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Il Mulino di Baresi: un salto nel passato fra macine e noci fotogallery

Nuova puntata della rubrica domenicale di BGY che fa tappa in Valle Brembana

Varcare la soglia d’ingresso del mulino di Baresi significa riscoprire gli odori dell’infanzia, da quello del fieno appena tagliato a quello della farina macinata.

Entrare nell’edificio posto sul territorio di Roncobello consente anche però di far un passo indietro di quattro secoli e tornare al 1615, data in cui il fabbricato venne citato per la prima volta su una mappa catastale.

Da sempre appartenuto alla famiglia Gervasoni, la struttura risalirebbe alla metà del Cinquecento e sarebbe l’unica rimasta della vallata che in passato contava la presenza di quattordici fra mulini, segherie e magli.

A consentire una così prolungata salvaguardia del manufatto fu la regola imposta all’interno della casata che, in occasione della scomparsa del possessore, imponeva la cessione della proprietà al primogenito.

Utilizzato soltanto come luogo di lavoro considerando la vicinanza con l’abitazione del mugnaio, lo stabile è composto da tre corpi di fabbrica, in particolare quello centrale dove è possibile osservare un affresco risalente al 1673 e raffigurante una Madonna con il Bambino accompagnata da un albero di noce.

Elemento principale per la vita del mulino è senza dubbio l’acqua che, proveniente dal torrente Valsecca, alimenta la ruota laterale e a sua volta la macina utilizzata per la produzione della farina.

La pendenza costante del declivio, fissata attorno al 4‰, e la presenza di alcune paratie consentono di tener sotto controllo il flusso del canale sia in situazioni di piena che in quelle di secca, agevolando il corretto funzionamento dell’ingranaggio.

A differenza dei mulini di pianura, la ruota presente a Baresi possiede delle piccole vasche che le permettono di raccogliere l’acqua proveniente dall’alto.

Grazie alla sua posizione geografica, un tempo la struttura brembana era celebre per la produzione di olio di noce, particolarmente ambito all’epoca.

Provenienti in particolare dal fondovalle, gli agricoltori giungevano a Baresi con i gherigli che venivano pesati dal mugnaio e in seguito pestati all’interno di una macina di pietra collegata a una ruota oggi scomparsa.

La pasta prodotta veniva a sua volta messa in un calderone e fatta scaldare sino a 80 gradi centigradi, prima di esser inserita in un tornio di legno risalente al Seicento e pressata da esso.

L’olio originato da questo processo veniva quindi utilizzato come medicinale e ricostituente, mentre il panetto residuo veniva sottoposto nuovamente alla procedura così da ottenere una seconda dose di liquido impiegata nell’alimentazione dei lumi.

L’avanzo veniva infine ridotto in polvere e somministrato al terreno sotto forma di fertilizzante.

Se la produzione di olio di noce si concluse con buona probabilità nel 1927, mentre quella di farina proseguì nei decenni successivi, consentendo così di salvaguardare i mezzi usati durante la procedura.

Il mulino di Baresi rimase in funzione sino al 1996 quando l’ultimo proprietario, Maurizio Gervasoni, scomparve all’età di 42 anni a causa di un incidente sul lavoro.

La giovane moglie decise così di dismettere l’attività e, sette anni dopo, di consegnarlo nelle mani del Fondo Italiano Ambiente (FAI).

Grazie al successo ottenuto durante la prima edizione della raccolta firme “Luoghi del Cuore”, l’edificio venne ristrutturato nel settembre 2005 e oggi rappresenta uno degli ultimi simboli de ll’economia di sussistenza che in passato caratterizzava le Orobie.

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