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Politica, partecipazione, referendum, social… il professor Ceccobelli e i giovani

"Non fare politica significa semplicemente accettare il fatto che altri, al proprio posto, e secondo i propri interessi e preferenze, plasmeranno la società a loro piacimento.”

Diego Ceccobelli è un docente in Comunicazione Politica e Istituzionale dell’Università di Bergamo, oltre che ricercatore alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il suo lavoro lo porta ogni giorno a doversi confrontare con decine di giovani menti nel tentativo, tra i vari, di far capire loro quanto la politica rappresenti un tassello fondamentale all’interno della nostra società.

In merito al profondo rapporto tra giovani e diplomazia, noi di BGY abbiamo pensato di porgli qualche domanda.

Per alcuni la politica rappresenta il fulcro della vita di tutti i giorni mentre per altri è semplicemente un’attività legata alle alte sfere che mai coinvolge la gente comune. Per lei cosa rappresenta?

La politica è per me in primis materia di studio e insegnamento per ovvi motivi professionali e questo la rende ovviamente una componente fondamentale della mia vita anche personale. La mia però è sicuramente una situazione “di minoranza”. Sappiamo benissimo (ahimè) che per la maggior parte dei cittadini la politica è oggi tutto tranne che una compagna di vita quotidiana. Ma questa è una scelta dei singoli. Nessuno vieta oggi a un cittadino o a una cittadina di seguire la politica o farla in prima persona. Certo, fare politica richiede tempo libero, un qualcosa che molti cittadini e cittadine hanno solo in parte. E questo è sicuramente un fattore tutto tranne che secondario per spiegare la scelta di molti e molte di non mettere la politica al centro dei propri pensieri e della propria vita quotidiana.

Perché i giovani dovrebbero interessarsi alla politica internazionale e nostrana?

Perché non c’è altro modo per plasmare la società secondo la loro visione del mondo. Non dimentichiamoci mai che la politica prima di tutto si divide in due grandi categorie: chi la fa versus chi non la fa. E non fare politica significa semplicemente accettare il fatto che altri, al proprio posto, e secondo i propri interessi e preferenze, plasmeranno la società a loro piacimento. È il bello della democrazia: la possibilità che chiunque possa trasformare la società seguendo la propria visione del mondo. Ma per farlo è appunto necessario quantomeno interessarsi alle vicende politiche del proprio comune, della propria regione, del proprio paese, magari anche della politica internazionale. È faticoso, certamente, ma l’alternativa significa decidere di non contribuire a modellare la società in cui si vive.

Crede che i politici di oggi parlino ai giovani?

Il punto secondo me non è “parlare ai giovani”. I giovani non rappresentano un’entità monolitica. Come nel caso degli “adulti”, anche loro hanno differenze al loro interno. Un conto una ragazza di 19 anni, che vive nel Meridione, figlia di un operaio e madre casalinga; un conto un ragazzo della stessa età, al Nord, ma figlio di un medico e di una avvocatessa. Due famiglie molto probabilmente con esigenze diverse, quindi con preferenze e richieste politiche eterogenee. Un politico oggi può decidere di parlare alla prima, meno al secondo. O viceversa. Detto ciò, ovviamente una classe politica composta principalmente da over 50 sarà meno in grado di recepire (e poi trasformare in proposte di policy concrete) le principali necessità di una persona di 20-30 anni più giovane. Ma va detto che la politica oggi si sta sempre di più ringiovanendo. E questo per i giovani non può che essere un bene.

Come descriverebbe il referendum sul taglio dei parlamentari, senza sbilanciarsi su cosa votare, ad un ragazzo?

Lo descriverei come un momento di partecipazione politica in cui anche grazie al suo voto potrà contribuire a riscrivere, oppure lasciare così com’è, una parte (sebbene molto piccola) della Costituzione della Repubblica italiana. Una cosa non da poco, insomma.

In passato alcune ideologie hanno portato alla morte di milioni di persone, qual è il ruolo odierno di tali pensieri nella crescita di un giovane?

