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Il nostro mondo è malato, occorre una conversione ecologica effettiva ed efficace

Occorre ripartire con la consapevolezza che il nostro mondo malato e diviso in tanti particolarismi si cura con il cammino della fratellanza. Forse si può pensare che tutto questo sia utopia e che è necessario un sano realismo.

Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato” o “Siamo tutti sulla stessa barca”.

Sono solo due delle espressioni che papa Francesco ha usato in questo tempo di pandemia. Sono espressioni simbolo.
Quella di papa Francesco, che ricordiamo oggi nella festa dei Santi Pietro e Paolo, è stata una delle poche voci autorevoli tra i leader mondiali che si sono levate in questo tempo per consolare, confortare e accompagnare la gente, soprattutto le persone più fragili. Queste sono affermazioni che divengono monito ora in un tempo in cui si convive con il virus, si asciugano le lacrime del dolore che il virus ha inferto a molti e si cerca faticosamente di ripartire.

Diceva sempre papa Francesco nell’incontro con il personale sanitario della Lombardia, “Per onorare la sofferenza dei malati e dei tanti defunti, soprattutto anziani, la cui esperienza di vita non va dimenticata, occorre costruire il domani: esso richiede l’impegno, la forza e la dedizione di tutti. Si tratta di ripartire dalle innumerevoli testimonianze di amore generoso e gratuito, che hanno lasciato un’impronta indelebile nelle coscienze e nel tessuto della società, insegnando quanto ci sia bisogno di vicinanza, di cura, di sacrificio per alimentare la fraternità e la convivenza civile”.

La pandemia ha rivelato quanto fragile è il nostro mondo, quanto in questi anni abbiamo ferito la casa comune nella quale abitiamo, ne sono testimonianza i cambiamenti climatici che attraversano il pianeta; quanto la disuguaglianza ferisce molti e genera conflitti che a loro volta determinano ingenti spostamenti di persone, secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati quasi 80 milioni di persone sono costrette a lasciare la loro casa perché non è più un luogo sicuro; o ancora quanto la cultura dello scarto si sia sempre più fatta spazio nel nostro vivere quotidiano colpendo soprattutto le persone più fragili, più vulnerabili.

Uno degli esempi più chiari è che nel nostro Paese e nella nostra Europa si è investito sempre meno per sostenere lo stato sociale che costituisce una rete di sostegno per le nostre comunità a partire dagli ultimi. La pandemia nella sua drammaticità ha messo a nudo tutto questo, rivelando che siamo tutti sulla stessa barca, ma il rischio grande è che anche su questa barca non si è tutti uguali in dignità, le persone più fragili rischiano di essere lasciate sole, lasciate indietro o peggio gettate a mare.

Più passa il tempo più sembra che l’unico modo per ripartire sia tornare al prima della pandemia, a quella società del consumo in cui della globalizzazione molti subiscono solo effetti negativi. In realtà come ci ha ricordato sempre papa Francesco, peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla perderemmo un’occasione. Se dagli Stati generali dell’Economia un insegnamento deve uscire è quello di tornare a considerare gli uomini e le donne come persone e non solo consumatori, anelare a quello sviluppo umano integrale che il papa ricorda nella Lettera ai movimenti popolari del giorno di Pasqua; quel protagonismo dei popoli nella loro diversità che lottino per la terra e i suoi frutti non intesa come proprietà che esclude ma come spazio di condivisione, la casa come luogo esistenziale dove sentirsi sicuri e permetta di essere felici e il lavoro come luogo di realizzazione delle proprie potenzialità. Per fare questo occorre una conversione ecologica effettiva e efficace e non un semplice greenwashing di imprese e istituzioni politiche.

Occorre ripartire con la consapevolezza che il nostro mondo malato e diviso in tanti particolarismi si cura con il cammino della fratellanza. Forse si può pensare che tutto questo sia utopia e che è necessario un sano realismo. Il papa usa un’espressione molto bella quella di poeti sociali, per gli esponenti dei movimenti popolari. Forse anche noi dovremmo tornare a avere speranza, fantasia e creatività.

* Padre Camillo Ripamonti, gesuita, originario di Velate Milanese, è presidente dell’Associazione Centro Astalli.
Medico, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1997. Le tappe principali della sua formazione lo hanno portato a Genova, Padova, Scutari, Napoli, Madrid, Guadalajara in Messico. Dal 2008 al 2012 ha lavorato a Milano nella redazione di Aggiornamenti Sociali, storica rivista della Compagnia di Gesù. Per il Centro Astalli ha collaborato con La Civiltà Cattolica e Avvenire con commenti e contributi sul tema dei rifugiati, delle migrazioni e del dialogo interreligioso. Padre Ripamonti è da tempo una presenza stabile per operatori e volontari del Centro Astalli. Ogni giorno alla mensa ne coordina le attività ed è un riferimento per molti rifugiati.

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