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“Mentre chiudevo l’attività papà lottava per sopravvivere, mio suocero moriva: mai dimenticherò”

All’indomani della chiusura del suo negozio di estetista a seguito dei provvedimenti anti-contagio, è iniziato il suo calvario. Lei si è dimostrata una figlia, una madre e moglie forte, in grado di tenere le fila della famiglia e di riprendere l’attività lavorativa a cui ha dato vita.

Imprenditrice dall’età di vent’anni e madre. Per Vanessa, estetista titolare di un centro di bellezza in provincia di Bergamo, il lockdown è stata una esperienza difficile da dimenticare. “Ora è tutto finito – racconta – ma non posso dire di aver superato il trauma”.

All’indomani della chiusura del suo negozio a seguito dei provvedimenti anti-contagio, è iniziato il suo calvario. La malattia del padre, al quale è stata diagnosticata una polmonite interstiziale da Covid, la morte del suocero, portato via dallo stesso male, l’attività chiusa e due figlie dell’età di 7 e 10 anni da gestire. Ogni membro della sua famiglia si è ammalato, a ruota, lei compresa. Il padre, dopo settimane molto difficili, è riuscito a riprendersi, accudito dalla figlia, che spesso si è ritrovata, pur non avendo nessuna qualifica sanitaria, a supplicare all’assenza di medici nei momenti più bui e drammatici del lockdown. “Mi ricordo il giorno in cui ho dovuto chiamare il 112, i valori di mio padre mi preoccupavano, ma nessuno è arrivato. Le richieste di assistenza a domicilio erano troppe – ha spiegato – selezionavo i pazienti da visitare e chi, invece, doveva aspettare”. In più di un’occasione Vanessa se l’è dovuta cavare da sola.

Oltre l’incubo, l’assurdità. Vanessa sceglie di mantenere l’anonimato per proteggere il padre. “Da quando amici e conoscenti hanno saputo della sua malattia, tendono a evitarlo, lo trattano come se fosse ancora contagioso”. Lei intanto si è dimostrata una figlia, una madre e moglie forte, in grado di tenere le fila della famiglia e di riprendere l’attività lavorativa a cui lei stessa ha dato vita. Un esempio di come i ruoli di madre e lavoratrice possono e devono convivere, nonostante le oggettive difficoltà del quotidiano.

Sono state settimane molto difficili per lei e per la sua famiglia, ora come sta?

La vita è ripartita, ora mio padre è fuori pericolo seppur non sia ritornato quello di prima della malattia. Un settantenne che andava a correre tutti i giorni. La mia famiglia è stata duramente colpita da questo virus. Non nego che ancora adesso di notte faccio degli incubi orribili. Ad esempio, mi capita spesso di sognare di rimanere a casa senza bombola di ossigeno. Non è facile e penso che alcune cose non saranno più come prima, a partire dalla valutazione di ciò che è importante e ciò che non lo è. Il ritorno al lavoro mi sta aiutando tantissimo.

Come è stato riaprire le porte del suo centro estetico?

È stata una gioia immensa. Con quello che ho passato, durante la quarantena ho avuto poco tempo di pensare al lavoro. Ma devo ammettere che non sono mai stata preoccupata di rimanere senza. Durante le settimane di stop forzato ho ricevuto una valanga di messaggi di supporto. Avevo paura di non riuscire a sopportare la difficoltà di tenere tutto il giorno i dispositivi di protezione. Ma è una paura superata: siamo ripartite con ogni precauzione.

Come è iniziato il tutto?

Subito dopo la chiusura dell’attività, ho iniziato a non stare bene. Avevo dolori, febbre e difficoltà a respirare profondamente. Ovviamente non immaginavo di avere il Covid. Dopo due giorni, anche mio marito ha iniziato a non stare bene, con gli stessi sintomi. Da quel momento tutti si sono sentiti poco bene: mia figlia più piccola, mia sorella, mio cognato, mia mamma. A catena tutti siamo stati male. Il 17 marzo anche mio papà ha dato alcuni segni di malattia, all’inizio nulla di preoccupante, ma poi la situazione è precipitata improvvisamente.

Cosa è successo?

È improvvisamente svenuto ed è caduto picchiando la testa. Da questo momento ha avuto un tracollo violento. La febbre era salita a 39 e non passava, continuava a dimagrire.

Cosa avete fatto?

Il nostro medico di base era irreperibile, ancora adesso, dopo le settimane di malattia, non mi è stato possibile mettermi in contatto con lui. Presto è stato sostituito da un medico, neolaureato, che poco dopo è stato sostituito da un altro dottore, anche lui appena uscito dall’università. Entrambi sono stati gentili e premurosi, ma ovviamente con dei limiti, giustificati. A causa della carenza di medici di base, alcuni perché malati, hanno dovuto “buttare” in mezzo ad un casino mai visto prima ragazzi ancora senza esperienza, forse non ancora pronti per gestire una situazione del genere. Ovviamente questa è la mia opinione da paziente, senza nessuna laurea. Il medico è venuto a visitare mio padre, ha detto che mio padre era in fase di guarigione ma lui continuava a stare male.

