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L'inquietudine dei docenti: esasperazione di un malessere che precede il virus - BergamoNews
Aspettando settembre

L’inquietudine dei docenti: esasperazione di un malessere che precede il virus

Un'estate in attesa che dall'alto (da ministri, funzionari, istituzioni, esperti, classe dirigente, amministratori locali…) giungessero provvedimenti, nel logorio di un'incertezza talmente prolungata, che in nessuna azienda privata si è vista. Così i docenti non sono stati chiamati a dare il meglio: a dare pensiero!

Il ‘vanverismo pedagogico’ (cioè la tendenza a parlarte di educazione facendo appello a luoghi comuni, stereotipi ed esperienze personali) per cui chiunque discetta di metodi e didattica, sarebbe sufficiente per mortificare qualunque professionalità. Ma non è questo il punto di partenza del malessere.

Potremmo dare la colpa alle carenze strutturali e alle condizioni pessime di molte scuole. Ma si può insegnare con entusiasmo e bene, anche con pochi strumenti e molta competenza professionale.

Potremmo fare analisi sociologiche, ma eviterò vanverismo, per sentito dire, in campi che non mi appartengono.

E allora cos’è l’inquietudine che serpeggia in questa ultima settimana d’agosto?

C’è una dimensione professionale, che non riguarda le discipline, l’educazione, il rapporto con studenti e famiglie, ma il ruolo del docente come lavoratore: la classe insegnante cui non viene riconosciuta, a nessun livello, l’intelligenza per produrre un pensiero sull’organizzazione, i tempi, i modi, i contenuti di ciò che fa. Ed è un ben triste destino che a un così numeroso gruppo intellettuale (dalle scuole per l’infanzia all’università) non sia riconosciuta la capacità di creare modelli, sviluppare proposte, sperimentare innovazione…

Questo accade da sempre, ma con la pandemia l’intraprendenza è stata rimessa in gioco. Perché il “compito di realtà” ha costretto tutti ad attivarsi in prima persona.

Il virus ci ha distanziati. E la distanza ci ha consentito di porci domande sul senso del nostro lavoro. E domande se le sono poste gli utenti.

Ovviamente, come ogni compito di realtà, lo stravolgimento dell’anno scolastico ha dato esiti e percorsi diversi ed ha prodotto anche errori e situazioni quasi deliranti. Ma è stato un momento di sincerità della scuola.

Pecche e risorse lì a vedersi. Un buon punto da cui ripartire. Mettendo a frutto le energie liberate, correggendo i ritardi didattici e quelli tecnologici, promuovendo le buone pratiche.

Sfruttando la meravigliosa proliferazione delle relazioni informali, empatiche e affettive ( anche conflittuali ma vive) creatasi tra famiglie e insegnanti nel ciclo primario e le nuove occasioni di consapevolezza nel rapporto studenti/ professori nelle secondarie.

C’erano slancio e disponibilità, maggior coscienza dei limiti, desiderio di fare meglio. Riscatto dal malessere atavico, mentre il virus impegnava tutti a combattere.

E c’era anche attenzione da parte di genitori e ragazzi. Aspettativa. Occorreva premiare, correggere, incentivare. Aprire un’era di innovazione dei modelli di studio. Interrogarsi sui riti ormai usurati come i compiti a casa e le lezioni private.

Invece niente.

Un’estate in attesa che dall’alto (da ministri, funzionari, istituzioni, esperti, classe dirigente, amministratori locali… le cui ondivaghe dichiarazioni hanno tolto ai cittadini parecchia fiducia) giungessero provvedimenti, rispetto ai quali è richiesta una mera presa d’atto esecutiva. Nel logorio di un’incertezza talmente prolungata, che in nessuna azienda privata si è vista.

Così i Docenti di tutti gli ordini scolastici e universitari, non sono stati chiamati a dare il meglio: a dare pensiero! Ma solo buona volontà. Adattamento.

Associati in questo perversamente ai loro stessi studenti, secondo un modello arcaico per cui la tradizione deve essere ripristinata malgrado la bocca di tutti sia piena di parole nuove.

Ma quanto si può fare scuola vecchia anche con i computer più avanzati e gli inglesismi!

E a questo disagio di fondo si aggiunge oggi un timore nuovo. Di essere screditati se si pone la questione di salvaguardia della propria salute insieme a quella degli studenti.

Mentre si avvicina il primo di settembre senza un protocollo preciso rispetto alla gestione dei minori che dovessero presentare improvvisi sintomi a scuola, senza che sia risolta la contraddizione tra il malessere dei ragazzi costretti alla mascherina e il rischio dei docenti chiusi con loro in un’aula.

Quanto è avvilente non potere dare il meglio di sé professionalmente e altrettanto essere costretti, dal discredito che ne deriva, a rinunciare alla ricerca di soluzioni utili anche per la tutela del benessere proprio e degli studenti.

Potevano viaggiare insieme innovazione della Scuola e risposte alla pandemia.

Siamo disposti a sperimentare nuovi modelli di mobilità dolce con le corsie condivise tra biciclette e auto, o il lavoro agile che trasforma i tempi della città, ma parlando di scuola imperano, con la complicità di tutti, solo banchi, rotelle, schermi protettivi, tablet, improbabili distanziamenti delle ‘rime buccali’, avendo in testa di riprodurre il modello delle lezioni di 30 anni fa.

*Insegnante

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