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Bergamo, più di mille mamme hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio

Isabel Perletti, consigliera di Parità della provincia di Bergamo legge con amarezza i numeri sulle dimissioni: nel 2019 395 in più rispetto all'anno precedente

“Dati sempre scoraggianti, che evidenziano in generale le difficoltà dei neogenitori lavoratori/lavoratrici a conciliare la vita famigliare con quella lavorativa”. Isabel Perletti, consigliera di Parità della provincia di Bergamo legge con amarezza i numeri sulle dimissioni dal lavoro dei genitori.

Il 24 giugno scorso, l’Ispettorato del Lavoro e le Consigliere nazionali hanno presentato in videoconferenza i dati relativi alle convalide delle dimissioni per l’anno solare 2019: i provvedimenti di convalida sono stati 51.558, il 4% in più rispetto all’anno precedente di cui 37.611 presentate da neomamme (il 73% del totale e il 4,6% in più rispetto al 2018); 13.947 i papà che si sono dimessi, il 27% del totale con un aumento del 3,4% rispetto allo scorso anno.

Secondo i dati dell’Ispettorato Territoriale di Bergamo, nel 2019 hanno presentato le dimissioni n. 1.430 neogenitori contro 1.459 del 2018 e 947 del 2017.

Confrontando il dato 2019 e anche quello relativo al I semestre del 2020, si può leggere un ulteriore aumento delle dimissioni delle lavoratrici madri.

“Sono dati che non discostano dai trend degli anni precedenti. L’essenza è che oggi in Italia, essere madre è una colpa. Il valore aggiunto della maternità, invocato da molti, resta solo un buon proposito specie nel mercato del lavoro dove le discriminazioni di genere colpiscono maggiormente lavoratrici madri.

Nonostante i numerosi studi internazionali sulla relazione direttamente proporzionale tra occupazione femminile e numero di figli/e, spesso è proprio la maternità a determinare l’abbandono del posto di lavoro per l’impossibilità di conciliare la vita e lavoro e a creare quelle condizioni che rendono difficoltoso il rientro post-maternità”.

Secondo l’Osservatorio privilegiato della consigliera di Parità, delle 1.430 dimissioni volontarie presentate, 1.051 riguarda donne (73,5%) contro il 379 degli uomini (26,5%). In termini percentuali nel 2020 le donne rappresentano il 78,8%, con un aumento di ben 5 punti percentuali rispetto all’anno precedente e 395 in valori assoluti.

Prevalgono le dimissioni volontarie nelle madri: 1.037 nel 2019 (98,67%), dato confermato anche per il 2020 (96,71%) e stesso dicasi per quelle dei padri: 307 nel 2019 (97,63%). Il tipo di recesso, quale giusta causa e risoluzione consensuale rappresentano insieme nel 2019 solo il 1,34% e lo stesso vale anche per gli anni 2017 e 2018.

Considerando l’età delle lavoratrici le dimissioni si concentrano per gli anni dal 2017 ad oggi in due fasce d’età: 29-34 e 34-44, nel 2019 presentano lo stesso valore assoluto (402).

Sono quindi 804 le lavoratrici tra i 29-44 anni che hanno presentato dimissioni, lavoratrici che si trovano nella classe di età più fertile che si dimettono con l’arrivo del primo/a o del secondo/a figlio/a.

Le dimissioni dei lavoratori padri si concentra nella fascia d’età 34-48 (48,28% del totale). Diversa è però la motivazione che induce a lasciare il posto di lavoro, ossia non per mancanza di conciliazione vita-lavoro ma piuttosto per cambio di lavoro.

I padri dimissionari italiani rappresentano l’80% del totale nel 2019 (303), contro 16,3% Extra UE e 4% UE, con una tendenza temporale in diminuzione in tutti e tre i gruppi.

Analizzando il settore produttivo si nota che nel 2019 ben 863 lavoratrici madri hanno dato le dimissioni nel terziario (82,11% del totale femminile), con andamento stabile dal 2017 (78,98%) al 2020 (78.48 %).

Segue l’industria con 150 dimissioni (14,27% del totale femminile)

Diversamente i neo padri concentrano le loro dimissioni, oltre che nel terziario (44.34 % sul totale maschile nel 2020), nell’industria (41,51% sul totale maschile). Analizzando la dimensione dell’azienda si nota che le dimissioni delle neomamme di concentrano nel 2019 nelle grandi aziende con più di 250 dipendenti (18,46%), nel 2017 e 2018 invece le maggiori dimensione si rilevavano nelle micro imprese fino a 9 dipendenti (rispettivamente 36,51% e 33,24%).

“Risolvere il problema del lavoro femminile non solo avrebbe impatti positivi sulla natalità (in Italia e in Lombardia rispettivamente 1,29 e 1,36 figli/e per donna nel 2019) ma si avrebbe un impatto positivo sulla crescita economica nazionale e dell’Unione europea.

Il tasso di occupazione femminile a Bergamo nel 2019 si attestava al 54%, al di sotto della media lombarda pari al59,3% e sopra quello nazionale del 49%. Quello maschile invece si attestava al 76%, con una differenza di ben quasi 22 punti percentuali.

Con la ripresa economica il gap di genere è aumentato, sebbene anche il tasso di occupazione femminile sia costantemente aumentato dal 2017 al 2019.

Il lockdown ha accentuato le disfunzioni già presenti nel mercato del lavoro femminile quali la difficoltà a conciliare vita e lavoro delle donne causa assenza dei servizi di cura di supporto: si pensi ai servizi educativi integrati e l’assenza di supporto di parenti e nonni nella gestione dei figli/e. Durante il lockdown le donne, specie nei settori dei servizi e ad alta femminilizzazione, hanno continuato a lavorare cercando di conciliare il loro ruolo di lavoratrice con quello di madre e figlia, assistendo prole e/o genitori anziani.

Lo smartworking, trattasi per lo più di lavoro da remoto purtroppo, è stato un privilegio di alcune (le impiegate) e non di altre, si pensi alle operaie.

Alcuni strumenti messi in campo: quali bonus baby sitting e congedi parentali sono stati elaborati in un’ottica di breve periodo, la fase di emergenza e potrebbero essere un utile strumento qualora fossero resi strutturali e più snelli nell’utilizzo.

Allo stato attuale, conclude Isabel Perletti “non è più sufficiente limitarsi alla denuncia per noi soggetti istituzionali ma è doveroso operare concretamente. Servono competenze, progettualità e soprattutto una reale volontà politica di non fermarsi al commento dei dati che certificano la gravità della condizione delle donne in Italia o a istituire tavoli di lavoro poco operativi, ma di agire in prima linea per porvi rimedio”.

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