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Overshoot day, ecco perché è indispensabile l’economia circolare

Ridurre lo spreco di risorse e puntare su un'economia del riuso, che valorizzi le produzioni e i servizi locali. Questo l'obiettivo della politica europea, che ha lanciato, a partire dal 2014, alcune proposte intese a sviluppare “un'economia più circolare” nel Vecchio Continente.

Tutte le specie viventi che popolano il pianeta, animali e vegetali, vivono in stretta simbiosi con esso, non prendono più di quanto possa offrire e non lo danneggiano, d’altronde se lo facessero sarebbero le prime a risentirne. Tutte le specie, dicevamo, tranne una: l’uomo (Homo sapiens).

L’Overshoot Day (letteralmente: il giorno del superamento) è il giorno che indica l’esaurimento ufficiale delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di 365 giorni. La data, che muta di anno in anno, a seconda della rapidità con cui tali risorse vengono sfruttate, viene calcolata dal Global footprint network (Gfn), organizzazione internazionale che si occupa di contabilità ambientale, calcolando l’impronta ecologica. E questo giorno, ogni anno, arriva prima.

Secondo questa organizzazione, l’Overshoot day non ferma la sua inarrestabile corsa e,  nel 2019 (clicca qui)  è arrivato il 29 luglio. In quella data l’umanità ha già dilapidato il budget di risorse naturali che il pianeta ha messo a disposizione. Nel 2018 l’Overshoot day (clicca qui) è stato il 1° agosto e da allora la popolazione mondiale ha iniziato ad utilizzare risorse che il pianeta non sarà più in grado di rigenerare. Nel 2014 il punto di non ritorno era scattato il 19 agosto.

La data viene calcolata confrontando le esigenze dell’umanità, in termini di emissioni di carbonio, terreni coltivati, sfruttamento degli stock ittici, e uso delle foreste per il legname, con la capacità del pianeta di rigenerare queste risorse e di assorbire il carbonio emesso.
Ogni anno questa inquietante scadenza arriva prima, prospettando un futuro sempre più cupo per la razza umana.
Attualmente, secondo il Gfn, la popolazione mondiale sta consumando l’equivalente di 1,6 pianeti all’anno. Questa cifra dovrebbe salire a due pianeti entro il 2030, in base alle tendenze attuali.

Il pianeta che abbiamo a disposizione, però, è soltanto uno.

Nei primi Anni Settanta, l’umanità ha iniziato a consumare più di quanto la Terra potesse produrre. Da allora, il giorno in cui viene superato il limite arriva sempre prima, a causa della crescita della popolazione mondiale e dell’espansione dei consumi in tutto il mondo. Nel 1975 era il 28 novembre. Ogni anno questa inquietante scadenza prospetta un futuro sempre più cupo per la razza umana.  La pesca industriale e intensiva sta svuotando mari e oceani di tutto il mondo, esaurendo gli stock ittici senza dare ai pesci il tempo di crescere e riprodursi.

Smettere di appropriarci indebitamente della ricchezza appartenente alle generazioni future sarebbe, non solo auspicabile, ma anche vantaggioso, secondo Mathis Wackernagel (nato nel 1962, Svizzero, Fondatore e presidente del Gfn) “questo obiettivo è attuabile con le tecnologie disponibili ed è economicamente vantaggioso, dato che i benefici complessivi sono superiori ai costi. Si possono stimolare settori emergenti, come le energie rinnovabili (clicca qui), riducendo i rischi e i costi connessi a settori imprenditoriali senza futuro, perché basati su tecnologie vecchie e inquinanti”.

