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Fra Grecia e cristianesimo: la storia di san Paolo incontra il mito

Approfondendo le informazioni relative alla vita di questo santo possiamo compiere un affascinante viaggio che spaziando fra storia e fede si collega alla mitologia greca

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Quando sentiamo parlare di San Paolo generalmente pensiamo all’episodio della sua conversione. Ma quanto ne sappiamo davvero? Approfondendo le informazioni relative alla vita di questo santo, che si festeggia ogni anno il 29 giugno (insieme a san Pietro), possiamo compiere un affascinante viaggio che spaziando fra storia e fede si collega alla mitologia greca.

Si tratta di una figura particolarmente importante per l’elaborazione della teologia cristiana: mentre i Vangeli si occupano prevalentemente di narrare le parole e le opere di Gesù, le sue lettere definiscono i fondamenti dottrinali del valore salvifico dell’incarnazione, passione, morte e risurrezione.

Paolo, in ebraico chiamato Saulo, nacque a Tarso, nella Cilicia, l’odierna Turchia, tra il 5 e il 10 d.C in una famiglia ebrea della “diaspora“ (cioè fuggita dalla Palestina) e aveva la cittadinanza romana. Studiò legge a Gerusalemme: era un uomo molto colto e influente per l’epoca, a differenza degli apostoli, che erano poco più che analfabeti. Nella sua vita passò da persecutore dei primi seguaci di Gesù considerandoli una pericolosa setta ad “apostolo per vocazione” che, dal 45 d.C. al 57 d.C circa, diffuse il messaggio del Vangelo ben lontano da Gerusalemme, a Cipro, Antiochia di Pisidia, Listra, Perge, Antiochia di Siria, in Cilicia, Frigia, Galazia, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso e Rodi, rivolgendosi ai pagani. Venne fatto imprigionare dagli ebrei a Gerusalemme con l’accusa di turbare l’ordine pubblico e appellatosi al giudizio dell’imperatore – come era suo diritto, in quanto cittadino romano – fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari, riuscendo però a continuare la sua predicazione. Morì vittima della persecuzione di Nerone, decapitato probabilmente tra il 64 e il 67.

Sicuramente non è stato facile per lui comprendere la chiamata di Gesù né adeguarsi alla sua nuova vita: rinnegato dalla sua stessa gente, guardato con sospetto da coloro i quali erano abituati a vederlo come un nemico, iniziò la sua predicazione animato da tanto entusiasmo. L’incontro e la frequentazione con Pietro e gli altri apostoli gli fecero conoscere la vita e la parola di Gesù: da allora intraprese una serie di viaggi apostolici, spesso accompagnato dall’apostolo Barnaba e da altri discepoli e amici.

A cambiare la sua vita fu un episodio in particolare: la conversione, raccontata dall’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli: un giorno decise d’intraprendere un viaggio verso Damasco per organizzare la repressione dei cristiani che si trovavano in quel luogo. A un certo punto, mentre si trovava alle porte della città, una potente luce lo avvolse e lo scaraventò a terra e sentì una voce che gli disse: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”. E lui: “Chi sei o Signore?”; e la voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (Atti 9, 3-7).

Generalmente l’iconografia rappresenta la conversione di Paolo con l’immagine della caduta da cavallo, eppure le Sacre Scritture si limitano a dire che il santo “cadde a terra” durante un viaggio e non si parla di destrieri. Questa raffigurazione è una deduzione della tradizione artistica medievale dettata dalla logica: Paolo era in viaggio, ed è plausibile che non si stesse spostando a piedi. Questo ragionamento indusse i miniatori e i pittori dei primi secoli a introdurre l’equino, che da allora si è imposto come lo “standard” iconografico della storia dell’arte. Esiste però anche un’altra spiegazione. Secondo una convenzione medievale, il peccato capitale della superbia era rappresentato come un cavaliere che viene disarcionato: una traduzione visiva che si applicava perfettamente alla vicenda spirituale di Paolo di Tarso.

Ma non è tutto: un affascinante filone di ricerca si lega alla mitologia greca e considera San Paolo e San Pietro come la “cristianizzazione” di Castore e Polluce, noti come Dioscuri. Questi ultimi erano due fratelli che, secondo alcuni erano figli di Zeus e Leda, mentre per altri il loro padre era Tindaro, re di Sparta, e fratelli di Elena, oggetto della contesa a Troia, mentre per altri ancora Polluce e le sorelle Elena e Clitemnestra sarebbero figli di Zeus mentre Castore sarebbe stato figlio di Tindaro. In base all’ipotesi considerata, talvolta vengono ritenuti entrambi divini, altre volte tutti e due mortali e altre ancora solo Polluce è definito immortale.

Più in generale, erano visti come aiutanti del genere umano nonchè patroni dei viaggiatori e in particolare dei marinai che li invocavano per cercare venti favorevoli, ma anche dei cavalieri e dei pugili, degli atleti e delle gare sportive: intervenivano nei momenti di crisi aiutando coloro che li avessero onorati e si fidassero di loro.
Erano eccellenti cavalieri e cacciatori e, per questo la loro immagine tradizionale è quella di due atletici giovani con un mantello rosso color porpora sulle spalle, armati di lancia e spada, con due cavalli. Sul capo hanno un cappello a punta e una stella tra i capelli. Accanto a loro, a volte, viene raffigurata un’anfora colma di sementi oppure un serpente.
Erano venerati dai Greci e dai Romani: vi erano templi dedicati ai Dioscuri ad Atene, come l’Anakeion, e a Roma, ma anche santuari in molti altri luoghi nel mondo antico.
A partire dal V secolo a.C, Castore e Polluce vennero venerati dai Romani, probabilmente come risultato della trasmissione culturale attraverso le colonie greche della Magna Grecia in Italia meridionale.

La costruzione del Tempio di Castore e Polluce, che si trova nel Foro Romano nel cuore della loro città, è stato intrapreso per sciogliere un voto formulato da Aulo Postumio Albo Regillense in segno di gratitudine per la vittoria romana nella battaglia del Lago Regillo a 495 a.C. La costituzione del tempio può anche essere una forma di Evocatio, cioè il trasferimento di un nume tutelare da una città sconfitta a Roma, dove culto sarebbe offerto in cambio di favore.

I Romani credevano che i gemelli li aiutassero sul campo di battaglia: il loro ruolo di cavalieri li rendeva particolarmente attraenti.

Anche gli Etruschi veneravano i gemelli come Kastur e Pultuce , collettivamente i Tinas cliniiaras, “figli di Tinia ,” la controparte etrusca di Zeus. E sono stati spesso dipinti sugli specchi etruschi.

Ma anche dopo l’ascesa del Cristianesimo i Dioscuri hanno continuato a essere venerati, con il papa Gelasio I che attestò la presenza di un “culto della Castores” che la gente non voleva abbandonare. In alcuni casi, i gemelli sembrano essere stati semplicemente assorbiti in un quadro cristiano; ceramiche e sculture risalenti al IV secolo d.C. e provenienti dal Nord Africa raffigurano i Dioscuri a fianco dei Dodici Apostoli, la Resurrezione di Lazzaro o con San Pietro. La chiesa ha respinto l’immortalità dei Dioscuri sostituendoli, al tempo stesso, con coppie cristiane equivalenti: san Pietro e Paolo sono stati quindi adottati in luogo dei Dioscuri come patroni di viaggiatori, e Santi Cosma e Damiano ha assunto la loro funzione di guaritori.

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