Cosa avete fatto quindi?

Ci siamo rivolti a mio cugino medico, è stata la nostra salvezza. Non smetterò mai di ringraziarlo. “Devi far fare immediatamente un tac a tuo padre, solo così potete togliervi ogni dubbio”, ecco cosa mi ha detto. Dopo una miriade di telefonate, ho trovato un ospedale con disponibilità immediata. Il risultato è arrivato subito: polmonite da Covid. Da qui è iniziata la fase peggiore, mio papà si è aggravato.

Come ha gestito la situazione?

Per prima cosa ho dovuto ricercare i farmaci per mio padre, è stata una impresa. Ho passato le ore al telefono, per trovare il farmaco per la poliartrite, quello che è stato usato per curare molti pazienti Covid. Vinta una battaglia, ne è arrivata una ancora più grande: trovare le bombole di ossigeno. Oltre a questo, prendevo i parametri ogni quarantacinque minuti, pressione e battiti cardiaci. Così mi sono accorta che qualcosa non andava al cuore. I battiti erano altissimi. A quel punto mi sono convinta a chiamare il 112, che già avevo chiamato in precedenza senza ricevere però assistenza a domicilio perché la saturazione stava nei parametri.

A questo punto cosa è successo?

Dopo quindici minuti dalla telefonata è arrivata l’ambulanza, mio padre è stato portato all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo per fare accertamenti urgenti. Dopo quel giorno, in cui mio padre è stato visitato al pronto soccorso, è iniziata la discesa verso la guarigione. Il primario del Pronto Soccorso ha chiamato ogni giorno mio padre per sapere come stata, fino a che è arrivata la telefonata più bella. “Oggi è la nostra ultima chiacchierata – ha detto il medico – ci sentiremo più avanti per degli accertamenti”.

A peggiorare la situazione è giunta la morte di suo suocero, sempre a causa del Covid.

Sì, proprio nel momento in cui mio padre stava davvero male. Non auguro a nessuno quello che io e mio marito abbiamo vissuto. Mio suocero è stato ricoverato ed è morto nel giro di cinque giorni. Non abbiamo potuto dirgli addio. Ci siamo ritrovati io, mio marito e mio cognato fuori dal cimitero per una breve benedizione della salma. Davanti alla bara chiusa ti chiedi: “ci sarà davvero lui lì dentro?” È un pensiero che ti logora. Io credo che se non fosse mai stato ricoverato in quell’ospedale si sarebbe salvato.

Perché dice questo?

Perché ho la sensazione che non tutto sia stato fatto nella maniera corretta. Siamo stati avvisati dodici della morte di mio suocero dopo dodici ore dal suo decesso. Come è stato tenuto il corpo di mio suocero per dodici ore? Come mai così tanto ritardo nel riferire una notizia così tragica? È poi successa un’altra anomalia. Subito dopo il ricovero ci è stato detto che, vista la situazione dei polmoni, mio suocero sarebbe stato prossimo al casco. Perché nei due giorni successivi è stato trattato solo con la maschera dell’ossigeno? Una amarezza indescrivibile.

Dove e come ha trovato la forza in quei momenti?

Ho trovato forza perché dovevo essere forte, dovevo farlo per il bene della mia famiglia. Non c’era altra alternativa- Ho assistito mio padre settimane h24. Anche nei momenti di paura cercavo di portare un sorriso a mio padre e mia madre. Soffrivo tantissimo e avevo paura, ma riuscivo, sforzandomi con ogni modo possibile, a mostrarmi positiva davanti a loro. La tristezza la facevo emergere solo quando rimanevo sola.

Lei è anche mamma di due bambine.

Le mie bambine sono state fantastiche. È stata dura per loro stare lontani dai nonni, per cui facevano disegni tutti i giorni. Ad un certo punto, nel momento in cui mio padre richiedeva assistenza continua e mio marito era tornato al lavoro, mi è stato quasi impossibile seguirle con la scuola a distanza. La mia primogenita allora ha escogitato un modo per rimanere al passo con le lezioni: sul cellulare metteva la sveglia per ogni lezione, sua e della sorella. Sono state strepitose. Ho poi la fortuna di avere un marito straordinario. Nei momenti di sconforto in cui dicevo “è giusto che questo virus abbia messo in ginocchio la mia categoria, alla fine il mio è un mestiere superficiale”, lui mi rispondeva: “Ma cosa stai dicendo!? Il tuo lavoro è necessario, aiuti le persone a stare bene con se stesse. È importante”.

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