L'Italia deve decidere se stare dalla parte dell'oppressore o dell'oppresso - BergamoNews
Il caso cina

L’Italia deve decidere se stare dalla parte dell’oppressore o dell’oppresso

Abbiamo interiorizzato il concetto stesso di libertà. I giovani pensano che i diritti che abbiamo ci siano sempre stati, e li danno inesorabilmente per scontato, ma dobbiamo ricordarci che la nostra libertà è fragile e mutevole.

L’Italia deve decidere se stare dalla parte dell’oppresso o dell’oppressore. È inaccettabile che si taccia dinanzi a cotante discriminazioni. È inaccettabile che si taccia dinanzi alla privazione della libertà, sacrosanto diritto su cui si regge la nostra società.

La Cina nega qualsivoglia diritto umano ai suoi cittadini, e l’Italia, il Paese con la Carta Costituzionale a mio avviso più bella, tace. La “Costituzione” cinese lede ogni diritto dell’essere umano, privandolo delle libertà previste dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Il governo cinese si è più e più volte macchiato di violazione dei diritti sia delle minoranze etniche, sia dei cittadini stessi. Torniamo indietro nel tempo, fino al 4 giugno del 1989, quando, secondo la CIA, vennero uccisi 600-800 manifestanti e soldati durante la Protesta di Piazza Tienanmen. Questo evento fece crollare il muro generato dal silenzio, e portò alla luce come il governo cercasse inesorabilmente di dilaniare i diritti e le libertà umane. E per fare un piccolo parallelismo, per noi l’idea stessa di manifestazione è fondamentale. Pensate semplicemente alle manifestazioni del ’68, un punto di crescita della coscienza civile dei cittadini.

Generico luglio 2020

Ma non finisce qui. La Cina, senza il benché minimo rimorso, lo scorso 30 giugno ha obbligato le donne della minoranza uigure ad abortire o a sterilizzarsi, con lo scopo ben preciso di controllare la crescita dell’etnia turcofona di religione islamica. Agire con l’obiettivo di cancellare e distruggere un popolo, non è forse un genocidio? Solo perché una minoranza, la Cina ha una qualche “agevolazione”, di cui non sono a conoscenza, per la quale sia libera di arrogarsi il privilegio di ledere il diritto alla vita altrui?

Ricordo come se fosse ieri ciò che accadde qualche anno fa, quando la Cina decise di legalizzare i campi di concentramento per i fedeli islamici. Vennero sbattuti dentro gabbie per essere “rieducati”. Lo stesso accadde alle persone di etnia kazaka, uiguri, kirghisi,hui, turca musulmana e cristiana.

E ciò che mi inorridisce è che tutt’ora, nel 2020, questi campi siano aperti e attivi. I campi di rieducazione dello Xinjiang dovrebbero ancora oggi suscitare scalpore, ma sono caduti nel dimenticatoio collettivo, nell’oblio di massa insieme ai campi di internamento in Siberia, ai lager libici e ai campi di prigionia in Corea del Nord. E coloro che cercano di ribellarsi alla dittatura comunista cinese subiscono continue vessazioni, detenzioni, violenze e carcerazioni. E tutto ciò non bastava! L’Assemblea Nazionale del popolo della Cina, con la legge sulla sicurezza nazionale, ha eliminato anche l’ultimo briciolo di speranza che sopiva negli animi dei più democratici. Sotto la guida di Xi Jinping e, grazie alla promulgazione della legge sopracitata, il Paese avrà il controllo del territorio autonomo di Hong Kong, ex colonia britannica. Pensate che solo il primo luglio sono state arrestate 370 persone con l’accusa di aver violato la nuova legge, scendendo in piazza a manifestare.

E per di più, il sistema di Hong Kong e quello cinese sono diventati un tutt’uno, sia dal punto di vista giuridico, che politico e presto anche economico. Mercoledì scorso, invece, il Parlamento di Hong Kong ha reso obbligatorio l’insegnamento dell’inno nazionale cinese, e ha approvato una legge che punirà con 3 anni di reclusione in carcere e più di 6 mila dollari chi insulta il medesimo inno. E tutto ciò, per fortuna oserei dire, ha svegliato la società occidentale che si è detta contrariata da una tale violazione dei diritti umani. Ma l’indignazione non basta, bisogna agire senza però cadere nella trappola della Guerra Fredda fra Cina e USA. Il Regno Unito, per esempio, ha promesso ai cittadini di Hong Kong una “via di fuga” dall’oppressione del partito comunista cinese, offrendo loro 3 milioni di nuovi visti.

Onestamente sono felice di vivere in Italia. Se così non fosse stato, non avrei potuto scrivere tale articolo. Abbiamo, ormai, interiorizzato il concetto stesso di libertà. I giovani pensano che i diritti che abbiamo ci siano sempre stati, e li danno inesorabilmente per scontato. E, ovviamente, non c’è diritto senza dovere. Ma dobbiamo ricordarci che la nostra libertà è fragile e mutevole. Sta a noi capire e difendere la democrazia. Sta a noi aggrapparci con tutta la nostra forza al concetto stesso di libertà. Perché basta poco per tornare indietro di anni, secoli. Basta poco per retrocedere nel tempo fino al periodo buio del Medioevo. E lo dimostrano gli attacchi xenofobi, razzisti, sessisti e omotransfobici degli ultimi giorni.

E noi, con la libertà costituzionalmente garantita, abbiamo il dovere morale di urlare: “No!”. Dobbiamo urlare “No” alla dittatura cinese. Dobbiamo urlare “No” a qualsiasi forma di violazione dei diritti e delle libertà.

Dobbiamo urlare “No!”. Scendere in piazza e far sentire la nostra voce. Ed è ora che l’Italia si schieri. È ora che si schieri dalla parte del razzismo o della libertà. È ora che si schieri dalla parte del sessismo o della libertà. È ora che si schieri dalla parte dell’omotransfobia o della libertà. È ora che si schieri. È ora che prenda una posizione netta e chiara. L’Italia deve decidere se stare dalla parte dell’oppressore o dell’oppresso. E mi auguro caldamente che faccia la scelta giusta.

Noi, cittadini, abbiamo il dovere di combattere contro il Ministero del patriarcato, un modo di concepire il potere che vige sulle nostre teste, pronto a tagliarle senza alcuna esitazione.

È ora che l’Italia si schieri dalla parte dell’oppresso. È ora che l’Italia prenda una posizione.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è stata adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi. Sono passati ben 72 anni, quando garantiremo davvero i diritti e le libertà sancite a tutti gli esseri umani senza distinzione di sesso, di etnia, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali?

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