L'intervista

“Non dire addio ai sogni”: la tratta dei giovani calciatori africani nell’ultimo libro di Gigi Riva

L'editorialista bergamasco de L'Espresso è tornato in libreria quattro anni dopo "L'ultimo rigore di Faruk": la storia di Amadou è quella di uno dei quindicimila ragazzi che ogni anno vengono truffati da finti procuratori.

Lo avevamo lasciato con la storia di Faruk Hadzibegic e di quegli undici metri fatali non solo per il percorso della sua Jugoslavia a Italia ’90, ma, leggenda vuole, anche per il futuro di un’intera nazione che da lì a poco si sarebbe sgretolata sotto le spinte indipendentiste e le bombe di una guerra civile e secessionista.

Quattro anni dopo Gigi Riva, editorialista bergamasco de L’Espresso, torna in libreria con “Non dire addio ai sogni”, la sua ultima fatica targata Mondadori uscita l’1 settembre e che verrà presentata sabato 12 a Mantova durante il Festivaletteratura.

Un lavoro legato al precedente, sia per la tematica calcistica che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti ma anche per la scintilla che ha portato alla sua genesi: “Tutto nasce casualmente, dalla richiesta della prestigiosa rivista culturale francese ‘Poésie’ che, in seguito alla pubblicazione de ‘L’ultimo rigore di Faruk’ (col titolo ‘Le dernier pénalty’), mi ha chiesto di scrivere un racconto sul calcio africano in vista dell’uscita di un libro monografico sul continente nero – spiega Riva – Ne sapevo poco, mi sono documentato e sono entrato in contatto con l’associazione ‘Foot Solidaire’, con sede a Parigi, che si occupa di ragazzi truffati da fantomatici procuratori con la promessa di un futuro nel calcio professionistico e poi abbandonati una volta arrivati in Europa. Hanno un archivio copioso, che ho consultato, e poi sono stato anche in Africa per capire da vicino il fenomeno”.

E qui nasce il personaggio di Amadou, nel quale si concentrano tutte le speranze e i sogni di un adolescente che si scontrano con la cruda realtà e con la cattiveria di criminali senza scrupoli: lasciando l’Africa con l’obiettivo di sfondare in Europa, incrocia la sua strada con quella di finti procuratori che lo traghetteranno in Francia dietro il pagamento di una cospicua somma di denaro, ma che poi si riveleranno solamente dei truffatori.

“Se per Faruk eravamo nel campo della letteratura del vero – continua il giornalista bergamasco –, qui ho conosciuto la storia di molti di questi ragazzi e fatto una sintesi di esperienze che li potesse ben rappresentare. Non facciamo di tutta l’erba un fascio, ci sono tantissimi giovani ai quali viene davvero data questa possibilità e poi non ce la fanno solo per questioni tecniche. Così come ci sono altri complici dei procuratori che accettano di falsificare documenti. Ma il fenomeno delle truffe ai giovani calciatori è qualcosa che, solo per quanto raccolto da Foot Solidaire, riguarda circa 15mila ragazzi africani dai 14 ai 17 anni ogni anno”.

Una pratica, purtroppo, molto diffusa soprattutto sulla rotta che dall’Africa porta alla Francia e al Belgio, lungo la quale solo uno su mille ce la fa, riservando per gli altri, spesso, solo un destino crudele.

La vicenda, che temporalmente si sviluppa dai mesi precedenti i mondiali 2014 fino all’autunno del 2016, porta il lettore a riflettere su molti dei mali della contemporaneità: il razzismo, il terrorismo, il proselitismo dello Stato Islamico, la questione delle “banlieu”, lo spaccio, le infinite vie della malavita.

“Questo particolare fenomeno che ricopre una bella fetta di quello più generale delle migrazioni, ha a mio avviso una quota di odiosità in più perché sfrutta i sogni degli adolescenti, il loro desiderio di costruire una vita diversa, di migliorare le condizioni delle proprie famiglie. Una moderna ‘tratta’, dove al piede al posto di una palla c’è un pallone”.

Il percorso drammatico di Amadou parte dal Senegal, tocca il sud della Francia tra Marsiglia e Nizza, si scontra con gli attentati del novembre 2015 a Parigi e approda in Italia, vista come ultima patria di riscatto: qui, in realtà, troverà ancora degrado e scorciatoie pericolose.

“L’Italia, a quanto mi risulta, non ha ancora inchieste su finti procuratori. Ma, almeno in due casi a Prato e Udine, ne ha sui magheggi relativi ai documenti. Il nostro Paese è il primo dove questi ragazzi abbandonati approdano dopo il fallimento in Francia e Belgio, attraversano la frontiera cercando un’altra chance. Purtroppo sono profili che diventano perfetti per le organizzazioni criminali e per vergogna difficilmente denunciano, alle autorità o alle famiglie”.

Un dramma senza fine? Non per tutti e nemmeno per Amadou che al termine delle sue peripezie vede aprirsi uno spiraglio di speranza e riscatto: “Accade anche nella realtà, perché questi ragazzi hanno grande forza di volontà e tanta fame di arrivare, al contrario di molti nostri giovani”.

Si immaginava sul prato verde del Velodrome di Marsiglia, casa dell’OM, e invece si ritrova su uno spelacchiato campetto di Terza categoria: ma no, al suo sogno Amadou non ha mai detto addio.

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