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Bretton Woods, il dollaro e le basi economiche del mondo moderno

Il modello di Bretton Woods venne sostituito nel 1971 dal cosiddetto “Smithsonian Agreement”, cui aderirono i Paesi del G10, tra cui l’Italia: due anni dopo, ogni regola di allineamento tra il dollaro e le altre valute venne eliminata. In pratica, nel 1973, finì il dopoguerra.

Se non tutti, perlomeno moltissimi tra i nostri lettori avranno sentito nominare la conferenza di Yalta: fu l’accordo diplomatico tra Usa, Urss e Gran Bretagna in cui, in pratica, si decisero i destini del mondo, dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Pochi o pochissimi, però, hanno sentito nominare la conferenza di Bretton Woods, che ebbe, per il futuro del pianeta, un’importanza pari a quella del summit ucraino.

A Bretton Woods (New Hampshire), nel luglio 1944, vale a dire ben prima della fine del conflitto, si riunirono i delegati di 44 Paesi, alleati o collaboratori degli USA, per delineare il profilo economico del dopoguerra: in altre parole, per sancire quella strabordante superiorità economica mondiale che gli Stati Uniti avevano raggiunto, dopo la crisi del 1929 e il New Deal, ma, soprattutto, dopo il riarmo: la guerra è sempre un enorme affare, per qualcuno.

Così, nel 1944, venne progettato il mondo moderno: il consumismo e la politica finanziaria che hanno caratterizzato l’occidente. Ad esempio, a Bretton Woods nacque il Fondo Monetario Internazionale, con tutte le clausole equilibratrici che lo accompagnarono.

Soprattutto, però, la conferenza sancì il ruolo del dollaro come valuta di scambio, stabilendone la convertibilità internazionale e l’utilizzo come unità monetaria negli scambi: in pratica, il prezzo dei beni di consumo sul mercato mondiale si dovette esprimere in dollari, tanto che le varie banche centrali furono obbligate ad operare una stabilità di cambio con la valuta americana, ritenuta un parametro analogo all’oro (as good as gold).

Di fatto, Bretton Woods fu una Yalta operata da una singola potenza vincitrice, che decretò un “gold exchange standard” basato sul dollaro, che, nominalmente avrebbe dovuto impedire gli scontri finanziari su scala planetaria, ma che, nella realtà, assicurò al sistema liberistico statunitense il dominio dei mercati.

Fu la guerra del Vietnam, con la sua enorme pressione sulla spesa pubblica americana, a rendere insostenibile il sistema: molti Paesi in crescita acquisivano dollari e, alla fine, la maggior parte della valuta USA si trovò al di fuori degli Stati Uniti: l’America dovette svalutare e accettare la flessibilità dei cambi e la fine della convertibilità aurea del dollaro, che stava erodendo le sue riserve.

Alla fine, nel 1971, il modello di Bretton Woods venne sostituito dal cosiddetto “Smithsonian Agreement”, cui aderirono i Paesi del G10, tra cui l’Italia: due anni dopo, ogni regola di allineamento tra il dollaro e le altre valute venne eliminata. In pratica, nel 1973, finì il dopoguerra.

Contemporaneamente a questa politica valutaria, gli Stati Uniti dovettero preoccuparsi di creare un mercato, nel quale fare valere il proprio predominio economico: fin dal 1947, dunque, essi si diedero da fare per costituire una serie di accordi commerciali, il cui scopo era, appunto, ricreare l’humus economico internazionale, dopo la catastrofe bellica.

Il primo di questi accordi fu il General Agreement on Tariffs and Trade (Ginevra, 1947): una conferenza fatta su misura per gli USA, che, nei 25 Paesi non comunisti più importanti del pianeta, abbassò i dazi doganali, eliminò il protezionismo e introdusse la pianificazione economica periodica internazionale. Furono questi stessi 25 paesi a dar vita, nel 1961, all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).

piano marshall

A questa iniziativa diplomatica si affiancò il celebre “Piano Marshall”, che, con la sua enorme campagna di aiuti all’Europa occidentale, di fatto contribuì a ricreare un vero mercato europeo, entro l’inizio degli anni Cinquanta.

Nei successivi venticinque anni, ovvero nell’era di Bretton Woods e del GATT, il PIL dei principali Paesi partner degli USA triplicò: fu il cosiddetto “boom economico”, che vide il nostro Paese tra i protagonisti assoluti di questa formidabile ripresa.

Due furono i rovesci di questa scintillante medaglia: l’asservimento pressoché assoluto degli Stati europei alla politica estera americana e il progressivo impoverimento dei paesi del Terzo Mondo, esclusi dalla festa. Insomma, la ricchezza di alcuni, come sempre, determinò la povertà di altri.

Inoltre, il concetto keynesiano di “deficit spending”, ossia di massicci investimenti statali, specialmente in opere infrastrutturali a debito pubblico, alla lunga non avrebbe potuto reggere: di qui, per reazione, derivò la politica di austerità che, oggi stiamo duramente pagando sulla nostra pelle.

All’interno di questo vasto mainstream economico si deve poi collocare la nascita di agglomerati finanziari e commerciali tra gruppi di Stati con interessi comuni, come il Benelux o la CEE, di cui abbiamo scritto tempo fa su Bergamonews, in una serie di articoli, che suggeriamo a chi volesse ulteriormente approfondire questo aspetto.

La crisi del sistema di Bretton Woods e, poi, quella dello SA, terminò con la cosiddetta “terza rivoluzione industriale”, negli anni Ottanta del secolo scorso: nuove tecnologie permisero l’apertura di enormi mercati e contrassero i prezzi del greggio, aumentando la resa industriale e, di fatto, costringendo i paesi dell’OPEC ad abbassare il costo del petrolio: contemporaneamente iniziò una contrazione dei salari, per diminuire il costo del lavoro, ritornando, di fatto, a una politica liberista, dopo la parentesi keynesiana.

reagan thatcher

Venne ridimensionato lo Stato sociale, a favore dell’impresa: in fondo, la storia del lavoro in Europa è tutta una serie di alti e bassi, in questo senso.

Il resto è quasi presente, e qui ci fermiamo, indicando solo i nomi dei due leader simbolo di questa nuova politica internazionale: Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Per qualcuno due geni, per altri due terribili iatture: probabilmente, come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

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