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Elena, medico neoabilitato subito in pista per la pandemia: “Drammatico, ma quanto ho imparato”

Elena Bellazzi si è ritrovata a diventare riferimento di una intera comunità nel pieno della pandemia, in sostituzione dello storico dottore di Caprino, deceduto a causa del Covid

Dopo tanti anni di studio la prima esperienza lavorativa segna l’inizio di una nuova importante fase. Ma Elena Bellazzi, medico di Caprino Bergamasco, laureata in Medicina e Chirurgia all’università degli studi di Pavia, questa esperienza è stata un vero battesimo di fuoco.

Come tanti altri dottori neoabilitati, Elena si è ritrovata a diventare riferimento di una intera comunità nel pieno della pandemia, in sostituzione dello storico dottore di Caprino, deceduto a causa del Covid.

Tra le riflessioni che la pandemia ha comportato c’è sicuramente quella sul valore della medicina territoriale e sulla categoria dei medici di base, lasciati a loro stessi nelle prime settimane di emergenza.

“Ci siamo sentiti abbandonati, come si sono sentite abbandonate le persone – ha spiegato Elena – gli aiuti non sono arrivati da chi sarebbero dovuti arrivare”.

Elena ha però potuto contare sull’aiuto di associazioni e del Comune di Caprino Bergamasco, superando problemi che sembravano impossibili da sconfiggere.

“I momenti drammatici sono stati tanti, a fine giornata era difficile addormentarsi e staccare il cervello dai pensieri – racconta Elena – Ma queste settimane sono state preziose, formative. Mi hanno ricordato del perché ho deciso di fare il medico”.

Iniziare a pratica la professione di medico in piena emergenza Covid. Si sarebbe mai immaginata un inizio del genere?

È stato un battesimo di fuoco. Un inizio difficilissimo perché mi sono ritrovata a lavorare in assenza di indicazioni o protocolli da seguire da parte dell’ATS o della Regione. All’inizio siamo stati lasciati completamente soli, noi medici di base riuscivamo a reperire informazioni dai protocolli ospedalieri tramite gruppi WhatsApp.

Nella chat vi scambiate quindi consigli su come agire in assenza di indicazioni?

Esatto. Ad esempio, ricevevamo indicazioni preziose dai colleghi di Nembro, che erano più aggiornati rispetto a noi di Caprino, dove le cose succedevano esattamente con una settimana di ritardo. Vedevamo gli stessi quadri che osservavano a Nembro una settimana prima. In questo modo capivano come agire.

Chi vi ha aiutato nelle settimane più difficili?

Oltre alla mancanza di protocolli, all’inizio non c’erano nemmeno i dispositivi di protezione. Abbiamo dovuto improvvisare. Nella cattiva sorte abbiamo però trovato l’aiuto di associazioni di Caprino bergamasco che ci hanno rifornito di mascherine e guanti. L’aiuto non è arrivato da chi doveva arrivare, ossia dall’azienda sanitaria di riferimento, ma da associazioni private, dal Comune di Caprino o dai carabinieri che offrivano un servizio di consegna e ritiro di bombole d’ossigeno. È stata un’azione di solidarietà importantissima. Abbiamo poi fatto fronte comune tra noi dottori di base. Ho potuto contare sulla solidarietà e appoggio dei colleghi di altri paesi. Confrontandomi con i medici nella stessa situazione, sono riuscita ad avviare un protocollo medico, basandomi anche sulle linee guida internazionali.

Pur contando sull’aiuto di colleghi e associazioni, deve essere stato molto difficile. Cosa ricorda degli inizi?

All’inizio è stato difficile. Non si è subito capita la natura sistemica di questa infezione, essendo un virus totalmente nuovo. Si pensava che comportasse complicazioni solo a livello respiratorio/polmonare. La svolta è stata quando si è scoperta la reale sistemicità di questa infezione che non va solamente a creare problemi polmonari, ma dà una forte infiammazione di tutti i vasi. È così che dal punto di vista clinico e terapeutico ho visto una differenza, soprattutto con la somministrazione ai pazienti dell’eparina, farmaco anticoagulante. I coaguli causavano spesso la morte dei pazienti improvvisamente.

Ci sono stati altri momenti particolarmente critici?

Le prime due settimane di aprile sono state devastanti, non si trovano più le bombole di ossigeno. Inoltre era la fase in cui il 112 non portava più via i malati molto gravi. “Questa persona è troppo anziana e il quadro clinico è troppo grave, in ospedale non ci sono posti”, dicevano. E il paziente veniva lasciato a casa a morire. Questo è stato devastante per la popolazione. Ho visto persone che si sono ritrovati in balia di una vita completamente sconvolta. E poi non avrei mai immaginato di trovarmi in una situazione del genere, di dover fare il conteggio di quanti litri dare per la bombola di ossigeno affinché durasse il più a lungo possibile, perché sapevo che sarebbe stato difficile reperirne un’altra.

Cosa provava alla fine di ogni giornata?

A fine giornata ero stanca, stanchissima, ma anche consapevole del fatto che non potevo mollare. Era difficile riuscire ad addormentarmi. Non è stato facile perché mi sono dovuta staccare per varie settimane dalla mia famiglia, per proteggerli perché non avevo la certezza di non essere positiva al virus. Ero stanca ma anche arrabbiata perché sentivo la mancanza di un supporto da chi doveva darcelo. Noi medici di base ci siamo sentiti abbondonati a noi stessi.

Questa esperienza come l’ha cambiata, come vede la sua professione adesso?

Mi ha resa più consapevole delle mie capacità, delle mie risorse. In queste settimane sono sempre riuscita a trovare una soluzione, anche nelle situazioni più critiche. Ho capito che è tutto nelle mani del singolo: anche se a volte può sembrare impossibile, con impegno e insistenza si raggiunge ogni obiettivo. È stata per me formativa la collaborazione con gli altri medici di base, con i farmacisti, con le associazioni territoriali, con il comune.

Ora che programmi ha per il futuro?

A settembre dovrò fare l’esame per entrare in specialistica. Prima di questa esperienza l’idea era di fare anestesia e rianimazione. Ora, vedendo il potenziale che ha la medicina del territorio, che spesso non viene sfruttata e valorizzata, sto valutando di prendere la strada del medico di base. Questo mestiere, se fatto bene, se fatto con il cuore, è una risorsa straordinaria per le persone. Dovrebbe essere meglio valorizzato. In questa emergenza ci siamo sentiti abbandonati noi medici e base, ma si sono sentiti ugualmente abbandonati anche i cittadini, i pazienti.

Il suo ruolo in questi mesi non è stato solo quello di medico ma anche di supporto emotivo per i suoi pazienti.

Sì, perché spesso venivano colpiti più membri di una stessa famiglia. Le persone prendono il medico di base come punto di riferimento. Inoltre, io mi sono ritrovata a sostituire un medico di base deceduto a causa del Covid, il medico storico del paese. Questo aspetto ha avuto un grande impatto: i pazienti si sono ritrovati senza il punto di riferimento in un piccolo paesino. Ricevere i ringraziamenti dai pazienti per tutti gli sforzi fatti è stata la ricompensa più grande. Grazie a loro mi sono ricordata del perché ho deciso di diventare medico.

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