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Troppe neomamme che si dimettono: condizioni di lavoro pesanti e niente nonni

Tra le ragioni principali che spingono le donne a lasciare dopo il parto anche la poca flessibilità dei datori di lavoro e i costi elevati dell'assitenza al neonato.

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Nel 2019 hanno presentato le dimissioni n. 1.430 lavoratori e nel solo primo semestre 2020 siamo già a quota 501: sono dati ancora una volta poco incoraggianti quelli diffusi dall’Ispettorato del Lavoro di Bergamo, che fotografano una situazione particolarmente critica se ad essere analizzata è la sola componente femminile.

Una tendenza purtroppo nota e ben visibile anche dai dati nazionali che, per il solo 2019, parlano di 37.611 dimissioni convalidate a neomamme su un totale di 51.558, vale a dire il 73% del totale.

Delle 1.430 dimissioni volontarie presentate lo scorso anno, 1.051 sono arrivate da donne (73,5%), mentre nei primi mesi del 2020 la percentuale sale ulteriormente raggiungendo il 78,8%, con 395 domande sulle 501 complessive.

Ma quali sono le ragioni che spingono le donne a presentare le dimissioni?

Al netto dei cambi di residenza o di posto di lavoro, il motivo principale in questi primi sei mesi 2020 emerge chiaramente dai dati: la difficoltà a conciliare il lavoro con la cura del bambino, per ragioni legate all’azienda (248 casi). 

In particolare, le neomamme dimissionarie denunciano organizzazione e condizioni di lavoro particolarmente gravose e/o difficilmente conciliabili con le esigenze di cura della prole (154 casi), ma anche l’opposizione dei datori di lavoro a modificare orari di lavoro o a concedere il part time (64 casi).

Il secondo motivo è sempre relativo alla difficile conciliazione tra genitorialità e lavoro, ma per ragioni legate ai servizi di cura (121 casi): la maggior parte delle donne dice di non avere parenti di supporto (92), altre a causa dell’elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (22).

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