Difficile quantificare quanto le ideologie di matrice ottocentesca e novecentesca siano ancora presenti nella crescita e vita dei giovani d’oggi. Non c’è dubbio però che parole come ad esempio fascismo, nazismo e comunismo siano tuttora presenti nel vocabolario politico del paese, quindi anche in quello di chi oggi ha 16, 18 o 20 anni. Per non parlare poi del fatto che –almeno ripensando anche alla mia esperienza personale– alcune professoresse o professori di storia delle superiori non riescono a dedicare la dovuta attenzione alle fasi storiche successive alla seconda guerra mondiale. Senza un approfondimento autonomo, un ragazzo o una ragazza di 19 anni rischia così di non avere ben chiaro in testa cosa sia successo nella politica e nella società italiana dal 1945 a oggi. Come se dopo De Gasperi sia venuto direttamente il turno di Giuseppe Conte. Come se Togliatti o Andreotti non fossero mai esistiti. E questo è un problema non di poco conto.

Qual è il ruolo dei social network nella propaganda del XXI secolo?

Più che di propaganda, io parlerei di comunicazione politica del XXI secolo. Comunicare d’altronde significa in primis mettersi in relazione, e i social network oggi sono uno dei tanti ambienti mediali attraverso i quali permettere un rapporto diretto, senza mediazioni, tra i politici e i cittadini. Questa è infatti la prima delle principali trasformazioni in atto: la centralità della disintermediazione. Il fatto che i politici non abbiano più potenzialmente bisogno dei giornalisti o di una “classica” conferenza stampa per comunicare con gli elettori. Ma poi ci sono anche altre due trasformazioni molto rilevanti, ossia la sempre più crescente velocizzazione della comunicazione politica e la parallela prevalenza delle immagini sulla dimensione testuale. Un’opinione espressa tramite un tweet oggi rischia di divenire già superata domani. Forse già nel giro di poche ore. Allo stesso modo, questo tweet risulterà molto meno efficace di una diretta video sul proprio profilo Facebook ufficiale, per non parlare di un’intervista in televisione. Attenzione infatti a non dimenticarsi dei cosiddetti “vecchi media”. Che saranno per alcuni appunti “vecchi”, ma sono ancora più efficaci e decisivi che mai per la conquista e il mantenimento del consenso politico.

C’è stato un tempo in cui la politica era questione prettamente maschile: nei giovani d’oggi le sembra che l’interessamento coinvolga anche il pubblico femminile?

Ovvio che sì. È forse uno dei fenomeni più evidenti della politica contemporanea. Pensiamo al movimento Fridays For Future, fondato e guidato da una giovanissima donna, Greta Thunberg. Movimento che suoi territori porta poi in piazza principalmente giovani donne come lei, che ne sono alla guida anche nei singoli paesi, come ad esempio avviene in Belgio. Non c’è dubbio infatti che la politica oggi sia molto più al femminile nel mondo rispetto a 10, 20, 30 anni fa. Si pensi alle figure apicali della politica tedesca, finlandese o neozelandese: paesi con una donna come prima ministra. Per non parlare della cosiddetta “rivoluzione delle ciabatte” attualmente in corso in Bielorussia: un movimento di protesta guidato da tre donne. Certo, i casi appena citati non sono ancora la norma, sono tendenzialmente delle eccezioni. Sempre meno rare, ma pur sempre eccezioni. Il trend comunque è chiaro, sebbene con varie gradazioni in paesi e aree del mondo differenti: le donne oggi fanno sempre più politica. E questo grazie soprattutto a donne anche di giovanissima età, come appunto Greta Thunberg, tuttora minorenne.

“Non è un Paese per vecchi” è un capolavoro senza tempo dei fratelli Cohen, ma nella realtà esiste davvero un Paese ideale “per giovani”?

In democrazia tutto è realizzabile. Basta idearlo e poi mettere insieme una squadra attraverso la quale provare a trasformare una determinata visione del mondo in realtà concreta. Lo strumento per farlo è molto semplice: si chiama politica. I giovani d’oggi ritengono che il mondo attuale non sia a loro misura (opinione, molti dati alla mano, difficilmente confutabile)? Bene, gli è sufficiente iscriversi al partito più vicino alla loro idea di società, o fondarne uno nuovo qualora nessuno di quelli presenti sia per loro soddisfacente, e in base alle loro capacità politiche potranno agevolmente intervenire a riguardo. Questo gli costerà fatica, tempo, sacrifici e molte incavolature. Nulla però rispetto alla soddisfazione di poter dire, eventualmente, un giorno: “questo è finalmente un paese (anche) per giovani”.

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