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Condannato a 12 anni per il rogo dei tir a Seriate, muore dopo sciopero della fame

Carmelo Caminiti si è spento domenica notte nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Martino dove era stato trasferito in coma a fine agosto dal carcere di Messina

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Il 23 giugno Carmelo Caminiti era stato condannato in primo grado a 12 anni nella vicenda del rogo ndranghetista dei tir a Seriate, avvenuto nella notte del 6 dicembre 2015. Pochi giorni dopo la sentenza, nella sua cella del carcere di Messina, ha iniziato uno sciopero della fame di due mesi che l’ha portato prima al coma e poi, nella notte tra domenica e lunedì, alla morte nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Martino dove era stato trasferito a fine agosto.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini coordinate dal pubblico ministero di Bergamo Emanuele Marchisio e dalla collega Claudia Moregola della Procura Distrettuale antimafia di Brescia, alla base dell’incendio c’era un’estorsione di stampo ‘ndranghetista.

Da una traccia di sangue rinvenuta sulla tanica di benzina usata per l’incendio e dalle celle telefoniche, gli investigatori avevano ricostruito chi aveva mandato in fiamme una quindicina di automezzi della Ppb Trasporti, l’azienda di Seriate che si occupa di trasporto di prodotti ortofrutticoli e chi avrebbe commissionato quell’incendio: Giuseppe Papaleo, 50 anni, con una società nello stesso settore, la Mabero di Bolgare. Lo avrebbe fatto per colpire il rivale Antonio Settembrini, 55enne di Grassobbio, titolare della Ppb, parte offesa ma pure imputato in abbreviato a Brescia, perché dopo quell’episodio avrebbe arruolato il pluripregiudicato calabrese Carmelo Caminiti per vendicarsi.

Una ricostruzione che ha retto nel corso del processo di primo grado di Brescia, chiuso con una lunga serie di condanne per i tanti coinvolti in questa intricata vicenda.

Tra loro Caminiti, 59 anni, che dopo la condanna aveva iniziato uno sciopero della fame per ottenere gli arresti domiciliari in virtù delle sue condizioni di salute e dopo varie istanze respinte.

Come spiega il suo legale, l’avvocato Italo Palmara: “Mentre il Tribunale di Reggio Calabria e quello di Firenze avevano giudicato in due differenti procedimenti il mio assistito incompatibile col regime carcerario per gravi motivi di salute – spiega -, in un terzo procedimento il Tribunale di Brescia, inspiegabilmente e a fronte della medesima documentazione medica, lo ha ritenuto compatibile col regime carcerario”.

In seguito allo sciopero della fame, l’undici agosto la situazione si aggrava, con Caminiti che finisce in coma. L’avvocato presenta quindi un’altra istanza urgente e dieci giorni dopo arriva la concessione degli arresti domiciliari, all’ospedale di Messina. Due settimane più tardi, il decesso del 59enne, sposato e padre di un figlio.

“Per la condanna di Brescia – aggiunge il suo avvocato – avevamo già presentato ricorso in Appello ed eravamo in attesa di una data del nuovo processo. Ma ora è troppo tardi. Chi si è reso responsabile di tutto ciò dovrà rispondere giudizialmente del suo operato”.

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