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Il terrorismo di destra e quel rapporto oscuro coi servizi segreti - BergamoNews
1945-2020

Il terrorismo di destra e quel rapporto oscuro coi servizi segreti

I rapporti tra queste frange neofasciste e uno Stato, che cercava sempre più spesso di trovare, nell’estrema destra, una sponda per le proprie attività più oscure, è ancora oggetto di analisi

Se ricostruire la storia del terrorismo di sinistra, negli anni di piombo, è complicato, farlo con quello di destra è addirittura proibitivo, a meno che non ci si voglia appiattire sulla vulgata inaugurata da Feltrinelli e proseguita dai suoi succedanei.

Come la sinistra con la già citata “Gladio rossa”, anche la destra ha iniziato la sua attività eversiva e clandestina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale; e qui è bene fare una distinzione, fondamentale storicamente, tra fascismo e neofascismo.

L’attività eversiva nei primi anni del secondo dopoguerra, riconducibile a sigle come le SAM (Squadre d’Azione Mussolini, nome che sarebbe stato ripreso da un gruppo degli anni di piombo) o i FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria, anch’essi ricostituiti negli anni Cinquanta), fu in gran parte opera di giovani e giovanissimi reduci della RSI: in pratica, dunque, fu una sorta di prosecuzione in clandestinità della guerra civile, con attentati e azioni dimostrative.

Molti dei capi e dei creatori di questi gruppi, in seguito, confluirono nel MSI e, spesso, ne divennero parlamentari, come Romualdi, fondatore dei primi FAR o Pino Rauti, che fondò, insieme ad altri fascisti dell’area più germanofila, i FAR della seconda ondata.

Va detto che, già dalla seconda metà degli anni Quaranta, membri e simpatizzanti di queste organizzazioni venivano contattati e, spesso, arruolati, in quella specie di armata clandestina che poi sarebbe divenuta l’apparato segreto anticomunista di “Gladio”.

Di qui, fin dagli inizi, derivò un rapporto osmotico tra i servizi segreti e le forze armate e frange di organizzazioni di estrema destra: un rapporto talmente stretto che, ancora oggi, è difficile comprendere se fossero i servizi ad infiltrarsi nelle trame nere o se, viceversa, fossero i fascisti ad infiltrarsi nei servizi.

Comunque, si dovrebbe cominciare a parlare di neofascismo, e non di fascismo tout court, soltanto a proposito dei gruppi extraparlamentari e, per molti versi, eversivi, che nacquero dopo il ’68, come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale o Ordine Nero.

I rapporti tra queste frange neofasciste e uno Stato, che cercava sempre più spesso di trovare, nell’estrema destra, una sponda per le proprie attività più oscure, è ancora oggetto di analisi: troppi pentiti si sono rivelati inattendibili, troppe versioni si sono dimostrate impossibili, per dire una parola definitiva su questo rapporto così intricato e inquietante.

In generale, vengono attribuiti a elementi di questo neofascismo post sessantottesco alcuni fra i più feroci attentati della storia repubblicana, da piazza Fontana a piazza della Loggia e dall’Italicus alla strage di Bologna, con un corollario di teoremi, condanne, assoluzioni e ricostruzioni che hanno riempito di dubbi l’opinione pubblica.

Una cosa è certa: vi sono legami, ancora parzialmente da definire, fra l’eversione di destra e la stagione delle stragi.

Sarebbe, però, un grave errore accettare l’ipotesi secondo cui tutte le stragi siano da ricondurre a un’unica matrice e a una sola strategia: l’analisi dei singoli attentati, attraverso piste e depistaggi, ci dice, anzi, che ognuno ha seguito una logica precisa e una dinamica diversa, benchè, evidentemente, il brodo di cottura in cui si sono realizzati sia quasi sempre quello di una cooperazione tra neofascisti e servizi segreti.

Come si è già detto, forse piazza Fontana fu un drammatico errore; piazza della Loggia sembra più una sorta di avvertimento, fatto dai neofascisti a qualcuno; Bologna, poi, meriterebbe da sola un intero capitolo, con la condanna dei NAR, che non convince quasi nessuno, e i contatti tra governo italiano e palestinesi, e tra FPLP e Separat, l’organizzazione terroristica del famigerato Carlos, dopo l’infrazione degli accordi noti come “Lodo Moro”.

Insomma, una storia ancora in larga parte da scrivere e che il recentissimo segreto di Stato, rinnovato fino al 2028, sulle carte dei servizi segreti provenienti da Beirut, rende ancora più misteriosa e sospetta.

Comunque, per dire in breve, le organizzazioni terroristiche fasciste, fino al 1977, furono quelle legate allo stragismo e ai rapporti ambigui e biunivoci con i servizi segreti.

Storia diversa, invece, hanno i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), protagonisti di feroci esecuzioni, più simili alla tattica dei brigatisti rossi: i NAR, nati a Roma da un gruppo di ex militanti missini, che ritenevano troppo blanda la reazione del partito davanti all’assassinio di numerosi giovani neofascisti, sparavano a magistrati, uomini dello Stato, avversari politici, con spietata freddezza.

Erano nati come una sorta di reazione all’uccisione di giovani militanti, a Roma, che aveva assunto proporzioni drammatiche, dopo la strage di Acca Larentia, ma, ben presto, Fioravanti e camerati si trasformarono in un vero e proprio partito armato, con obbiettivi sempre più ambiziosi (come, ad esempio, un attentato a Cossiga, con armi pesanti).

La morte di alcuni terroristi, durante rapine o in scontri a fuoco con le forze dell’ordine, e l’arresto dei capi, pose fine all’attività dei NAR, che, entro il 1982, in pratica scomparvero. Resta da dire di Terza Posizione, che non fu un gruppo terroristico vero e proprio, bensì un movimento borderline, che affiancò, su posizioni assai diverse e con molta distanza anche dalla destra missina, l’attività di autodifesa dei primi NAR.

Si trattava di un movimento che si muoveva nei quartieri romani, dopo la terribile stagione degli omicidi politici del 1977, e che aveva una struttura militare, allo scopo di combattere i propri nemici naturali, uguali e contrari, che erano gli uomini dell’Autonomia romana, ma non di un’organizzazione eversiva in senso stretto.

Qui si conclude questa brevissima analisi, ridicolmente succinta, rispetto alla vastità e complessità dell’argomento: chi avesse il desiderio di approfondire questi temi e gli altri trattati nelle cinque puntate di questa rubrica agostana, può farlo accedendo (gratuitamente) al pdf del mio libro “Da Yalta all’11 settembre”: basta iscriversi al gruppo Facebook “Marco Cimmino Archivio Internet”.

* Marco Cimmino è uno storico militare: ha scritto, sulla storia del secondo dopoguerra, un saggio: Da Yalta all’11 settembre, per le edizioni de Il Cerchio. Tra le sue opere più recenti, Breve storia della prima guerra mondiale, 2 voll., Gaspari, 2018 e La battaglia dei ghiacciai, Mattioli, 2017, entrambe finaliste al premio Acqui Storia. Per Bergamonews ha curato la rubrica “Pillole di Grande Guerra”.

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