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“La nostra bimba in terapia intensiva al Papa Giovanni: qui gli operatori diventano famiglia”

A parlare (anzi a scrivere) è la mamma della piccola Martina B. Sta raccontando, insieme al papà, la propria esperienza all'ospedale di Bergamo dove per due mesi la sua bambina è stata curata in terapia intensiva.

“Sono entrata in terapia intensiva e oltre quella porta ho trovato un altro mondo, un mondo parallelo, dove si incrociano storie, vite, battaglie, sconfitte e vittorie! Un mondo che piano piano diventa la tua famiglia, dove anestesisti, infermieri, chirurghi lottano tutti per raggiungere un traguardo in modo eccellente ma soprattutto cercano anche di farti sentire meno solo, oltre a curare le malattie curano anche l’anima, in qualche modo cercano di alleggerire quel macigno che ci portiamo dietro ogni giorno! Quando entri in terapia intensiva ti devi fidare e affidare, sei entrato in questo mondo in cui consegni la vita di tuo figlio e preghi il Buon Dio di assistere lui e tutti loro! Ogni giorno c era un infermiera pronta a rassicurarti, ascoltarti o trovare fuori qualsiasi discorso pur di far vagare la mente, sempre pronte e tenderti una mano”.

A parlare (anzi a scrivere) è la mamma della piccola Martina B. Sta raccontando, insieme al papà, la propria esperienza all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo dove per due mesi la sua bambina è stata curata in terapia intensiva.  

“Quando entri in terapia intensiva cambia il tuo modo di pensare, il tuo modo di guardare ai problemi, il tuo modo di trattare le persone, e quando ne esci, dopo quasi 2 mesi, lasci in quel posto che hai tanto odiato, un pezzo di cuore! Loro sono diventati la tua famiglia e nel bene e nel male loro ti hanno visto piangere di gioia e disperazione, loro hanno visto nei nostri occhi la paura di non farcela e la determinazione ad andare avanti, loro ci hanno visto stanchi, arrabbiati, delusi e sempre loro sono stati lì a lottare per e con nostra figlia! Ogni giorno ce la facevano trovare tutta sistemata, con bagnetto fatto bella e curata e ogni santo giorno prima di parlare di nostra figlia ci chiedevano come stavamo, gesto che può sembrar banale ma che ti fa capire quanta umanità c è dietro questo lavoro… e quando esci dopo tutto quel tempo dalla terapia intensiva e alla fine del corridoio saluti i chirurghi, gli anestesisti e infermieri, non puoi fare altro che ringraziarli tra le lacrime, perché non hanno salvato solo la vita di mia figlia, hanno salvato la mia e quella di mio marito, hanno salvato una bambina e tutta la sua famiglia!”

La testimonianza è stata rilanciata dalla pagina Facebook dell’ospedale di Bergamo.

“Quando esci dalla terapia intensiva e ti accompagnano in reparto, in modo quasi glorioso come un eroe (e questi bambini sono piccoli eroi), dopo tutto quello che è successo sei consapevole che, chi più e chi meno, ognuno di loro ha dato il meglio, infermieri, anestesisti, chirurghi… tutte quelle persone che ogni mattina entrano in questo mondo parallelo, indossano la divisa e combattono le nostre battaglie che inevitabilmente diventano anche le loro! Anche se è stata lunga ma hanno salvato mia figlia e ringrazio Dio per averci messo nelle loro mani!”

Poi Martina è stata trasferita.

“Ora siamo a farci coccolare in reparto… Anche qui ci son persone straordinarie, non so se vengono selezionate con criteri ristretti ma in questo ospedale ho trovato tutte persone fantastiche, competenti e UMANE.  Tutti, dalla terapia intensiva al reparto gioiscono con te, ti asciugano le lacrime e portano con te la croce sperando di portarla verso la vittoria. Qui in reparto nei momenti più grigi una dottoressa mi ha rincuorato in un momento di disperazione e un altra ci ha messo le mani sulle spalle dandoci coraggio, le infermiere piangevano con noi e ora sorridono con noi”.

Sì, spiegano mamma e papà di Martina, che ogni santo giorno erano lì, in reparto “a spiegare la situazione, parlarne con loro e farmi spiegare per bene ciò che stava accadendo in piena fiducia e quando mi dicevano di provare ad aspettare qualche giorno e sperare. RINGRAZIAMO di averli ascoltati e aver aspettato… Perché esser competenti significa anche ascoltare le idee degli altri e provare e qui, dall’intensiva al reparto, c’è un équipe veramente fantastica”.

Questi operatori sanitari, concludono, “hanno accolto nostra figlia come una guerriera e hanno gioito con noi nel vederla star ‘bene’. La strada è ancora lunga penso ma con persone così al fianco diventa più leggera”.

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