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L'altolà di Marinoni: "Si fanno più tamponi ma il problema resta l'organizzazione" - BergamoNews
Coronavirus

L’altolà di Marinoni: “Si fanno più tamponi ma il problema resta l’organizzazione”

Il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo, illustra le priorità per evitare rischi nel caso si verificasse un aumento dei contagi

“Fortunatamente è intervenuto il Gruppo San Donato per effettuare i controlli a chi è tornato dalle vacanze in Paesi a rischio, altrimenti saremmo andati in crisi coi tamponi un’altra volta”. Facendo questo esempio il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo, lancia un monito spiegando che “adesso si possono fare più tamponi ma dal punto di vista dell’organizzazione non è cambiato molto”.

In modo particolare, indica due priorità per evitare rischi nel caso si verificasse un aumento dei contagi: rafforzare la medicina territoriale e il dipartimento di igiene e prevenzione di Ats. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

Come stanno andando le operazioni di rilevamento del virus?

In questo momento il numero dei sintomatici è piuttosto contenuto e i controlli stanno procedendo sostanzialmente bene. Il tracciamento inizia quando un individuo che manifesta dei sintomi da Covid viene segnalato: si rintraccia chi è stato a contatto con lui e si individuano anche gli asintomatici che vengono isolati. Le persone che stanno tornando dalle vacanze trascorse in Paesi a rischio, invece, vengono controllate tutte e quindi sono identificate anche se asintomatiche. Ad eccezione di qualche disguido burocratico, adesso tutto sta funzionando, ma se i casi dovessero diventare tanti non so se sarebbe lo stesso.

Stavolta avremmo i tamponi per un’eventuale nuova ondata di contagi?

Penso che questa volta la potenzialità di svolgere le analisi ci sia, il problema è l’organizzazione e non è un aspetto di poco conto: l’attività di coordinamento che fa capo all’Ats e al dipartimento di igiene e prevenzione è fondamentale.

E com’è la situazione?

Secondo me siamo come prima con la differenza che adesso c’è la possibilità di effettuare un maggior numero di tamponi. Dal punto di vista organizzativo non è cambiato molto: ne è esempio il fatto che – fortunatamente – per svolgere i controlli a chi è arrivato all’aeroporto di Orio è stato necessario l’intervento del Gruppo San Donato, che dovremmo ringraziare. Si parla di una dimensione relativamente piccola ma se le cose dovessero andare diversamente non basta avere la possibilità di eseguire i tamponi ma è necessaria un’organizzazione territoriale.

Quali sono le priorità?

È necessario potenziare i medici di medicina generale: bisogna fare di tutto per formarli rapidamente, farli lavorare e favorire il loro inserimento nelle aree cosiddette disagiate, che ne sono carenti. Non si tratta necessariamente di paesini in cima a una montagna: anche nella Bassa ci sono aree isolate. Nei Comuni in cui non si trovano, per esempio, si potrebbe pagarli di più oppure mettere a loro disposizione servizi, personale e locali o almeno provarci. In linea di massima un giovane medico preferisce inserirsi in uno studio condiviso con altri medici con la possibilità di dividere le spese e magari riuscire ad avere un’infermiera, sostituirsi fra i colleghi e discutere casi clinici con loro in caso di dubbi piuttosto che lavorare da solo in un paesino sperduto dove deve far fronte alle spese del proprio ambulatorio – ammesso che ne trovi uno – e non riesce a pagare del personale che possa affiancarlo. Anche prevedere affitti agevolati aiuterebbe.

Potrebbero farlo i Comuni?

Si e andrebbe benissimo, ma non è facile considerando che hanno risorse limitate. Sono investimenti che spetterebbero alla sanità perché – per quanto possibile – rafforzerebbero il sistema. Se cominciamo a dire che non ci sono i medici di base siamo sconfitti in partenza: i laureati in medicina ci sono, il corso di formazione in medicina generale dura tre anni e possono iniziare a inserirsi mentre lo stanno frequentando. I problemi derivano dal numero limitato dei posti al corso – che ora è aumentato – e dai ritardi nella pubblicazione dei bandi, ma sembra che questo tema interessi solo i cittadini e i sindaci perché vivono in primis il problema, mentre chi elabora la programmazione sanitaria, non se ne importa. Sull’argomento non c’è una responsabilizzazione della Regione che si preoccupa che ci siano l’ospedale e il pronto soccorso e non di questa problematica. Un altro versante su cui porre l’attenzione, poi, è il dipartimento di igiene e prevenzione di Ats.

Cosa intende?

Deve gestire l’organizzazione delle vaccinazioni, anche dell’antinfluenzale che viene svolta dai medici di medicina generale. La legge 23 ha previsto che il dipartimento sia all’interno dell’Agenzia di Tutela della Salute (Ats) però non ha nell’Ats la parte erogativa: il front office e chi effettua le vaccinazioni sono nell’Asst e se non c’è un’Ats forte in grado di coordinare le Asst si rischia di avere intoppi. Prima dell’approvazione della legge 23 tutto rientrava nell’Ats e funzionava in modo più lineare. Un altro compito del dipartimento è l’esecuzione di tutti i tracciamenti: il medico di medicina generale segnala chi ha sintomi ma il provvedimento di isolamento deve essere formalizzato dal dipartimento, il medico segnala le persone con cui il paziente è entrato in contatto ma il dipartimento deve approfondire le indagini sull’ambiente lavorativo e scolastico e anche qui c’è il dualismo tra Ats e Asst con il servizio suddiviso fra queste due realtà. In una situazione tranquilla come prima del Coronavirus o adesso il sistema funziona ma quando è sotto stress risulta debole. In ogni caso, i dipartimenti andrebbero potenziati in termini di personale e risorse perchè sono sempre la Cenerentola del sistema.

È un monito in vista dell’autunno?

Tutti dicono che abbiamo strumenti meravigliosi per affrontare il Coronavirus ma non ho capito quali siano. Ci sono trattamenti che si possono effettuare quando una persona è ricoverata e versa in gravi condizioni, c’è un approccio migliore per i pazienti ospedalizzati ma per tutte le persone che avranno i sintomi e saranno a casa non ci sono molti strumenti di terapia. Nella medicina territoriale non sono stati compiuti grandi passi in avanti se non a livello di presa di coscienza del problema che comunque è importante per usare meglio le poche risorse che abbiamo. Cure da somministrare sul territorio non ce ne sono ancora: l’idrossiclorochina a quanto sembra non ha dato i risultati sperati, gli antibiotici hanno senso nelle sovrainfezioni e l’eparina è utile in una fase più avanzata della malattia.

Quindi è preoccupato?

Vorrei vedere chi non lo è. Spero che vada tutto bene ma non bisogna dare nulla per scontato altrimenti corriamo più rischi. L’efficienza degli ospedali è importante e bisogna riuscire a ricoverare le persone in tempo ma il contenimento della diffusione del virus si realizza con il tracciamento, l’isolamento dei positivi e la sorveglianza domiciliare: se i casi sono meno tutto funziona meglio.

Per concludere, quando si parla di Coronavirus c’è chi sembra allarmista e chi ottimista: cosa ne pensa?

In realtà tutti gli esperti dicono la stessa cosa: al netto di come si esprime ognuno, sono concordi sulla necessità di mantenere le protezioni individuali, rispettare il distanziamento e fare i tracciamenti. Inoltre va considerato che indossando la mascherina e osservando la distanza non solo il Coronavirus ma anche la normale influenza e gli altri virus circoleranno meno.

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