Il Covid e il dolore: in un libro la lotta per la vita all'ospedale di Bergamo - BergamoNews
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Il Covid e il dolore: in un libro la lotta per la vita all’ospedale di Bergamo

Il libro "Luca: Bergamo", scritto da monsignor Luigi Ginami e Giulia Cerqueti, giornalista di Famiglia Cristiana, racconta la sofferenza ma anche la solidarietà e la passione nella battaglia contro il Coronavirus

L’impatto della pandemia da Covid-19 sulla vita di ognuno di noi è stato fortissimo. Bergamo è stata epicentro dell’emergenza sanitaria e l’ospedale Papa Giovanni XXIII l’ha affrontata in prima linea con una grande prova di passione da parte dei medici.

Questi mesi segnati da sofferenza, lutti e paura ci hanno portato a vedere il dolore tra noi e ad avvertire una fragilità che la nostra società non era abituata a considerare ma anche lo strazio di morire soli, senza la vicinanza delle persone care, che è stato uno degli aspetti più strazianti del Coronavirus, come ha rilevato il dottor Luca Lorini, direttore del dipartimento di emergenza dell’ospedale di Bergamo.
Un’esperienza come questa non ci potrà non rendere più sensibili alla sofferenza lontana e vicina a noi perchè per ricominciare come prima, ci vuole una seria e commossa meditazione sulla realtà. Sono questi i temi al centro del libro “Luca: Bergamo“, scritto da monsignor Luigi Ginami e Giulia Cerqueti, giornalista di Famiglia Cristiana.

Pubblichiamo la presentazione di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

UNA SERIA E COMMOSSA MEDITAZIONE SULLA REALTA’

Questo piccolo libro è un instant book: a caldo sulla frontiera dell’epidemia di coronavirus a Bergamo, specie dall’osservatorio dell’ospedale Giovanni XXIII, di cui abbiamo sentito parlare molto in queste settimane. L’ospedale è luogo di cura, ma anche di dolore. Lo sappiamo tutti. Lo sanno le associazioni, intitolate a Santina Zucchinelli, che hanno promosso questo libro. Conosciamo i dolori personali e privati. Ma un dolore, così forte e opprimente, lo avevamo visto solo in aree lontane del mondo: nelle grandi periferie umane del Sud, dove si vive con niente e si muore per niente, dove manca la cura e il necessario per sopravvivere.

Spesso il nostro mondo opulento (non tutto) ha chiuso persistentemente gli occhi sui grandi dolori del mondo. Tanto dolore vissuto nelle nostre terre non ci potrà non rendere più sensibili alla sofferenza lontana e vicina. Perché in questo mondo globale –si vede bene in questi giorni- non ci sono frontiere. La realtà di questa pandemia ha portato a vedere il grande dolore tra noi. Bergamo, con il Giovanni XXIII, è stato una frontiera dolente della battaglia tra la vita e la morte.

Luca Lorini, direttore del dipartimento di emergenza del Giovanni XXIII, rivela uno degli aspetti più terribili di queste settimane: “Forse lo squallore più forte della morte è morire soli”. La solitudine è sempre una povertà in più. Lo avevamo dimenticato nella nostra società opulenta, dove tanti, troppi, specie anziani, sono lasciati soli. E la solitudine diventa insopportabile, quando si è deboli, malati, non autosufficienti. Aggiunge un infermiere, Filippo, a contatto con i malati di Covid 19: “Questa è la malattia della solitudine…”. E poi osserva, quasi con un doloroso sospiro: “Tanti, ma tanti, anziani!”.

Sì, tanti anziani si sono ammalati e troppi sono morti. Don Angelo, un parroco di Bergamo, racconta la perdita dell’anziano padre e la malattia della madre. La morte di tanti anziani ha rivelato una fragilità strutturale della nostra società: la condizione degli anziani più fragili. Soprattutto quelli istituzionalizzati. L’OMS ha dichiarato che più del 50% dei decessi riguarda anziani negli istituti. L’istituzionalizzazione, che dovrebbe essere un’eccezione, è divenuta nelle nostre società –per molti motivi- una consuetudine. E, in istituto, si muore molto di più –lo si è visto- e si vive male, anche in quelli che offrono condizioni di vita accettabili. E’ tutta una tematica da ripensare.
Bisogna lasciarsi prendere dal dolore di questi giorni, se vogliamo ricominciare a vivere e progettare il futuro, tenendo conto delle lezioni di questa pandemia. Non si può, con la fase 2 e le successive, ricominciare come prima. Ci vuole una seria e commossa meditazione sulla realtà: “Una generazione è stata dimezzata. E’ stato uno tsunami che ha travolto tutti” –afferma Emmanuele Berbenni, un medico di famiglia, uno di quegli operatori sanitari di base così necessari e forse troppo trascurati in un sistema che ha privilegiato le istituzioni ospedaliere. Tanto che il medico lamenta che ancora non gli è stato fatto il test del Covid-19. “Una generazione dimezzata…”: non lo si può dimenticare. Il dolore non si può archiviare, ma deve diventare anima di una visione rinnovata del futuro. Come aiutare gli anziani a restare a casa loro? E’ un grande tema del futuro. E poi c’è una sanità di base da ripensare, insieme a tante altre questioni…

La commozione è tanta e pervade tutte le pagine del libro. Caterina Simon, cardiochirurga al Giovanni XXIII, dice: “Alla morte, da medico, sei abituato. A vedere andar via un così alto numero di persone in poche ore no”. Il direttore Lorini parla di un “piangere dentro”. Tanta sofferenza dei malati e di chi è stato loro vicino deve far maturare la nostra società. L’epidemia non è solo un temporale che passerà, ma una rivelazione delle debolezze umane e strutturali del nostro vivere sociale. Non ascoltare questa grande e questa dolorosa lezione sarebbe un errore storico. Vale anche per la Chiesa. Lo dice don Angelo: “La Chiesa è stata costretta a fermarsi”. Non si potrà ricominciare, dicendo: heri dicebamus. Non si potranno riprendere, come li abbiamo lasciati, i piani e le linee guida di ieri o le attività come sempre. Bisogna capire quest’umanità ferita dalla pandemia: dialogare con le donne e gli uomini, gli anziani e i bambini, che hanno fatto la grande traversata. Questo mi pare il senso di questo libro.

Andrea Riccardi

Per visualizzare la copia elettronica del libro clicca qui.

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