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La lettera

“Io, docente tra incertezze e dubbi: voglio solo essere trattata da professionista”

"Come sarà il nuovo anno scolastico?", "Torneremo a fare lezione con gli studenti?": lo sfogo di una professoressa della scuola secondaria

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che una docente della scuola secondaria ci ha inviato. Parla di questo anno scolastico tanto anomalo che si è appena concluso tra esami di Stato e scrutini, ma parla anche delle tante incertezze e dei tanti dubbi che avvolgono il mestiere del professore in questo periodo tribolato.

“Credo di vivere in un mondo al contrario – ci scrive la docente, che chiede di restare anonima -, dove chi fa il suo dovere con impegno, passione, serietà e dedizione viene definito eroe, ma poi non viene riconosciuto, tutelato o sostenuto. Ecco, io non vedo eroi, ma persone, professionisti che amano il loro lavoro e meritano rispetto, riconoscimento e sostegno, meritano di essere trattati come persone e professionisti, sempre e da tutti”.

Ecco la lettera.

Esami conclusi, scrutini fatti:così termina il mio anno scolastico.
Sono una docente precaria della scuola secondaria di primo grado; spesso, le persone come me vengono identificate solo con l’aggettivo precario, che ha un peso forte, una connotazione negativa: significa che sono provvisoria, la mia presenza a scuola è indice di instabilità, di insicurezza, per me, ma soprattutto per i ragazzi e le loro famiglie.
Il concetto di insicurezza però è antitetico rispetto a quello di insegnante. Insegnante è, o dovrebbe essere, colui che rappresenta la certezza, un punto di riferimento sicuro, stabile e certo, nel bene e nel male.
La precarietà mette ansia a tutti: genitori che vorrebbero una figura stabile e solida per i loro figli; ragazzi che sono costretti a cambiamenti nel metodo di lavoro, nelle richieste e nelle modalità di relazione; colleghi, che sono sempre piuttosto diffidenti in un primo momento.
Anche per me non è facile: ogni anno devo imparare a conoscere alunni e famiglie nuovi, ogni anno in un contesto sociale e culturale diverso; devo imparare a conoscere colleghi nuovi, regole nuove perché ogni scuola ha le sue regole, il suo stile e la sua burocrazia. Soprattutto, devo avere pazienza e dare tempo alle persone, dirigente, colleghi, famiglie, ragazzi, perché mi conoscano, sperando che mi accettino.
Presto, però, inizia la magia.
Perché ho imparato che entrare in classe e fare lezione è una magia; non so bene spiegare cosa succeda, ma sono certa che si tratti di una magia.
Quando entro in classe, la mia ansia scompare. È molto affascinante guardare una classe e ciascuno dei ragazzi che la compongono e cercare di scoprire, già da come sta nel banco, o da come risponde all’appello, chi sia, cosa stia pensando, cogliere il senso di paura o la curiosità, il disinteresse, la timidezza o la spavalderia, che poi spesso nasconde una grande insicurezza.
La magia sta nella possibilità di stabilire una relazione con ciascun ragazzo e con la classe intera, sta nella capacità di trovare il canale giusto per arrivare ad ognuno, attraverso piccole cose: uno sguardo, una battuta, il nuovo taglio di capelli, i pennarelli colorati per scrivere alla lavagna. Con alcuni l’ironia è il canale giusto, con altri ci vuole dolcezza; talvolta è necessario essere duri, magari rendersi antipatici. L’attenzione ai dettagli è fondamentale, perché sorprende i ragazzi, come se non se l’aspettassero.
Perché, alla fine, posso insegnare la matematica, le scienze, solo stabilendo una relazione con i ragazzi.
Solo attraverso una relazione i ragazzi avranno voglia (chi più chi meno) di ascoltarmi e percepiranno che non sono li per raccontare una storiella, ma sono innamorata di ciò che sto spiegando e vorrei tanto che anche loro si lasciassero sorprendere e affascinare dalle cose che, dopo tanti anni, ancora affascinano e sorprendono me. Perché la matematica non è difficile e non è inutile, ma è presente in ogni momento e in ogni ambito della nostra vita. Perché la scienza e il metodo di lavoro dello scienziato sono una scuola di vita. Lo scienziato è curioso e coraggioso, è preciso e rigoroso e molto paziente, lo scienziato sa che anche l’errore è una risposta e da quella riparte con entusiasmo e consapevolezza, non con frustrazione; lo scienziato collabora perché sa che il confronto arricchisce tutti.
Quando si avvicina la fine dell’anno, ritorna quel senso di precarietà, di indefinito: “L’anno prossimo ci sarà ancora lei, profe?”
Ogni anno è difficile lasciare i ragazzi di cui mi sono innamorata, di cui conosco la scrittura, le fatiche e le sicurezze, ma anche la serie tv preferita, o l’ultimo libro letto. Vorrei rivederli a settembre per ricominciare da dove eravamo rimasti, per vedere come l’estate li ha cambiati, per completare il nostro lavoro insieme.
Quest’anno è particolarmente difficile.
Non so come cambieranno le cose dal prossimo anno, tutto è così incerto e vago, non solo per la situazione epidemiologica.
Mi sarebbe piaciuto che il ministro Azzolina fosse stata in classe con me un giorno, che avesse visto la magia; mi sarebbe piaciuto che avesse partecipato a qualche lezione a distanza, magari una delle prime, quando la scuola non si era ancora attivata, ma mi sembrava bello mantenere con i ragazzi un contatto, un ritmo, una regolarità in un momento così assurdo; mi sarebbe piaciuto ospitarla i casa mia al pomeriggio o alla sera, quando preparavo il lavoro, cercando la modalità giusta, perché è vero che ogni anno spiego le potenze, ma è altrettanto vero che ogni anno le spiego a persone diverse.
Avrei voluto che il ministro partecipasse alle telefonate, ai meet improvvisati, ai lunghi messaggi whatsapp tra colleghi, per confrontarsi sulle strategie giuste, per consigliarsi, per lavorare sinergicamente.
Perché siamo insegnanti e siamo educatori, non a tempo, non a ore.
Credo di vivere in un mondo al contrario, dove chi fa il suo dovere con impegno, passione, serietà e dedizione viene definito eroe, ma poi non viene riconosciuto, tutelato o sostenuto. Ecco, io non vedo eroi, ma persone, professionisti che amano il loro lavoro e meritano rispetto, riconoscimento e sostegno, meritano di essere trattati come persone e professionisti, sempre e da tutti.

Lettera firmata

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