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Telmo Pievani: “Il vaccino non basta, troppi comportamenti rischiano di favorire le pandemie”

Venerdì il noto filoso e accademico sarà a Costa Volpino, dove terrà una lectio magistralis dal titolo “(Im)perfezione dei virus”

Sapiens, sapienti. Astrofisici, alpinisti, scienziati, medici. Ma anche filosofi, e divulgatori. L’associazione culturale Reading-Voci dal Lago invita Bergamo e Brescia – le due città sorelle ferite dal virus – a fermarsi per rimettersi in moto. A riappropiarsi di piazze, teatri, auditorium. Ascoltando dalla viva voce di coloro che sanno, ciascuno nei rispettivi campi, esperienze, testimonianze, racconti, sogni, visioni, prospettive.

Due città che vivono tutt’altro che solo di fabbriche, aziende, strade, infrastrutture, com’è un po’ nell’immaginario collettivo. Due città mai vinte, sempre unite dalla voglia di conoscere, di ricercare, di capire: quel che è stato, quel che sarà.

Il mese di settembre ha proposto otto incontri, inaugurati il 2 settembre, tutti gratuiti (ma su prenotazione a info@readingvocidallago.eu) aperti al pubblico: tra gli ospiti illustri spicca Telmo Pievani, filosofo e professore universitario di Filosofia delle Scienze Biologiche, volto notissimo dell’amato festival BergamoScienza.

La lezione di Pievani avrà il titolo di “(Im)perfezione dei virus” e si terrà venerdì 18 settembre alle 20.30 all’Auditorium comunale di Costa Volpino. Lo abbiamo intervistato.

Professore, nella presentazione della sua lectio magistralis definisce l’Homo sapiens una specie imperfetta. Perché?

Ho cercato di unire due cose: il mio recente libro dedicato all’imperfezione dell’evoluzione che mostra come il modo in cui funziona l’evoluzione porta a produrre degli organismi imperfetti così come noi essere umani, un compendio di imperfezioni (come il Dna e il cervello, strutture ingegnose e bellissime ma anche molto imperfette). Questo tema nel corso della lezione verrà declinato e aggiornato, sotto la luce della pandemia da Covid: dal punto di vista evolutivo, infatti, questo virus, come tutti gli altri, è decisamente più perfetto di noi: deve fare poche cose, ha una struttura semplice, deve solo fare coppia di sé stesso e per il fatto di saper mutare velocemente è in grado di metterci in scacco, cogliendo di sorpresa il nostro sistema immunitario. L’imperfezione, perciò, è la chiave di lettura per capire la nostra vulnerabilità.

Lei però sostiene che l’imperfezione ci tenga in vita…

I virus usano la nostra socialità ritorcendola contro, più noi siamo sociali più loro si diffondono. Abbiamo però altre armi su cui però dovremmo studiare un po’ di più: la capacità di prevedere e conoscere i processi. Dalla situazione Covid ne usciremo con un vaccino, ma non è la soluzione definitiva. Ci permetterà di combattere questo virus, ma dobbiamo lavorare sulle cause profonde che generano queste pandemie: ci sono sempre state, certamente, ma da 15 anni a questa parte sono diventate più frequenti e aggressive. E ci sono delle ragioni precise.

Quali?

Sono ragioni principalmente ecologiche. Noi, distruggendo l’ambiente in cui vivono gli animali, spostandoli dai luoghi in cui vivono commerciandoli, uccidendoli, cacciandoli e mangiandoli, favoriamo tutta una serie di condizioni che rendono il salto di specie e l’evoluzione di questi virus molto più probabili. Benissimo e necessario trovare un vaccino, ma è anche fondamentale rimuovere le cause profonde, altrimenti saremo di nuovo punto a capo tra qualche anno. Il prossimo virus non è detto che sarà geneticamente simile a questo, cogliendoci ancora impreparati. È fondamentale non dimenticare cosa è successo.

Che scelte possiamo prendere per contribuire ad arrestare questo processo che porta, tra i tanti aspetti, alla nascita di nuove e pericolose pandemie?

Non devono essere fatte scelte radicali, ma poche cose molto concrete: come proibire il commercio illegale di questi animali, smetterla di deforestare (una delle azioni più terribili che stiamo facendo per interi ecosistemi) e intervenire sulla nostra dieta. Avrebbe molto più effetto che la metà della popolazione riducesse il consumo di carne rossa, piuttosto che il 5% diventasse vegetariana: più che scelte radicali servono scelte diffuse per capire qual è il costo ambientale dei nostri comportamenti. In particolare, l’utilizzo di carne proveniente da allevamenti intensivi ha un costo ambientale altissimo: ridurne il consumo può fare molto bene all’ambiente secondo numerosi studi scientifici.

Sì può dire che ci stiamo distruggendo da soli?

Non proprio. Però direi che stiamo iniziando a vedere adesso i danni della crisi ambientale, pagandone il conto: si manifestano con il riscaldamento climatico, eventi metereologici estremi e anche con le pandemie che fanno parte del processo di deterioramento dell’ambiente e che si ritorce contro di noi.

È così anche per il Covid?

Sì, sicuramente. Spero che si capisca la necessità di intervenire sulle cause profonde poco prima descritte: non solo per un punto di vista etico, ma anche economico. Lo sfruttamento dell’ambiente che ha causato il Covid non vale un centesimo del costo tremendo enorme sociale, economico e umano, che ha comportato questa pandemia.

Che sensazione provoca parlare di questi argomenti proprio a Bergamo, capitale europea della pandemia?

In estate ho già fatto un incontro a Nembro: è stato molto particolare, sono luoghi in cui si sente un tessuto di comunità che si è creato dalla sofferenza. Ed è importante parlare di queste cose proprio in questi luoghi, la Bergamasca è un luogo di grande connessione economica, commerciale: la globalizzazione passa da qui tra aeroporto e autostrade ed è proprio qui essa stessa ha colpito duro mostrando la sua ambivalenza, perché attraverso gli stessi identici canali dell’economia è arrivato un agente patogeno molto da lontano, mostrando, ancora di più, che la globalizzazione è sì una grande opportunità di scambio e ricchezza, ma è anche un processo che va governato saggiamente, cosa che noi non stiamo facendo. Non dimentichiamoci che il virus non guarda negli occhi nessuno e viaggia in aereo con noi.

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