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Un plotone di neolaureati, subito in campo contro il Covid: “Cresciuti in un attimo”

All’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: parlano il giovane infermiere Matteo Locatelli e il dottor Roberto Cosentini.

Neolaureati, ma subito in prima linea contro un avversario terribile, invisibile e sconosciuto: nel periodo più duro dell’emergenza Coronavirus, l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ha trovato il supporto fondamentale di un plotone di giovani appassionati, con un grande spirito di servizio e tanta voglia di mettere subito in pratica, nella più difficile delle sfide, gli studi appena terminati.

Non immaginatevi un ingresso in organico morbido e protetto: magari guidati e orientati dai colleghi più esperti, ma questi ragazzi sono stati a stretto contatto con le situazioni più delicate, trovandosi a dover prendere decisioni importanti.

Tra loro Matteo Locatelli, infermiere 28enne di Almenno San Salvatore: da gennaio lavorava già come libero professionista in ospedale, ma a marzo, compresa la profonda necessità di personale che l’azienda ospedaliera manifestava, si è subito candidato al bando per le assunzioni di specialisti da impiegare per fronteggiare lo tsunami Covid.

“È stato tutto molto veloce – racconta – Ho inviato la mia candidatura la mattina del 6 marzo e alle 16 ero già in ospedale per il colloquio, durante il quale mi hanno avvisato che avrei iniziato il mattino successivo. Tornando a casa ho passato anche qualche momento di paura: ma ho cercato di restare lucido e farmi trovare pronto soprattutto psicologicamente, anche se non lo si può mai essere per un evento simile. Come ho dormito? Bene, ma prima di coricarmi ho ripassato qualche nozione, in particolare sui caschi Cpap che sapevo essere importanti in quella fase”.

Ed è proprio ai caschi, fondamentali per assistere la respirazione dei malati Covid, che Matteo associa uno dei primissimi ricordi: “L’impatto è stato impressionante – spiega – Il reparto era ancora in costruzione, nel silenzio sentivo solamente il forte fischio dei Cpap, nei corridoi dovevo stare al di qua di una linea rossa che divideva il percorso dello sporco da quello del pulito. Un’organizzazione che non avevo mai visto, ma ciò che mi ha colpito da subito è stata la grande collaborazione e fiducia reciproca”.

Paradossalmente, la poca esperienza ha forse giocato a favore di tutti quei giovani medici e infermieri alle prime armi: “Professionalmente noi nasciamo in questa situazione – ammette – Il non avere protocolli già acquisiti ha fatto in modo che non ci trovassimo spiazzati del tutto: ma ricorderò sempre i volti, le frasi e le espressioni di chi lavora qui da 20 anni e non aveva mai vissuto niente del genere. Io avevo sulle spalle due mesi di lavoro, ma ho incontrato tanti ragazzi che da un giorno all’altro si sono trovati nel mezzo dell’emergenza: hanno cercato di farsi forza, buttandosi forse con quel pizzico di incoscienza tipico di chi si approccia con entusiasmo a qualcosa di nuovo”.

Un dramma, quello del Covid, che dall’interno è stato vissuto in modo particolare: “I numeri che da fuori facevano paura, qui erano volti e nomi: è un’altra cosa, spaventosa. In quei giorni eravamo tutti più o meno sullo stesso piano: noi con la nostra freschezza, i colleghi esperti con fermezza e lucidità per gestire al meglio l’emergenza. Un mix straordinario, uno spirito di squadra non scontato che ci ha dato la forza e lo ricorderò per tutta la vita”.

Matteo Locatelli, 28 anni, infermiere
matteo locatelli infermiere

Tra coloro che il 28enne infermiere chiama “colleghi più esperti” c’è senza dubbio il dottor Roberto Cosentini, dal novembre 2015 direttore del Centro Emergenza Alta Specializzazione del Papa Giovanni XXIII dove sono stati impiegati due ragazzi laureati da un anno: “Si è creata un’atmosfera molto particolare – racconta – Nelle grandi difficoltà il gruppo si unisce per raggiungere un unico obiettivo e così è più facile inserirsi, anche dal punto di vista emotivo. L’impatto clinico, invece, è stato abbastanza scioccante, si vedeva morire molta gente o condizioni generali che si sapeva avrebbero portato alla morte: ma anche noi non eravamo preparati a tutto questo. La difficoltà maggiore era capire la gravità della situazione, decidere la zona e il tipo di trattamento: la novità del protocollo è stata interiorizzata forse prima da loro, non si trattava di cambiare alcuna abitudine”.

Il fattore più positivo di tutta l’esperienza, il dottor Cosentini lo rintraccia in un aspetto particolare: “Ho trovato persone molto consapevoli e mature nonostante la giovane età – spiega – Ciò che è emerso con forza è il ritorno della vocazione medica, il riconoscersi con la propria professione. A conti fatti, tra mille difficoltà, credo che questi ragazzi abbiano fatto bene ad accettare un incarico così complicato: hanno potuto fare un’esperienza unica a livello professionale, breve ma di grande livello culturale, umano e formativo”.

Ma l’apprendimento non è stato unidirezionale perché anche chi ha sulle spalle qualche anno in più, anagrafico e professionale, ha colto il meglio da questo scambio: “La spinta emotiva dei giovani è stata importante per tutti – ammette il dottor Cosentini – Un arricchimento anche per noi e una ulteriore propulsione a lavorare di più e meglio. L’entusiasmo dei ragazzi è contagioso ed è stato importante nei momenti in cui le energie venivano a mancare”.

Roberto Cosentini, primario del Centro EAS del Papa Giovanni
Roberto Cosentini

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