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“1917”: tre premi Oscar e sette nomination in una sola inquadratura

La tensione sarà palpabile, le paure e le ansie vivide ma, più di tutto, la speranza e l’istinto di sopravvivenza saranno i fedeli compagni

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Parlare di una pellicola come “1917” non è facile: vuoi per un sonoro mozzafiato, vuoi per ambientazioni curate nei minimi dettagli, per effetti speciali tendenti all’iperrealismo o per la peculiare scelta registica di girare tutto il film come un unico piano sequenza, ossia quella tecnica registica che prevede la modulazione di una sequenza o di un segmento narrativo autonomo attraverso una sola ripresa senza soluzione di continuità, tale prodotto rappresenta un esempio qualità cinematografica più unica che rara.

Sam Mendes infatti, già noto per lavori del calibro di “Skyfall”, “American Beauty” (valsogli il premio Oscar nel 2000) e “Road to Perdition”, fa senz’altro parte di quella sparuta schiera di registi in grado di viziare lo spettatore, proponendogli sempre, anno dopo anno e pellicola dopo pellicola, lavori superlativi ed eterogenei tra loro, evitando così fastidiose riproposizioni di formule già viste riscaldate al microonde.

Passare da una storia in cui si indagano i profondi turbamenti e le ossessioni generati da un adolescente in un uomo di mezza età ad un film di guerra, in cui essa passa in secondo piano man mano che ci addentriamo nella storia, incentrato sul terrore, sull’amicizia fraterna tra due soldati e sui terribili turbamenti che i conflitti mondiali possono generare nei giovani costretti a prendervi parte, in circa 20 anni di carriera, è senz’altro degno di lode.

1917 film

La trama è semplice: 6 aprile 1917, due giovani soldati britannici, i caporali Blake e Schofield, affrontano i momenti più crudeli della Prima Guerra Mondiale quando intraprendono una pericolosa missione per salvare 1.600 uomini da morte certa.

Se pensate che quest’opera somigli a qualcosa che avete già visto in precedenza è probabile che vi stiate confondendo. È vero, l’eco a pellicole come “Children of Men” di Cuaron, “Birdman” di Iñárritu e alla fotografia di Lubezky è palese, ma mai fino a questo momento qualcuno era riuscito ad adattare una tecnica complessa e a tratti disturbante come quella del piano sequenza ininterrotto ad un intero film o quantomeno nessuno c’era riuscito ricevendo 3 Oscar e spazzando via la concorrenza.

Forse il paragone più corretto, anche se può suonare strano, è quello con un qualsiasi videogioco d’azione in terza persona, dove la camera segue incessantemente il giocatore senza mai staccarsi da lui, raccontando semplicemente una storia, più o meno profonda, girando attorno al protagonista, allontanandosi ed avvicinandosi a lui, ma senza mai abbandonarlo, in favore di un immedesimazione pressoché totale dello spettatore.

L’incontro tra ottava arte, quella videoludica, e settima, quella cinematografica, benché strano a dirsi, rappresenta probabilmente il futuro di un cinema ormai sempre più concentrato sull’incessante bisogno di stupire lo spettatore con trovate nuove e mai scontate e Mendes, come sempre, si è dimostrato precursore in questo campo.

La tensione sarà palpabile, le paure e le ansie vivide ma, più di tutto, la speranza e l’istinto di sopravvivenza saranno i fedeli compagni che mai vi abbandoneranno durante il viaggio di Blake e di Schofield.

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