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Il silenzio vissuto dall’interno di un eremo nel tempo del Covid

Incontro con Sorella Daniela Maria, Comunità delle Sorelle dell’Eremo di Campello, le “Allodole di San Francesco”

L’irruzione del coronavirus nel nostro tempo e nelle nostre vite, come ci segnerà e condizionerà? È stata una delle domande ricorrenti, per mesi, dal 21 febbraio 2020, quando l’invasore misterioso e invisibile si è annunciato a Codogno, con il primo caso di contagio. Da allora è un ingrossarsi continuo del fiume dell’incertezza. Viviamo un tempo che è stato definito “sospeso”, con divieti, ordinanze, limiti, che alimentano domande senza fine, nella scia che il virus semina dietro sé. Poi dopo i contagi, le sofferenze, i lutti e i costi sanitari, ora bisogna ripartire e ricostruire sulle macerie della catastrofe economica che si è abbattuta su tutto il pianeta. La domanda che più ricorre è a sapere cosa ci lascerà addosso tutto il tempo di confinamento vissuto fin qui, con alcuni limiti che permangono, un’onda lunga di incertezze e la paura di un possibile, prossimo ritorno.

In questo marasma, abbiamo voluto conoscere qual è stato – e continua ad essere – un approccio molto particolare e speciale: quello della Comunità delle Sorelle dell’Eremo francescano di Campello, le “Allodole di San Francesco”. Ce ne parla in questa conversazione la Sorella Daniela Maria Piazzoni, responsabile della comunità: suo papà Giuseppe era nato a Villa d’Adda, paese che aveva poi lasciato a 6 anni per trasferirsi con la famiglia a Merate. Qui si è sposato con Maria e dal matrimonio è nata Daniela Maria. Qui di seguito ecco l’intensa conversazione.

Vista dall’eremo di Campello, che idea si è fatta Sorella Daniela Maria di questo tempo così imprevisto e segnante del coronavirus? Che cosa ci resterà addosso degli oltre cento giorni di radicale svolta nei percorsi delle nostre esistenze?

Non credo che l’esperienza vissuta nei mesi del confinamento, con le successive limitazioni nei movimenti e nei comportamenti, produrrà svolte radicali di massa e che tutti diventeranno sobri, misurati, essenziali. Sicuramente tutti hanno avuto modo di riflettere su quello che vale o non vale nella vita. Da svariate testimonianze dirette sappiamo dell’impegno generoso e concreto di molti giovani che si sono messi a disposizione degli anziani e delle famiglie che non potevano uscire per fare la spesa o per altre contingenze di quotidianità. Gli esempi di impegno sono stati innumerevoli e ne abbiamo avuto riscontro da diverse persone con le quali siamo in contatto, in diverse città d’Italia, da Roma a Firenze, da Genova a Milano, a Trieste. E queste sono storie di bene. Volenti o nolenti, un cambiamento ci toccherà, quando – usciti dal tunnel – non ci sarà più il lavoro, ci saranno chiusure, fallimenti, disoccupazione e mancheranno i soldi.

eremo di campello

Il coronavirus ha colpito anche il silenzio. Molti l’hanno respirato, altri l’hanno sopportato, altri ancora subito. Quale la sua valutazione dall’interno di un eremo, dove il silenzio è presenza abituale e prolungata di ogni sacrosanto giorno?

Un certo silenzio ha consentito a qualcuno di confrontarsi maggiormente con se stesso anche su qualcosa di spirituale, di interrogarsi. Ha indotto a ragionare, anche a pregare; ha fatto riavvicinare al desiderio di bellezza e di bene, che c’è nell’interiorità di ciascuno. C’è chi ha visitato i musei online, chi ha utilizzato il tempo riprendendo in mano i classici e rileggendo libri che aveva in casa, la stessa Bibbia. Molte persone hanno utilizzato il silenzio anche così e in questo silenzio si è riusciti a capire che non c’è solo il vuoto, che pure s’è affacciato in molte esistenze, con l’assenza di persone, contatti, incontri. Per alcuni, il silenzio è stato un peso da vivere. Anche rispetto ai canti e alle suonate dai balconi e dalle finestre, dopo alcuni giorni in cui sono stati una novità, c’è stata una presa di coscienza. L’ho avvertita come un segno di consapevolezza verso le diffuse sofferenze di quanti stavano vivendo malattie, e purtroppo anche lutti, di vicinanza con medici e infermieri che si prodigavano per curare e salvare vite.

