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Sanità, business appetibile per qualcuno, servono serie regole a tutela del paziente

Qualcosa non va sia nel pubblico che nel privato e le spinte verso la totale privatizzazione del sistema sanitario ormai sono ben visibili da tutti.

La fantastica sanità lombarda, per quanto mi consta, è diventata un’organizzazione che evidenzia carenze tali da creare serie preoccupazioni a tutti coloro che ne devono usufruire.

Sarà che il Covid ha fatto regredire tutto, ma ora, alla ripresa della bozza di normalità che tutti speriamo diventi un dipinto definito e dai fulgidi colori, la constatazione della scarsa funzionalità del sistema lombardo preoccupa non tanto i politici regionali o nazionali che hanno i loro canali velocissimi per visite e cure, fors’anche a titolo gratuito, ma noi comuni cittadini, noi i cosiddetti mortali.

È probabile che i politici credano di appartenere a una razza da preservare e da difendere a tutti i costi. Quei costi, purtroppo, li sosteniamo noi e sono coperti dal prezzo che paghiamo in varie forme, per assistere all’indecoroso spettacolo delle liti improduttive e dannose che giornalmente ci vengono propinate anche da coloro che son pagati per stare in parlamento a discutere di provvedimenti che portino beneficio alla gente e che, al contrario, utilizzano risorse e tempo per una campagna elettorale permanente.

Noi, gente comune, abbiamo più senso di responsabilità di molte persone che dicono di governarci o di volerci governare promettendo l’impossibile, ma siamo coscienti del fatto che le nostre considerazioni non sfiorano nemmeno lontanamente la sensibilità di coloro che siedono su quei ben retribuiti scranni.

Vorrei andare oltre e tornare sul concetto di sanità per capirne il significato profondo e per osservare quanto, in questa ripresa, si scosti dall’essenziale significato che tutti attribuiamo al termine, inteso come Sistema Sanitario Nazionale, delegato per la gestione alle regioni.

Non citerò i nomi di medici e nemmeno di istituti per ovvie ragioni. Il clima teso tra le parti “padronali” e gli operatori sanitari non permette, salvo ritorsioni, di manifestare le legittime ragioni che portano a decisioni sofferte ma imprescindibili. Mentre chi investe in sanità mira al profitto, legittimo se non costringe gli operatori a turni massacranti perché gli organici si mantengono al livello minimo indispensabile, coloro che operano in qualità di medici o di infermieri optano per la centralità dei pazienti. Va da sé che turni stressanti possono portare a situazioni di disagio in chi, giorno dopo giorno, è a contatto con i malati e la stanchezza non è certo un ausilio al compimento delle pratiche mediche o chirurgiche se protratta nel tempo o se, peggio ancora, diventa un metodo di lavoro imposto come regola routinaria.

Lo scrivevo in un precedente articolo: mal si coniugano gestioni dalle quali si vuol ottenere il massimo profitto con il minor investimento possibile.

Se il concetto sopra espresso può essere applicato in diversi settori del’industria manifatturiera o di servizi, lo stesso criterio non funziona in un settore delicato come la sanità nella quale il risultato da conseguire è la salute ed il benessere del paziente. Le macchine possono lavorare in continuo, senza sosta per un numero imprecisato di ore, i medici ed il personale a contatto con i malati no.

Intendiamoci, ci sono stati momenti nei quali la sanità pubblica era paragonabile a una realtà nella quale la parola “razionalizzazione” delle risorse e dei mezzi era pressoché ignorata.

Razionalizzare non solo è giusto ma è doveroso e coinvolge la moralità di chi guida le istituzioni tutte, in particolare quelle sanitarie.

Razionalizzare, però, non significa sacrificare al maggior profitto possibile le risorse umane, soprattutto quelle che agiscono con un carico di responsabilità legata alla vita delle persone ed al loro benessere.

Le ultime affermazioni dell’assessore Giulio Gallera non lasciano dubbi sul fatto che la spinta verso la privatizzazione del servizio sanitario sia inarrestabile. Intendiamoci, non ho nulla contro il “privato” in quanto tale se investe in sanità per trarre un profitto che sia giusto e morale. Ma il confine tra questi termini chi lo definisce? L’investitore o l’operatore sanitario che opera direttamente sul campo?

La sanità sta diventando un business molto appetibile e non è escluso che anche gruppi stranieri possano insediarsi sul suolo italico per spartirsi la torta di questa attività che sembra dare ottimi ritorni agli investitori. Sarebbe compito dello stato stabilire parametri ragionevoli che salvaguardino dallo sfruttamento le professionalità, spesso eccellenti, che alla professione dedicano passione e competenza, o partecipare come elemento di controllo e calmieratore alla gestione delle realtà private. Ma sull’intero fronte tutto tace e le direttive generali lasciano spazi troppo vasti alla fantasia interpretativa.

Per concludere, ci piacerebbe che gli ospedali non diventassero fabbriche ad alto reddito per gli investitori a scapito di chi vi lavora e di conseguenza, dei pazienti.

La distanza tra il dire ed il fare si misura anche in un campo delicato come questo e, purtroppo, ci fa sospettare che coloro che al minimo disturbo hanno a disposizione medici e strutture per curarsi, non considerino con la dovuta serietà la situazione ospedaliera nazionale dove, e lo dico per esperienza personale, per una visita specialistica motivata da necessità reale, ci si può sentir dire che se ne parlerà verso la fine del prossimo anno 2021.

Qualcosa non va sia nel pubblico che nel privato e le spinte verso la totale privatizzazione del sistema sanitario ormai sono ben visibili da tutti. Se avete soldi da spendere, provate a chiedere quanto è lunga la lista d’attesa e scegliete un appuntamento privato (solvente). Rimarrete piacevolmente sorpresi ed impoveriti nel constatare che in pochi giorni sarete accuditi e qualcuno si prenderà cura di voi.

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