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L’attacco al veleno di Travaglio a Gori

Offensivo già dal titolo l'editoriale del direttore del Fatto Quotidiano

È velenoso l’attacco di Marco Travaglio al sindaco di Bergamo. Già nel titolo: Giorgio Covid.

Si sa, il direttore del Fatto Quotidiano alza sempre più l’asticella per rimanere fedele a se stesso e, se fino a qualche anno fa i suoi rimbrotti micidiali avevano un obiettivo politico, non partitico, e sapevano di indipendenza, ora graffiano con artigli appuntiti chiunque osi anche solo pensare di creare un problema al governo Conte e ai 5 Stelle.

Così martedì il suo editoriale ha preso di petto Giorgio Gori, reo di aver criticato Nicola Zingaretti, il segretario del Pd, e dunque di aver cercato di dare uno scossone al partito che sostiene il suo esecutivo prediletto.

Ci sta, Travaglio non è certo il primo a non digerire l’uscita (ormai le uscite) del primo cittadino di Bergamo contro la leadership dem. Il tono però è livoroso. Scrive di un “sindaco al Plasmon”, perché “dimostra meno dei suoi sessant’anni” (invidia?), lo paragona al ritratto che Fortebraccio fece di Umberto Agnelli (“la faccia gli è rimasta quella degli omogeneizzati), lo definisce quindi “un giovane-vecchio con idee decrepite”.

Poi spiega ai suoi lettori che l’anno scorso la Lega (imbeccata da Curia e Confindustria) ha candidato “una scartina per non disturbare la sua rielezione”. Giacomo Stucchi, parlamentare ed ex presidente del Copasir, viene così ridotto a “scartina” per far risaltare le iperboli del giornalista.

Insomma, per dire che non gli vanno giù le prese di posizione goriane, Travaglio usa l’accetta colpendo con vigore quelli che reputa suoi “amici” Calenda, Renzi (“l’Innominabile”) e Berlusconi (“B.”).

Fino all’attacco finale in cui Gori viene accusato di aver dato “una mano al Covid a galoppare”. Frasi che han fatto scendere in campo al fianco del sindaco perfino parlamentari del centrodestra, non certo suoi simpatizzanti.

Che poi sono legittimi i maldipancia per le uscite del primo cittadino: l’ipotesi che sia in cerca di un ruolo nazionale “fra quattro anni quando scade il mandato, o forse prima” non è peregrina e neppure originale. Sono opinioni già espresse da altri, in modo tuttavia ben più urbano.

Chè la libertà di pensiero è in ogni caso cosa buona e giusta, ma quando diventa astio ottiene l’effetto opposto, divenendo inefficace nella comunicazione della sostanza.

Due gocce di lucidità affogate in una tazza grande di camomilla farebbero bene anche a Marco Catone il Censore.

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