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“Per l’aeroporto, al cap de Öre, lavorò mio nonno, poi scappò ai tedeschi”

Luca Frosio ricorda Bernardo Personeni, suo nonno materno, capocantiere dei lavori che portarono alla realizzazione dell'aeroporto di Bergamo Orio al Serio

Ogni persona concorre a scrivere la storia di una città, di una provincia o di un Paese. Non è una prerogativa dei grandi nomi o dei personaggi famosi: tutti possono lasciare la propria piccola grande impronta, specialmente partecipando alla realizzazione di progetti importanti.

È il caso di Bernardo Personeni, classe 1895, di Cepino di Sant’Omobono, che dalla metà del 1938 al marzo 1946 ha lavorato nel cantiere che portò alla costruzione dell’aeroporto di Orio al Serio. All’inizio il Caravaggio era semplicemente “Ol cap de Öre” (il campo di Orio, ndr), mentre oggi è il terzo aeroporto italiano per numero di passeggeri trasportati dopo Fiumicino e Malpensa. Esattamente cinquant’anni fa, il 16 luglio 1970, venne costituita Sacbo, la Società per l’Aeroporto Civile di Bergamo – Orio al Serio, presieduta da Attilio Vicentini con vicepresidente Carlo Pesenti, allora numero uno di Italcementi.

Luca Frosio, nipote di Bernardo Personeni, racconta: “Il mio nonno materno è stato capocantiere dei lavori di costruzione dell’aeroporto di Orio, che in quegli anni – per forza di cose – aveva scopo prevalentemente militare. Rappresentava un riferimento strategico e, anche se all’epoca non c’erano le tecnologie su cui possiamo contare oggi, aveva compreso che si trattava di un’opera futuristica e grandiosa, fuori dal comune. Ad ogni modo, erano anni difficili: in quel periodo si stava combattendo la seconda guerra mondiale ed erano in corso i bombardamenti. Mio nonno era un gran lavoratore ed era stimato dai tedeschi: nonostante si dica che sono sempre stati molto duri, ogni volta che gli permettevano di tornare a casa non mancavano di donare qualcosa per i suoi figli come cioccolato, bambole, caramelle e bon bon. Mia mamma Raffaella mi ha raccontato più volte di quei regali che divideva con i suoi fratelli”.

A un certo punto cominciarono le deportazioni. Frosio prosegue: “I tedeschi cercarono di portare mio nonno in Germania in treno: probabilmente, considerando il suo modo di lavorare, per loro era un’ambizione averlo nel proprio Paese. Una volta arrivati in Baviera, però, riuscì a scappare con un suo collega: tornò a casa a piedi mangiando qua e là bucce di patata raccolte fuori dalle baracche e bevendo dalle pozzanghere. Dopo essere rincasato, purtroppo, il medico gli diagnosticò un tumore e visse per soli 50 giorni, spegnendosi all’età di 51 anni”.

“Credo che il motivo più forte della fuga da quel treno – continua Frosio – sia stata la paura del distacco dalla moglie e dai figli. Un aneddoto è particolarmente significativo per capire il profondo legame che lo univa alla famiglia: quando era a casa, la sera dava la buonanotte ai figli con un bacio. Sua moglie Maria, che si rivolgeva a lui dandogli del lei, gli domandava cosa stesse facendo (“Cosa fate Bernardo?”) e lui le rispondeva: “Maria, proa a girà ol mond che ta sa rendet cont” (Maria, prova a girare il mondo che te ne rendi conto). Trovo che questa frase che diceva sempre sia molto attuale e possa fornire interessanti spunti di riflessione anche ai nostri giorni, per esempio pensando all’emergenza Covid”.

Infine, c’è un altro aneddoto riguardante Bernardo Personeni: “Un giorno, durante lo svolgimento del cantiere a Orio – conclude il nipote – mentre stava risalendo in valle, a circa un km da Sant’Omobono incontrò una signora con un quadro raffigurante la madonna. Lo fermò e gli chiese se potesse farle avere una scala per poterlo appendere. Mio nonno andò a casa, prese la scala a pioli vicino al fienile e gliela portò: la raffigurazione venne posizionata in quel punto e ancora oggi è visibile a tutti. Sono piccoli grandi ricordi che raccontano molto del nostro territorio: è quel niente che se fosse ancora presente tra le persone farebbe la differenza”.

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