Gli anni di piombo, l'Italia nel mirino dei terroristi politici - BergamoNews
1945-2020

Gli anni di piombo, l’Italia nel mirino dei terroristi politici

Già molto prima degli anni di piombo, in Italia, vi erano strutture di carattere eversivo o clandestino, che operavano fuori della legalità.

Poiché in questo succinto intervento affronteremo l’esame dei cosiddetti “anni di piombo”, ovvero del periodo più controverso, divisivo e tuttora largamente oscuro della storia repubblicana, è bene premettere alcune informazioni.

Innanzitutto, dato che è materialmente impossibile condensare un simile cumulo d’informazioni in uno spazio così ristretto, ci atterremo ad un’estrema sintesi: lo sappia il lettore e ne tenga conto.

In secondo luogo, la fonte principale per questa sintesi saranno gli atti della commissione stragi della XIII legislatura: la fonte è pubblica, per chi volesse approfondire l’argomento. Per ragioni di chiarezza, divideremo questo articolo in due diverse uscite, dedicate al terrorismo di sinistra e al terrorismo di destra: e anche qui ci scusiamo per le terribili semplificazioni.

Riferendoci al terrorismo di sinistra, il primo dato che emerge dai lavori della commissione stragi riguarda l’esistenza di due diversi apparati clandestini, nel secondo dopoguerra: uno, noto come “Stay Behind”, creato dallo Stato per organizzare un’eventuale resistenza in caso di invasione sovietica o di rivoluzione comunista e l’altro, noto come “Gladio Rossa”, nato come organismo di autodifesa e di attività preinsurrezionale, messo in piedi dal PCI.

Insomma, già molto prima degli anni di piombo, in Italia, vi erano strutture di carattere eversivo o clandestino, che operavano fuori della legalità. Non si tratta di uno scherzo: secondo gli USA, alla fine degli anni Quaranta, il PCI poteva contare su circa 40.000 uomini equipaggiati con armi automatiche e addestrati. Alcune di queste armi avrebbero sparato negli anni Settanta e Ottanta. Si tratta di un filo rosso che, fatti i debiti distinguo, unisce la guerra civile, le organizzazioni partigiane e il terrorismo rosso: filo confermato da testimonianze di ex terroristi, che, oggi, è inutile negare per una sorta di difesa del dogma.

A partire dal 1955, le notizie su questa organizzazione paramilitare andarono scemando e, per converso, aumentarono esponenzialmente i ritrovamenti di depositi di armi, ormai, evidentemente, ritenute inutili. Il legame fra queste strutture, legate a Mosca e il nuovo insurrezionalismo giovanile, maturato, come abbiamo visto, a partire dalla metà degli anni Sessanta, è rappresentato da una delle figure più interessanti dell’eversione italiana: Giangiacomo Feltrinelli. Figlio di uno degli uomini più ricchi d’Italia, spesso rappresentato come un nababbo dedito per hobby alla rivoluzione, in realtà Feltrinelli fu un elemento fondamentale del terrorismo internazionale: attento organizzatore di legami e rapporti fra le varie realtà rivoluzionarie mondiali, nonché fondatore dei GAP, che, già nel nome, rimandavano al terrorismo partigiano e alla bomba di via Rasella.

Va detto che, in quel periodo, più di 500 aspiranti terroristi italiani passarono per i campi d’addestramento del KGB in Cecoslovacchia, compreso qualche nome illustre: l’attività di Feltrinelli comprendeva, probabilmente, anche questo genere di contatti. Feltrinelli morì il 14 marzo 1972, mentre minava un traliccio, a Segrate: morte rimossa dalla storia e mai del tutto chiarita, nelle modalità e nelle conseguenze.

