M20k D-Eise schiantarsi in un prato lungo una strada di immissione.

Senza pensarci un attimo, accostano l’auto poco più avanti e raggiungono il luogo dell’incidente. La scena che si presenta ai loro occhi è drammatica, con il velivolo in fiamme e due gambe che spuntano da un finestrino. “Ricordo ogni singolo istante e credo che rimarranno dentro di me per sempre – racconta Defendi, di Dalmine, ex dirigente d’azienda alla C. M. T. di Potenza e ora in pensione – Angelo mi urlava di stare attento, ma io quasi non lo udivo. Sentivo invece qualcosa dentro che mi spingeva, come una calamita che mi attirava verso il punto dell’impatto.

Francesco Defendi e Angelo Pessina al funerale di Marzia Mecca
defendi pessina aereo

Ho fatto uno scatto e sono arrivato sul posto prima di lui. Ho estratto Chiara, che era riuscita a sfondare il finestrino, e l’ho passata al mio amico. Poi ho fatto lo stesso con Silvia. Erano annerite dal fumo. Poco dopo è uscito anche Stefano, il papà che era alla guida, cosciente ma distrutto psicologicamente e fisicamente. Infatti è morto dopo qualche giorno. Rimase accanto al mezzo, forse sperando di poter fare qualcosa per l’altra figlia, Marzia, ancora all’interno. Allora l’ho preso e l’ho portato via. Aveva gli abiti in fiamme e mi sono bruciato il braccio, qui dove ho la cicatrice”.

Tra le lamiere infuocate c’è ancora la 15enne, gemella di Silvia: “Le sue sorelle, in lacrime, urlavano di aiutarla – prosegue il 77enne – . Mi sono avvicinato ma non si scorgeva nulla all’interno perchè l’abitacolo era invaso dal fumo nero. Non abbiamo sentito nemmeno rumori o respiri. Credo che Marzia sia morta subito dopo l’impatto. Peccato non aver potuto salvare anche lei”.

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Un gesto eroico che è valso ai due amici diversi premi. Primo fra tutti l’onorificenza al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella: “Che emozione la cerimonia a Roma – ricorda Defendi – c’era anche la moglie di Mecca, Francesca Ongaro“. Poi la medaglia con pergamena dal Comune di Bergamo: “Quella, una sola in due stranamente, abbiamo deciso di donarla alle due sorelle sopravvissute, durante una cena a casa loro. Erano commosse. Sono guarite a livello fisico ma il ricordo di quel giorno le tormenterà per sempre. Prima del Covid ci invitavano spesso. Ora siamo rimasti in contatto anche con la loro mamma, che sta andando avanti da sola con grande forza”.

Come si sente un anno dopo quel giorno? “Guardo questo braccio e rivivo ogni istante. Ne parlo spesso con mia moglie Lucia. Penso di essere stato un po’ incosciente perché se l’aereo fosse esploso non sarei qui oggi. Però se dovesse ricapitarmi una cosa simile, di certo, mi comporterei allo stesso modo”.

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