Gli effetti collaterali
sui due piatti della bilancia

Molti hanno scoperto la propria fragilità…

Molti avevano il culto dell’efficienza, la sensazione di essere indispensabili, o addirittura di poter orientare il mondo, governare la malattia. È stato ed è un tempo comunque di rivisitazione per tutti. Nella fascia di età giovanile o adulta la percezione di vulnerabilità era molto remota, poco presente nel quotidiano vivere. Il “covid” ce l’ha sbattuta in faccia. Già il fatto stesso di passare da una rete di incontri di 20, 30, cento o più persone allo spazio ristretto di un appartamento, con comunicazioni solo telefoniche o per videochiamate, ha portato ad apprezzare e capire quali sono le amicizie vere. E se nessuno si fa vivo con te, devi comunque interrogarti su cosa hai costruito. È un bilancio ineludibile, che deve far nascere qualche proposito di solidità, se non ci si vorrà ritrovare senza futuro, in un deserto di relazioni. Questo vivere come isole – dopo 65 anni dal monito di Thomas Merton che ci ricorda come siamo tutti parte della stessa Umanità – è ancor meno possibile nel mondo globalizzato. Di più: in alcuni casi questo coronavirus ha fatto scoppiare alcune coppie in crisi, altre hanno invece compreso cosa significa vivere da soli e si sono rimesse insieme, magari per occuparsi dei figli, ancor più nei casi di disabilità e con i centri diurni chiusi a loro volta. Il “lockdown” ha favorito ricomposizioni familiari, facendo ritrovare il filo che ricuce un legame. Diversi ci hanno provato, alcuni hanno scoperto che in una tale bufera da soli non avrebbero retto. Il silenzio, come la luce ti fa distinguere il giorno dalla notte. Mi auguro che sia accaduto per molti, apprezzando ancora di più la luce.

Eremo campello

Per chi suona la campana
ogni giorno alle 16.30

Ogni giorno alle 16.30 si sono sparsi nell’aria di Campello sul Clitunno 33 rintocchi. Per chi suonava la campana?

Ogni pomeriggio, dall’Eremo, alle 16.30 si diffondono ancor oggi 33 rintocchi della piccola campana: in quel momento le sorelle cominciano le loro preghiere per tutte le persone vicine e lontane, conosciute e sconosciute, che soffrono per il coronavirus. Pregano per quanti si prodigano nelle cure: medici, infermieri, farmacisti e per i molti che hanno pagato con la vita la loro dedizione ai malati; pregano per chi è colpito dal virus, per le loro famiglie, per chi è preoccupato e per chi ha paura. Pregano per tutti coloro che da ogni parte si rivolgono alle sorelle. Un invito ad alzare lo sguardo e lo spirito. Noi Sorelle abbiamo passato ore e ore, giornate intere al telefono ad ascoltare le persone più sole, gli anziani, quelli che stavano male in casa e avevano bisogno di parlare e di qualcuno che ascoltasse, quelli che avevano un congiunto in ospedale e non potevano fargli visita. Ci siamo sforzate di essere il più vicine possibile a tutti, tenendo un dialogo anche con le famiglie del paese.

E qual è stato il vostro approccio?

Ci siamo inventate un altro modo di essere presenti, di essere vicine: una ospitalità del cuore, cercando di non dimenticare nessuno e soprattutto di capire, di incoraggiare, di confortare. È nostro dovere, una restituzione di amore. Noi abbiamo ricevuto molto dalla vita e l’Eremo stesso lo viviamo come una grande consolazione: la grazia dell’essere qui deve essere restituita. Pensiamo a chi ha dovuto e deve vivere in un angusto spazio in città. Il nostro “lockdown” lo abbiamo vissuto in un posto privilegiato, uno scorcio di paradiso, con ampi spazi all’aperto. Sorella Maria, la nostra fondatrice, parlava sempre e non a caso alle Sorelle, della vita all’Eremo come “un debito di amore”.

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