Va detto che le BR (Brigate Rosse), al contrario, non ebbero, certamente, un’origine “sovietica”: si trattò, anzi, di una sorta di germinazione spontanea, in cui un sentimento rivoluzionario piuttosto diffuso negli anni Sessanta, trovò basi ideologiche nella predicazione universitaria dei cosiddetti “cattivi maestri” e sostegno politico nei consigli di fabbrica e nei collettivi. Un fenomeno a pelle di leopardo, insomma e non un’organizzazione centralizzata di stampo stalinista. Perché va detto che, negli anni di piombo, il terrorismo di sinistra godette di un impressionante favore negli ambienti dell’extraparlamentarismo di sinistra, che, spesso, si rese colpevole di vero e proprio favoreggiamento.

Non a caso, la morte politica delle BR si dovette all’uccisione del coraggioso sindacalista genovese Guido Rossa, assassinato, nel gennaio 1979, per avere denunciato le connivenze con i terroristi all’interno della fabbrica. Insomma, nate per lottare al fianco del proletariato, le Brigate Rosse, alla fine, vennero isolate proprio dal proletariato, a dimostrazione del gigantesco equivoco che le animava: i brigatisti credevano di essere l’avanguardia della rivoluzione e, invece, erano degli sradicati autoreferenziali.

Questi sradicati, fra il 1974 e il 1988, hanno assassinato almeno 86 persone, in maggioranza uomini delle istituzioni. Oltre che dal loro isolamento, le BR vennero sconfitte dalle nuove tecniche antiterrorismo, come quelle elaborate dal generale Dalla Chiesa e dalle leggi sui pentiti, che diedero un colpo terribile alle organizzazioni terroristiche: spesso, i terroristi, per ottenere sconti sensibili di pena, appena catturati facevano nomi e cognomi dei loro compagni. La verità, però, è che, quando, nel 1978, le BR alzarono il tiro, con il sequestro e l’uccisione del presidente della DC (Democrazia Cristiana), Aldo Moro, e portarono l’attacco al cuore dello Stato, lo Stato cominciò a fare sul serio, dichiarando loro guerra: di qui derivò tutto il resto.

Storia diversa è quella dell’altra importante organizzazione terroristica di sinistra, ovvero Prima Linea: a differenza delle BR, gli uomini e le donne di Prima Linea non vivevano quasi mai in clandestinità, ma operavano mantenendo le proprie abitudini e la propria attività. Sviluppatasi soprattutto nel nord, PL nacque, nel 1976, dai servizi d’ordine dei gruppi extraparlamentari (il nome Prima Linea deriva proprio di lì), e ne mantenne, per certi versi, le caratteristiche un po’ guascone, che furono parte del cosiddetto “movimento del ‘77”.

Questo non impedì ai piellini di ammazzare 16 persone in sette anni e di compiere un centinaio di attentati, facendo di PL il secondo gruppo terrorista italiano dopo le BR. I pentiti e l’azione delle forze dell’ordine diedero il colpo di grazia all’organizzazione e portarono a un enorme processo, che si tenne a Bergamo nel 1982.

Prima Linea si sciolse di fatto, nel 1983 e, ufficialmente, quattro anni dopo. Va solo aggiunto che, se il terrorismo fu la punta dell’iceberg, sott’acqua ribollì per decenni una terribile violenza politica, che si concretizzò in migliaia di episodi, che la storia trascura perché insignificanti rispetto ai grandi eventi terroristici: episodi che, però, sono ancora ben vivi nella mente delle vittime, di destra come di sinistra. Anche per questo, ancora oggi, esiste una storia divisiva, che gli ex nemici non vogliono accettare come comune: finché sarà così, non ne usciremo, purtroppo.

** Marco Cimmino è uno storico militare: ha scritto, sulla storia del secondo dopoguerra, un saggio: Da Yalta all’11 settembre, per le edizioni de Il Cerchio. Tra le sue opere più recenti, Breve storia della prima guerra mondiale, 2 voll., Gaspari, 2018 e La battaglia dei ghiacciai, Mattioli, 2017, entrambe finaliste al premio Acqui Storia. Per Bergamonews ha curato la rubrica “Pillole di Grande Guerra”.

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