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Il '68, crocevia di crinali che ha diviso due epoche - BergamoNews
1945-2000

Il ’68, crocevia di crinali che ha diviso due epoche

Il movimento studentesco, perlomeno agli inizi, non fu caratterizzato da un’appartenenza politica di sinistra dei manifestanti e, fu anzi, piuttosto trasversale. Si trattò di una rivolta contro le regole troppo rigide del mondo borghese

Uno dei miti più duraturi e, per certi versi, più storicamente confusi è quello del ’68: ancora oggi, si tratta di una data iconica, più che di un anno come tutti gli altri. In qualche misura, si tratta di una di quelle date che, per lo storico, si trasformano in crocevia, in crinali che dividono, nettamente, due epoche: un po’ come il 1492 o il 1789. Questo, perché certi anni diventano simboli convenzionali e rappresentano le svolte epocali della nostra storia.

Ora, non esageriamo: il ’68 non ha segnato un cambiamento così radicale, tuttavia, un po’ come per la rivoluzione francese, dopo le cose non sono state più le stesse, nel bene e nel male.

Per qualcuno, soprattutto nel bene: per chi vede nelle rivolte studentesche l’inizio di una nuova partecipazione democratica, in tutti gli ambiti sociali. Viceversa, per altri, il ’68 fu una specie di malattia: la sessantottite, che, ancora oggi mostra i suoi danni nella nostra società.

Come spesso accade, sia i detrattori che gli incensatori del ’68 esagerano: ciò che accadde, prima, dopo e durante la ribellione degli studenti di mezza Europa fu un fenomeno storico ben analizzato e valutato con sufficiente chiarezza, a condizione di astenersi da giudizi di parte o da valutazioni teleologiche, e di questo cercheremo di parlare, in questa terza puntata del nostro viaggio.

Cominciamo con lo sfatare due leggende sul ’68: per prima cosa, il movimento studentesco, perlomeno agli inizi, non fu caratterizzato da un’appartenenza politica di sinistra dei manifestanti e, fu anzi, piuttosto trasversale. Si trattò di una rivolta contro le regole troppo rigide del mondo borghese, che, spesso, prese un po’ la mano dei rivoltosi: ma non fu affatto un’insurrezione proletaria. Perfino Frank Zappa ebbe polemicamente a dire che, in fondo, i ribelli volevano solo tornare a casa più tardi la sera.

In secondo luogo, il punto di riferimento degli studenti di sinistra, che nel ’68 furono certamente elemento maggioritario, non fu affatto l’URSS, che, allora, incombeva sui partiti comunisti europei e veniva vista come un regime totalitario e oppressivo, da moltissimi giovani: i modelli che il ’68 propose furono assai diversi, a partire dal terzomondismo cubano, dal maoismo cinese e, in generale, da tutti quei movimenti a cavallo tra marxismo e decolonizzazione, di cui abbiamo detto nell’intervento precedente. Mao Dse Dong, Che Guevara, Ho Chi Minh, erano assai popolari tra i manifestanti di sinistra, a differenza dei tetri rappresentanti della Nomenklatura sovietica.

Gli intellettuali leggevano Marcuse, non Lenin e ammiravano le lotte antisegregazioniste di Martin Luther King e di Malcolm X: l’America kennediana non veniva percepita come olimpo capitalistico, ma come un’opportunità per la democrazia. Non a caso, la prima scintilla della ribellione partì proprio dai grandi campus americani, con la rivolta di Berkeley, nel settembre 1964: pacifismo, hippies, ciclostile e volantini, sit-in, assemblee, insomma, tutto il repertorio che divenne usuale, durante le occupazioni studentesche del 1968, videro il loro banco di prova nell’università di Los Angeles.

Il ’68 non affonda le proprie radici nella rivoluzione d’ottobre, quanto in quella di settembre: i suoi genitori sono americani, californiani, dems e non russi. Fu a Berkeley che nacque la “New Left”.

La scintilla, in Europa, com’è noto, scoccò in Francia, la capofila del movimento studentesco: il “Maggio” francese, con tutto il suo corollario di musiche, luci e colori, fu, tuttavia, soprattutto all’inizio, una protesta scolastica, mirata ad impedire l’entrata in vigore di un progetto di scuola decisamente classista, denominato “Plan Fouchet”. Di lì, però, la protesta di diffuse ed assunse, via via, sempre più caratteristiche insurrezionali, mano e mano che si spandeva per il Vecchio Continente.

In Italia, vi erano già stati i “primi vagiti del Sessantotto”, fin da due anni prima, con la famosa inchiesta sulla sessualità dei sociologi trentini, e l’occupazione della facoltà di sociologia da parte degli studenti, ambiente da cui uscirono diversi leader delle future Brigate Rosse. Ne derivò tutta una serie di occupazioni di facoltà, che, al di là di certa retorica che le accompagnava, denunciavano un malessere profondo nel mondo studentesco italiano.

Finchè, il 1° marzo 1968, non si arrivò alla “battaglia di Valle Giulia”, ossia al primo, importante, scontro di piazza tra studenti e forze dell’ordine, con arresti e numerosi feriti. Poca favilla gran fiamma seconda: a maggio, tutti gli atenei, tranne l’università Bocconi, erano occupati dagli studenti in rivolta.

Ben presto, la trasversalità della protesta svanì e il movimento assunse le caratteristiche di un’enorme sollevazione di sinistra, frammentandosi in una miriade di gruppuscoli politici.

Contemporaneamente, le fortissime tensioni sociali diedero vita a una forte protesta dei lavoratori, che, ben presto, da parallela a quella studentesca, vi si mescolò, nel cosiddetto “autunno caldo”. La situazione stava rapidamente precipitando, quando a Milano, il 12 dicembre 1969, esplose la prima bomba della stagione stragista: quella di piazza Fontana. Il ’68 si stava trasformando, suo malgrado, in qualcos’altro. Di questo parleremo nella prossima puntata, dedicata agli anni di piombo.

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