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Covid 19, la Lega: “Ora serve potenziare i servizi sanitari sul territorio”

Dopo l'emergenza Covid-19, che ha colpito in particolare proprio il comune più popoloso della Valle Brembana, rimane la necessità di miglioramenti al sistema sanitario territoriale. Stefano Chiesa (capogruppo Lega): “Ottimizzare gli interventi socio-sanitari, pensando anche al ruolo del medico territoriale”.

A Zogno, in Valle Brembana, è ancora vivo il ricordo dei deceduti dello scorso mese di marzo, nel periodo più tragico per i contagi da Coronavirus.

Sono 87 decessi, contro il centinaio registrato in tutto il 2019. Per questo Stefano Chiesa, a nome del gruppo consiliare della Lega, ha presentato al sindaco Fedi alcune proposte, da inviare agli organi competenti, con il fine di potenziare il servizio sanitario territoriale, guardando, prima di tutto, ad un coordinamento più strutturato tra i vari professionisti sanitari.

Un potenziamento della medicina del territorio, previsto già dal decreto legge 17 maggio 2020, necessario per fronteggiare l’emergenza nella fase di allentamento delle misure di distanziamento sociale, rafforzando i sistemi di diagnosi, monitoraggio e sorveglianza della circolazione del virus.

“La vicenda Covid-19 ha evidenziato che un’epidemia non si può combattere solo con il livello ospedaliero, slegato da una specifica azione sanitaria territoriale, lasciando i medici di famiglia ad ergersi a primo baluardo di aiuto e assistenza, senza riferimenti operativi e presidi di sicurezza” – spiega Chiesa. Figure professionali mediche, operanti in convenzione, che non sono state messe in condizione di potersi organizzare con le omologhe figure operanti nei servizi distrettuali e aziendali territoriali. Un’organizzazione necessaria che, secondo il gruppo consiliare della Lega a Zogno, deve essere punto di partenza per un’assistenza territoriale più efficiente.

Da sviluppare, in primo luogo, potenziando i poliambulatori decentrati già esistenti (centri di Cure Primarie) per il coordinamento delle cure e degli interventi territoriali. “Le due strutture interessate, ospedaliera (ASST) e dirigenziale (ATS), devono elevare la loro collaborazione e il coordinamento delle proprie attività prestate sul territorio anche attraverso la condivisione con i medici di base, cioè con coloro che in zone come le nostre dovrebbero avere una maggiore conoscenza riguardo ai bisogni necessari. Azione questa che permetterebbe una migliore organizzazione delle attività dei professionisti consentendo loro di poter prendere in carico la gestione amministrativa dei bisogni sanitari dei cittadini, coordinando gli interventi necessari e costruendo un percorso condiviso che ottimizzi gli interventi socio-sanitari”. Coordinamento delle attività che può passare anche dalla condivisione in rete dei profili dei vari utenti, “consentendo così ai medici l’opportunità di garantire con più celerità e accuratezza una diagnosi corretta qualora, causa necessità improrogabile, debbano intervenire non su un loro assistito”.

Viene proposto anche un passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia, pediatri e specialisti ambulatoriali, con cambiamenti che portino il medico di famiglia a diventare medico del territorio, occupandosi di tutte le sue problematiche: ogni categoria professionale, mantenendo le proprie specificità ed autonomie, potrebbe rientrare però in un’organizzazione unitaria distrettuale. Necessaria risulta poi l’introduzione dell’infermiere di famiglia o di comunità, “finalizzato a potenziare la presa in carico sul territorio dei soggetti infettati da SARS-CoV-2 identificati COVID-19, anche supportando le unità speciali di continuità assistenziale (USCA) e i servizi offerti dalle cure primarie”.

Un’ultima proposta riguarda poi il futuro delle professioni sanitarie e dei servizi che dipendono da queste ultime, investendo sulla formazione delle nuove generazioni: “accertata l’attuale e futura notevole carenza di medici di base, bisogna investire a livello universitario su questo percorso, prevedendo più posti nelle scuole di specializzazione e borse di studio più elevate, oltre l’utilizzo dei medici in formazione in reparti ospedalieri/universitari o sul territorio e l’insegnamento della specialità nelle università”.

Idee che possono tramutare il dolore di questo tragico periodo in insegnamento per una rapida rivalutazione del sistema sanitario, in particolare quello strettamente legato ai singoli territori.

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