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Hikikomori a Bergamo, quei 25 ragazzi in perenne lockdown - BergamoNews
Eremiti sociali

Hikikomori a Bergamo, quei 25 ragazzi in perenne lockdown

Giovani in fuga dalla società, vivono reclusi in casa. Lo studio su un campione: il 50% esce dal tunnel, ma non tutti trovano il coraggio di farsi aiutare

Luca, nome di fantasia, passava le giornate con la schiena incollata alla porta della stanza: nessuno doveva entrare, nemmeno mamma e papà. Può sembrare incredibile, ma per le persone che hanno a che fare con un giovane hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”) scene come questa non sono un’eccezione.

“Non c’era serratura, la mamma comunicava con lui infilando dei bigliettini sotto la fessura della porta” racconta Laura Cardini, psicologa e psicoterapeuta che insieme al collega Gianfrancesco Gervasoni e Marco Bonacina – quest’ultimo neuropsicomotricista – forma l’equipe Hikikomori Bergamo, nata nel 2013 per aiutare i ragazzi con questa problematica e con sede in via Gavazzeni, negli spazi dell’associazione Il Conventino.

“Sono giovani dal carattere introverso, dotati di una spiccata sensibilità che finiscono con l’essere prigionieri delle aspettative – spiegano -. Temendo di non essere all’altezza sviluppano una sorta di ‘anoressia’ culturale che li porta ad isolarsi, non solo in se stessi ma fisicamente nella propria camera da letto”. Un ‘lockdown’ perenne che li vede spesso connessi a videogames e Internet: l’unica finestra su quel mondo esterno che li ha feriti, delusi, sicuramente spaventati.

In sette anni l’equipe ha seguito una cinquantina di ragazzi. Non ci sono protocolli, l’approccio varia a seconda dei casi. Generalmente si inizia con le sedute ‘a domicilio’ e di video-terapia attraverso la piattaforma Skype. Ma l’obiettivo è quello di portare i giovani hikikomori fuori dalla loro tana, un passo alla volta: prima in studio, poi nel mondo reale. “A fine anno erano 25, ma abbiamo già raccolto una decina di nuove segnalazioni”, confidano i membri del team.

La più giovane è un’adolescente di 14 anni. Per sostenere l’esame di terza media a distanza ha dovuto mostrare il suo volto, cosa che non aveva fatto prima: durante l’anno ha seguito un programma di lezioni online, mentre una telecamera riprendeva il soffitto della sua stanza. Il più ‘anziano’, invece, è un 26enne della Valle Seriana: dopo sette anni di isolamento era riuscito a rimettersi in gioco, ma il lockdown ha risvegliato in lui vecchi fantasmi. “La ‘Fase Uno’ ha fatto sentire molti di questi ragazzi più simili agli altri – osservano gli esperti – tant’è che qualcuno ha addirittura manifestato la volontà di uscire”. Ma appena è scattata la ‘Fase Due’ le differenze sono tornate evidenti”, insieme al disagio.

Hikikomori
Il disegno di un hikikomori bergamasco durante il lockdown

Del tema si parla ancora poco. “Nel 90% dei casi sono le mamme a rivolgersi a noi” continuano i professionisti del team Hikikomori Bergamo. L’allarme, di solito, scatta quando le assenze a scuola diventano la regola e non l’eccezione. “Pur di non andare in classe alcuni ragazzi hanno delle vere e proprie esplosioni di rabbia”, nel peggiore dei casi sfociate in aggressioni. “Altri, invece, accettano di andare a lezione passivamente, somatizzando il loro malessere: mal di pancia, mal di testa, crisi di ansia e panico”. A questo punto il genitore ‘cede’ e chiede aiuto.

Le fasi più delicate sono quelle di passaggio: dalle scuole medie alle superiori, dalle superiori all’università o al mondo del lavoro. “Quando misurandosi con realtà più grandi c’è il rischio di un ridimensionamento” fanno notare gli psicologi. Il ritiro dalla società diventa così un antidoto a giudizi, frustrazioni, delusioni. Ma dietro al loro malessere ci possono anche essere episodi di bullismo. Michele (altro nome di fantasia) ha iniziato evitando gli allenamenti di pallone, poi gli amici, la scuola e infine i genitori, con i quali nemmeno riusciva più a sedersi a tavola.

“Spesso scambiano il giorno e la notte – dicono sempre gli esperti -. Dormono quando c’è il sole e restano svegli la notte”, con tutto ciò che ne consegue: compresa la difficoltà nell’andare a scuola o nel seguire le lezioni da casa restando concentrati. “Un’altra tendenza abbastanza comune – aggiungono – è la scarsa cura dal punto di vista dell’igiene personale”.

Il team di Hikikomori Bergamo ha recentemente diffuso i risultati di uno studio condotto su questi 25 ragazzi: il 50% ha avuto un reinserimento completo, il 37,50% parziale: ovvero è tornato a scuola o ad avere una vita sociale. Il 13% non ha registrato passi avanti, mentre in un caso si è reso necessario il ricovero, complice l’insorgenza di patologie secondarie.

“In media l’efficacia del nostro intervento si misura in due anni di lavoro – concludono -. Alcuni ragazzi hanno impiegato un mese per tornare alla normalità, qualcun altro è in terapia da quattro anni”. Tempo che non tornerà indietro. “Ecco perché è importante trovare il coraggio di farsi aiutare”.

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