Per raggiungere questo obiettivo, vitale per la nostra specie, molte nazioni hanno adottato provvedimenti, disinvestendo dalle fonti fossili per puntare sulle energie pulite (clicca qui), e impegnandosi a ridurre il consumo di cibi con un forte impatto ambientale. Ogni essere umano utilizza, in media, 8 tonnellate di risorse all’anno, cioè 22 Kg al giorno. In Europa si sale a 43 Kg. E la popolazione è in costante crescita. Secondo l’ONU, il 31 ottobre 2011 la popolazione mondiale ha raggiunto i 7 miliardi. Come è avvenuta questa crescita? Secondo gli antropologi, circa 10 mila anni fa, alla vigilia della rivoluzione neolitica, cioè quando l’uomo ha smesso di cacciare e di raccogliere il cibo per nutrirsi, e ha iniziato a coltivare la terra, nelle zone abitate della terra potevano esserci tra i 2 e i 20 milioni di persone. Intorno al 1750 la stima è di 750 milioni di persone. Un secolo dopo, nel 1861 quando avvenne l’Unita d’Italia, la popolazione mondiale poteva essere su 1,2 miliardi di persone. Da quel momento, la produzione industriale e la migliore diffusione dei generi alimentari, oltre alla riduzione della mortalità precoce, hanno creato possibilità di crescita sempre nuove e migliori. Nel 1900 vivevano 1,6 miliardi di persone. Nell’anno 1950, secondo le Nazioni Unite, la popolazione era di 2,5 miliardi… Per salire velocemente a 4 miliardi nel 1975. Il primo Luglio del 2020, secondo l’ONU, la popolazione mondiale ha raggiunto i 7,8 miliardi. Le Nazioni Unite prevedono la cifra di 9 miliardi verso il 2030.

Il consumo dei beni offerti dalla terra è aumentato enormemente, con l’incremento della popolazione e con il miglioramento delle condizioni di vita. Prendiamo l’esempio delle fonti energetiche tradizionali. Ci sono voluti 300 milioni di anni, durante il “Carbonifero”, per produrre il carbone e il petrolio che noi usiamo da duecento anni e che, secondo le previsioni, si esauriranno nei prossimi duecento anni.

La consapevolezza di dissipare nel giro di poche generazioni ciò che la terra è in grado di dare, ha fatto emergere la necessità di concepire un diverso sviluppo, più giusto e più consapevole delle responsabilità che ci legano alle generazioni future. Uno sviluppo che abbiamo definito sostenibile, dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Questo tipo di sviluppo è divenuto parte fondamentale degli obiettivi dell’Unione europea, ma costituisce, al tempo stesso, una sfida globale per i partner di tutto il mondo, data la necessità di conciliare: sviluppo economico, coesione sociale (riduzione delle disparità economiche), parità nord-sud, e tutela dell’ambiente. La sua importanza viene sottolineata dal trattato UE, che invita l’Unione a garantire in Europa: “uno sviluppo sostenibile basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che miri alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente”.

L’UE si è impegnata, quindi, a trasformare la necessità di tutelare l’ambiente e di garantire la coesione sociale, in una possibilità di innovazione, di crescita e di migliore occupazione. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015, definisce un quadro globale per il conseguimento dello sviluppo sostenibile entro il 2030. L’Agenda prevede un insieme ambizioso di 17 Obiettivi di Sviluppo sostenibile (OSS) e 169 traguardi associati, che dovranno essere realizzati dai Paesi e delle parti interessate.
L’Unione europea ha svolto un ruolo determinante nell’elaborazione dell’Agenda e si è impegnata, insieme agli Stati membri, a guidarne anche l’attuazione, sia all’interno dei suoi confini, sia sostenendo, con le politiche, gli sforzi profusi da altri paesi, in particolare di quelli che ne hanno più bisogno. Dall’analisi della situazione che si sta creando nel nostro pianeta, a causa dello spreco eccessivo, è nata la riflessione, profonda e necessaria di cercare di vivere senza sprechi, con più occupazione, cioè basarsi su un’economia circolare.

Ridurre lo spreco di risorse e puntare su un’economia del riuso, che valorizzi le produzioni e i servizi locali. Questo l’obiettivo della politica europea, che ha lanciato, a partire dal 2014, alcune proposte intese a sviluppare “un’economia più circolare” nel Vecchio Continente. Le risorse, secondo questa nuova visione, devono essere utilizzate in modo più sostenibile. Attraverso un maggior ricorso al riciclaggio e al riutilizzo, le azioni proposte costituiscono “l’anello mancante” nel ciclo di vita dei prodotti, a beneficio, sia dell’ambiente sia dell’economia. L’obiettivo è quello di trarre il massimo valore e il massimo uso dalle materie prime, dai prodotti e dai materiali che oggi noi consideramo rifiuti, promuovendo risparmi di energia e riducendo, sostanzialmente, le emissioni di gas a effetto serra. Le proposte, varate con diversi provvedimenti legislativi della Commissione, riguardano l’intero ciclo di vita: dalla produzione e il consumo, fino alla gestione dei rifiuti e al nuovo, interessante, mercato per le materie prime secondarie.

