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I giovani fanno i giovani: la comunicazione non li ha coinvolti - BergamoNews
Discoteche e movida

I giovani fanno i giovani: la comunicazione non li ha coinvolti

Non tutti hanno condiviso la scelta del governo, soprattutto coloro che volevano divertirsi consapevolmente, eppure, nonostante i contagi ancora presenti, i giovani hanno adottato il “comportamento della seconda ondata”.

Nell’ultimo mese l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha rilevato che dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 l’età media dei positivi al tampone è scesa da 61 a 46 anni. È stato inoltre registrato un boom di contagi tra gli under 18 che ha superato il 10% del totale. Dall’inizio della “Fase2” dell’epidemia si è discusso sui giovani e la movida, ma solo questi dati hanno spinto il governo alla decisione di chiudere le discoteche e le sale da ballo su tutto il territorio nazionale suscitando reazioni contrastanti.

La decisione pare sensata. Come sostenuto dall’infettivologo Amesh Adalja del Johns Hopkins Centre for Healt Security di Baltimora in un’intervista al Guardian, è difficile rispettare la norma del distanziamento sociale in locali affollati dove ci si reca con lo scopo di socializzare e dove soprattutto c’è il rischio che l’assunzione di alcool abbassi le inibizioni.

Alla luce di tutto questo, la discussione non deve fermarsi solamente alle discoteche aperte o chiuse, movida sì o movida no, ma bisogna domandarsi come mai le giovani generazioni adottino maggiormente quello che gli esperti definiscono “comportamento della seconda ondata”, ovvero il ritorno alle abitudini pre-pandemia.

Durante il lockdown, tra il 9 e il 20 Marzo, il Laboratorio Adolescenza in collaborazione con l’istituto IARD ha condotto un’indagine su come il Coronavirus fosse vissuto dai giovani italiani concentrandosi su quattro temi: preoccupazione e timori, informazione, disposizione delle autorità pubbliche e quotidianità. I risultati della web survey, alla quale hanno risposto 3185 soggetti, mostrano che i livelli di preoccupazione e ansia erano diminuiti con il passare dei giorni. Osservando la cartina dell’Italia i giovani più preoccupati erano paradossalmente i residenti nelle regioni del centro-sud, dove la pandemia era meno presente. Infatti a scatenare i timori più grandi sono i pericoli sconosciuti e invisibili. Non appena ha la possibilità o l’illusione di poter controllare la situazione, il soggetto è infatti capace di far posto a nuove strategie di adattamento sentendosi sempre meno in pericolo, esattamente come è successo ai giovani residenti nelle zone maggiormente colpite.

Responsabile del ritorno dei giovani alla vita notturna pre-Covid è stata la diversa percezione del rischio favorita dalle affermazioni riguardo la presunta minore pericolosità del Coronavirus in estate. Viene da chiedersi, come suggerisce l’epidemiologo dell’OMS Oliver Morgan, se e quanto le istituzioni sanitarie, i governi e gli esperti siano stati capaci di lanciare messaggi che coinvolgessero anche i giovani nella battaglia contro il Covid-19.

Insomma, i giovani, percependosi meno vulnerabili, hanno continuato a “fare i giovani”, frequentando luoghi dove poter stare con i pari, conoscere partners e sfogare energie e tensioni attraverso il ballo e la musica, comportamenti tipici e considerati importanti per il loro sviluppo che sono stati interrotti già dai primi giorni dell’emergenza sanitaria.

In questa estate a metà, i giovani volevano continuare a essere giovani a volte, purtroppo, mostrandosi meno prudenti e responsabili ed è questa ragione che ha condotto il governo alla drastica scelta di chiudere le porte e spegnere la musica. Condivisibile o no, a pagarne le conseguenze saranno coloro, dai gestori ai giovani, che desiderosi di tornare alla normalità erano riusciti a pensare ad un divertimento responsabile.

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