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Senzatetto e pandemia: “Difficile aiutarli, ma la loro solitudine li ha preservati dai sintomi”

Il dormitorio di Bergamo, durante il lockdown, ha dovuto gestire diversamente la struttura per garantire uno spazio sicuro a coloro che purtroppo non hanno una fissa dimora. Il direttore della Caritas, don Roberto Trussardi, insieme all’operatore Lucio Rota, ci spiegano come è stato affrontato il periodo delicato e come è cambiata la situazione a oggi

Il dormitorio di Bergamo, durante il lockdown, ha dovuto gestire diversamente la struttura per garantire uno spazio sicuro a coloro che purtroppo non hanno una fissa dimora. Il direttore della Caritas, don Roberto Trussardi, insieme all’operatore Lucio Rota, ci spiegano come è stato affrontato il periodo delicato e come è cambiata la situazione a oggi, mentre impariamo a convivere con il virus.

Avete avuto problemi con la presenza o meno dei volontari o ce n’erano a sufficienza?
Innanzitutto è bene sottolineare che i volontari gestiti dalla nostra struttura, sono di tutte le età. I ragazzi erano molto disponibili perché avevano molto tempo libero a disposizione dato che le scuole erano chiuse, gli anziani, invece, abbiamo preferito tenerli in casa perchè erano maggiormente soggetti al pericolo. Sono rimasto molto contento dalla forza di volontà che hanno avuto i ragazzi nell’aiutare il Comune e la Protezione civile in un momento in cui la pandemia ha spaventato davvero tutti, creando momenti di terrore. Personalmente mi trovo meglio a interagire con i giovani, perchè sono curiosi, sanno di non sapere molte cose, perciò fanno molte domande e di conseguenza sono io che imparo da loro. Ho riscontrato molti pregiudizi da coloro che hanno invece vissuto in altre epoche, molto probabilmente perchè avranno avuto brutte esperienze, ma non giustifico la visione di alcuni di loro sui giovani, non è vero che sono dei nullafacenti e lo hanno dimostrato.

Come è stata gestita la struttura durante la quarantena? Visto che nessuno poteva stare per strada, i servizi erano sufficienti?
Nessun servizio è stato sospeso all’interno della nostra struttura. Il dormitorio è rimasto aperto sia di giorno che di notte, la mensa distribuiva i pasti sia per il pranzo che per la cena e ovviamente era chiusa perché bisognava rispettare le norme del lockdown. Il cibo era sufficiente, non è assolutamente esistito il problema della scarsità di risposte ai bisogni primari, anzi ne approfitto per ringraziare le molte aziende, produttive e non, tra cui l’Esselunga… Tutte hanno donato secondo le loro possibilità, poi a volte anche noi abbiamo provveduto a fare la spesa. Abbiamo aggiunto altri 32 posti letto grazie al dormitorio del Galgario, quindi tutto sommato non sono sorte problematiche legate alla mancanza di spazi.

Ci sono state tensioni?
I conflitti non sono mancati perché abbiamo ospitato persone che normalmente vivono per strada, che hanno la loro libertà e quindi molte volte rimangono da sole, di conseguenza per loro trovarsi a condividere lo spazio con persone sconosciute e con problematiche diverse non è stato affatto facile. Dal mio punto di vista, è normale che ci siano state delle discussioni, erano previste, anzi per me sono stati anche fin troppo bravi per aver passato insieme due mesi. È importante ricordare che noi abbiamo creato delle condizioni favorevoli in modo che i senzatetto non rimanessero per strada durante l’solamento, ma non abbiamo mai obbligato nessuno. Per rendere il dormitorio e gli altri spazi di condivisione più sicuri, abbiamo collaborato con la Croce Rossa in modo che effettuasse dei controlli per evitare ulteriori contagi. Io e gli operatori siamo rimasti molto stupiti dal fatto che i clochard non avessero sintomi, ma abbiamo pensato che la situazione era così perché molti di loro non rimangono in compagnia.

Oltre al Covid, i senzatetto potevano avere altre patologie, come avete gestito questa questione con il fatto che dovevano condividere gli spazi con altri?
La presenza di altre patologie è stata prevista e presa in considerazione anche perché si sta parlando di persone che purtroppo non hanno il nostro stesso stile di vita, ma abbiamo cercato di gestire gli spazi garantendo il più possibile la sicurezza. La Croce Rossa, come ho già detto, effettuava controlli, e se vedeva qualcuno che era ferito a una gamba o altro suggeriva di andare al Pronto Soccorso, ma un conto è il suggerimento, un conto è la prescrizione di un medicinale, quest’ultima può farla solo un medico. Molte problematiche di salute sono legate al fegato e al cervello, perché molti si affidano all’alcool per distogliere la mente da continui pensieri negativi, quindi noi suggeriamo ai senzatetto, ogni qualvolta abbiamo la collaborazione con psicologi, di rivolgersi a loro, ma allo stesso momento non li possiamo obbligare.

Da quando è finito il lockdown come e quanto è cambiata la situazione?
Da quando è finito l’obbligo di rimanere in isolamento, non è cambiata molto la situazione rispetto al pre-pandemia, perché con l’arrivo dell’estate, nessuno dei senzatetto aveva voglia di rimanere chiuso nel dormitorio rispettando dei vincoli come il divieto di bere o altro. Durante l’estate c’erano molti posti liberi in dormitorio, proprio perché c’era la voglia di riconquistare quella libertà che ha permesso loro di poter fare ciò che hanno sempre fatto. Prima il dormitorio era sempre aperto, ora invece lo è solo dalle 20 fino alle 8 di mattina, come è giusto che sia… La chiusura non è stata improvvisa, ma graduale, infatti invece di aprire direttamente alle 20 di sera, aprivamo alle 17, poi piano piano siamo tornati alla normalità.

I senzatetto hanno mai raccontato la loro storia, i motivi per cui si trovano in questa situazione? Avete mai cercato di farli uscire dalla loro condizione?
Certo… ovviamente sono tutte persone che hanno incontrato molte preoccupazioni e tanti problemi: chi è stato cacciato di casa, chi ha problemi di tossicodipendenza e tanto altro. Le donne sono meno rispetto agli uomini, una ogni 10, ma anche loro sono in aumento negli ultimi anni. Sono persone che a me spezzano il cuore perché non vivono, sopravvivono: ormai hanno perso tutto nella vita, non hanno più nulla da perdere. Hanno accumulato veramente tanta amarezza. Allo stesso tempo, non ti nascondo che chi vuole migliorare la propria condizione lo può fare tranquillamente, perché noi offriamo gli strumenti, ma devono essere utilizzati in modo corretto. Certo chi ha vissuto 20 anni per strada non può pretendere che in un anno possa recuperare tutto, ma ci deve essere la forza di volontà, il coraggio e la determinazione: sono elementi che non devono mancare, altrimenti si rimarrà sempre in quello status. Noi non dobbiamo obbligare nessuno, ma offriamo volentieri gli strumenti a chi vuole ritornare a vivere.

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