Alla base di questo percorso vi è la convinzione, che deve essere fatta propria dai cittadini europei, che il nostro pianeta e la nostra economia non sopravviveranno, se continueremo a seguire le vecchie abitudini del “prendi, trasforma, usa e getta”. Le risorse naturali sono preziose e vanno conservate, sfruttando, al massimo, il loro il potenziale valore economico.

L’economia circolare si prefigge di ridurre i rifiuti e proteggere l’ambiente, ma presuppone anche una profonda trasformazione del modo in cui funziona la nostra intera visione economica. Dobbiamo ripensare il nostro modo di produrre, di lavorare e di acquistare. La trasformazione, verso la quale ci avviamo, sarà senz’altro in grado di creare nuove opportunità e nuovi e migliori posti di lavoro. Per dare concretezza alla cultura dell’economia circolare, la Commissione ha varato una serie di provvedimenti legislativi, con lo scopo di creare numerosi posti di lavoro, preservando nel contempo risorse preziose e sempre più scarse, riducendo l’impatto ambientale, legato al loro impiego, e iniettando nuove funzioni ai materiali di scarto. Per dare valore ai prodotti di consumo, la Commissione ha emanato, con il contributo degli Enti di certificazione, norme di qualità per le materie prime secondarie.

Le azioni chiave includono:

  • azioni per ridurre i rifiuti alimentari, compresa una metodologia comune di misurazione, una migliore indicazione della data di consumo, e strumenti per raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile globale di ridurre della metà i rifiuti alimentari entro il 2030;
  • lo sviluppo di norme di qualità per le materie prime secondarie, al fine di aumentare la fiducia degli operatori nel mercato unico;
  • misure sulla progettazione ecocompatibile, per promuovere la riparabilità, la longevità e la riciclabilità dei prodotti, oltre che l‘efficienza energetica;
  • la revisione del regolamento relativo ai concimi, per agevolare il riconoscimento dei concimi organici e di quelli ricavati dai rifiuti e sostenere il ruolo dei bionutrienti;
  • una strategia per le materie plastiche, che affronti questioni legate a riciclabilità, biodegradabilità, presenza di sostanze pericolose nelle materie plastiche e, l’impegno di ridurre in modo significativo i rifiuti plastici marini;
  • una serie di azioni in materia di riutilizzo delle acque, tra cui una disposizione legislativa sulle prescrizioni minime per il riutilizzo delle acque reflue.

A queste azioni hanno fatto seguito diverse proposte legislative sui rifiuti, con obiettivi chiari, in materia di riduzione, per la loro gestione e per il riciclaggio. Gli elementi chiave delle nuove proposte comprendono:

– un obiettivo comune per il riciclaggio del 65% dei rifiuti urbani entro il 2030;
– un obiettivo comune per il riciclaggio del 75% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030;
– un obiettivo vincolante per ridurre al massimo al 10% il collocamento in discarica per tutti i rifiuti entro il 2030;
– il divieto del collocamento in discarica dei rifiuti della raccolta differenziata;
– la promozione di strumenti economici per scoraggiare il collocamento in discarica;
– misure concrete per promuovere il riutilizzo e stimolare la simbiosi industriale, trasformando i prodotti di scarto di un’industria, in materie prime destinate ad un’altra;

La riduzione della plastica, il diverso utilizzo dei rifiuti e, infine, lo sviluppo delle materie prime secondarie, come nuovi nutrienti di altri prodotti, sono stati i primi settori nei quali l’Europa ha
iniziato, con grande determinazione, a dare indicazioni, con provvedimenti legislativi, per promuovere, nei comportamenti dei cittadini, i nuovi e necessari valori dell’economia circolare.
Una domanda è doveroso porsi: senza un forte impulso e un coordinamento dell’Unione europea, come avrebbero affrontato, da soli, gli Stati membri, questo enorme e impegnativo problema?

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