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Olivo Barbieri e i “selfie” a un paesaggio quotidiano e distratto

La mostra mette in fila, in quattro suggestivi ambienti, una serie quasi interamente inedita di immagini colte tra il 1980 e il 1984 in località italiane e francesi, con particolare attenzione ai territori di Toscana, Emilia, Veneto, alla provincia di Mantova e all’Alessandrino

Ciao Il Monastero di Astino è un gioiello del territorio dalla storia lunga quasi mille anni. I lavori di restauro voluti dalla Fondazione Mia – congregazione della Misericordia Maggiore di Bergamo – proprietaria dell’ex sito monastico, hanno messo a lucido i locali del piano terreno e il chiostro (mentre il perimetro esterno della struttura è per ora un cantiere a cielo aperto).

In questi giorni le porte sono riaperte al pubblico all’insegna della cultura e della gastronomia: sotto l’antica torre del Guala, la parte più antica del complesso vallombrosiano, è partito a pieno regime il ristorante Le Orbe del Mate di Treviglio, così come è attiva la pasticceria Cavour della famiglia Cerea.

Nella sala espositiva, invece, è allestita fino al 31 ottobre la mostra fotografica di Olivo Barbieri, a cura di Corrado Benigni. In continuità con gli eventi degli scorsi anni dedicati a Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Franco Fontana e Nino Migliori, l’esposizione odierna ha per protagonista un maestro italiano della fotografia che ha dedicato la sua ricerca prevalentemente al paesaggio, un tema centrale nei cicli espositivi di questi anni al Monastero di Astino.

La mostra mette in fila, in quattro suggestivi ambienti, una serie quasi interamente inedita di immagini colte tra il 1980 e il 1984 in località italiane e francesi, con particolare attenzione ai territori di Toscana, Emilia, Veneto, alla provincia di Mantova e all’Alessandrino. Anche se, in realtà, poco importa che si tratti di Grosseto, Grenoble, Verona, Napoli: ciò che accomuna immagini scattate in contesti così diversi è il fatto di rappresentare dei “non luoghi”, o meglio dei luoghi “atopici” e apparentemente “asemantici”, situazioni di margine rispetto ai siti cosiddetti importanti, cioè i punti focali di un territorio e i soggetti da cartolina.

Gli scorci asimmetrici di spiazzi e porticati, i fermoimmagine su parcheggi e filze di alberi, i ritratti di facciate e di interni dilavati di bar e di edifici d’uso civile, le pose negligenti di ragazzetti, avventori, passanti costituiscono una sorta di cerniera del quotidiano tra lo spazio semplice, antiretorico, del vivere e dell’abitare e i poli attrattivi dell’economia, della cultura, del turismo – che da queste immagini sono fisicamente e idealmente lontani. È lo scenario di un mondo in buona parte diverso da quello di oggi, anche se sono passati solo quarant’anni da quegli scatti.

Ce ne parla il curatore della mostra, Corrado Benigni, che ha pensato e allestito anche le precedenti esposizioni fotografiche ad Astino.

“Il tema del paesaggio è il fil rouge delle mostre di questi anni nell’ex monastero. Ghirri, Giacomelli, Fontana, Migliori, Barbieri sono tutti dei top player. Questa selezione di Barbieri, dal titolo Early works, accende i riflettori su un momento chiave per la fotografia italiana: dopo la fase del bianco/nero e del reportage, con Ghirri e Barbieri si affermano prepotentemente i colori e il paesaggio. Questi non sono più landscape da cartolina, ma sono sguardi ai margini, come un cartellone pubblicitario nella pianura, un panorama interrotto da un palo della luce… Questa mostra, poi, a differenza delle precedenti ha un motivo di interesse in più, perché presenta materiale inedito per la prima volta riunito in un’unica esposizione”.

Sono fotografie antecedenti il progetto “Viaggio in Italia”, quella pietra miliare della fotografia contemporanea italiana che si raccolse attorno alla figura carismatica di Luigi Ghirri e si espresse con una mostra-manifesto nel 1984. Si trattava di un movimento rivoluzionario che accettava l’ordinarietà del quotidiano, rifiutava gli abbellimenti e spostava il senso della fotografia dall’essere illustrazione di qualcosa all’essere riflessione su se stessa e sui propri codici. Come contribuì Barbieri a quella stagione?

“Sette immagini di quelle oggi esposte furono parte di quella grande mostra dell’84 e quindi sono fondative di quella che è stata chiamata la Scuola italiana di paesaggio: per esempio gli scatti Lugo – Ravenna 1982, Pegognaga – Mantova 1982, Sabbioneta1982, le due immagini di bar… Sono anche lo specchio di un’epoca, a cavallo tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quando gli italiani hanno cambiato il modo di relazionarsi e di frequentare i luoghi di ritrovo e di svago. C’è una semplicità nei ritratti di adulti e ragazzi che ci parla anche dei nostri mutamenti sociali e comportamentali. Questi fotografi sono riusciti a leggere l’evoluzione della società e dei suoi riti più dei sociologi. Ed è importante che le immagini siano a colori, perché questa è la verità della vita, d’altra parte noi viviamo a colori”.

Per dare la misura dell’evoluzione del linguaggio di Barbieri, in mostra sono esposti anche alcuni scatti degli anni Duemila, che riflettono la rinnovata attenzione del fotografo per i paesaggi dall’alto: sono fotografie in digitale, questa volta, delle grandi città, Roma, Napoli, realizzate volando a bassa quota con l’elicottero. Frutto di un progetto sulle grandi metropoli, ogni immagine si intitola “site specific”, in un gioco concettuale che inverte l’idea di contenitore e di contenuto e allo stesso tempo ridefinisce l’identità del luogo a seconda dell’interpretazione che ne danno l’occhio del fotografo e l’occhio dell’osservatore.

La mostra è visibile fino al 31 ottobre e al momento è aperta il  venerdì dalle 18.30 alle 21; il sabato e la domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 21

È disponibile il catalogo, edito da Silvana editoriale, con testi critici di Corrado Benigni e una bella intervista all’autore.

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