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Inchiesta migranti, il sindaco di Sedrina: “Lasciato solo chi prova davvero a gestire l’accoglienza”

Stefano Micheli, sindaco di Sedrina, paese che ha un importante centro di accoglienza, commenta l'inchiesta che vede protagoniste associazioni che hanno accolto e accolgono migranti e rifugiati.

L’inchiesta della Procura di Bergamo sta travolgendo il mondo delle associazioni che hanno accolto e accolgono migranti e rifugiati. Abbiamo chiesto a Stefano Micheli, sindaco da sei anni di Sedrina, paese dove c’è un centro di accoglienza molto attivo, una lettura di questa vicenda. 

Per quanto riguarda il fenomeno migratorio, non possiamo nasconderci che continuerà ed è destinato a continuare: da quando esiste l’uomo vi è infatti anche l’esigenza di spostarsi di migrare per vari motivi.

La questione credo che colpisca anche una forma un po’ culturale della nostra società. Credo che in fondo in fondo abbiamo un po’ il timore, che il diverso possa in qualche modo mettere in discussione le nostre ‘sicurezze’, la parola sicurezza, infatti, è molto abusata anche nel gergo politico, ma è un paradosso! Una balla! La difficoltà di accoglienza da parte di un ente, e nella mia esperienza personale di un comune di piccole dimensioni, come è quello del Comune di Sedrina è caratterizzata dal numero e dal tipo di accoglienza che è stata proposta, o meglio più imposta visto la modalità.

Ormai da 6 anni (il prossimo mese di agosto) sul territorio vi è un CAS-centro di accoglienza straordinario. Ora dovrebbero esserci circa 80-90 persone, ma negli anni si è arrivati anche a più di 140 ospiti. Questa situazione, che sta durando da molto tempo, comporta anche tanto lavoro agli uffici: negli anni infatti si sono dovute rilasciare carte d’identità e poi provvedere con iter molto complessi (controllo, rilascio residenza, iscrizioni, cancellazioni anagrafiche ecc…). Davvero una mole di lavoro si è generata oltre all’ordinarietà e con scarsità di risorse umane da dedicare a tali attività. Questo ha portato l’ente a dover far fronte anche ai costi di personale per le attività necessarie all’iter amministrativo.

Senza contare quando un giorno di settembre, del 2015, mi contattarono dalla Questura perché avevano riscontrato la presenza di un minore e quindi lo stesso sarebbe dovuto andare in comunità con oneri a carico del comune, poi con il Prefetto ero riuscito a far sistemare la situazione ma sicuramente non sono stati momenti molto belli.

Come dicevo il tipo di immigrazione come quello del CAS a Botta, così come organizzato non lo trovo adeguato. Una comunità di 4-5 persone sarebbe sicuramente un’altra situazione, infatti, anche in altre realtà è in piccoli numeri dell’accoglienza diffusa con cui si possono realizzare progetti significativi. Ma avere 90 o addirittura 140 persone in una comunità che conta circa 900 residenti è davvero molto complesso, è in qualche modo incomprensibile.

Negli anni ci sono state diverse situazioni di tensione, anche perché spesso i cittadini segnalano situazioni direttamente a me o all’amministrazione, situazioni che richiedono di essere affrontate e risolte con momenti di incontro con la comunità. Tanti infatti sono stati gli incontri con la cittadinanza per cercare di risolvere le tensioni, i timori, i dubbi che nascevano da situazioni riscontrate difettante dai cittadini. A parte gli ultimi incontri a cui partecipava anche un referente della cooperativa, all’inizio eravamo soli: mi trovavo a dare risposte a scelte che erano calate dall’alto, che non condividevo nelle modalità e per cui avevo chiesto anche alla Diocesi e alla Prefettura un supporto almeno per la presenza agli incontri con la cittadinanza, ma purtroppo nulla.

Mi ricordo che l’allora prefetto mi disse: “Lei è il sindaco, la deve fare lei la comunicazione alla cittadinanza.” Anzi dalla prefettura a volte ricevevo anche risposte che lasciavano davvero basiti nei modi e nei contenuti. Io credo che non si possa accogliere tutti senza un criterio, senza un indirizzo di governo della gestione con una visione integrata, come necessita quella di un fenomeno così complesso come è quello della migrazione e della relativa convivenza con le comunità.

Credo che le responsabilità in primis siano di chi al tempo poteva e doveva prendere delle decisioni, in quanto quando si ricoprono dei ruoli. Anche non fare delle scelte è una scelta. Vi era un’emergenza, ma anche dopo si è voluto trovare altre soluzioni. Forse erano più comode, ma con gli anni credo si possa affermare che non erano quelle migliori. Come dissi già ai primi tavoli, nel 2014, a cui partecipavo in prefettura, non condividevo il fatto che non si insistesse maggiormente nel realizzare una rete SPRAR più efficiente, come del resto era presente in altre provincie lombarde.

Io credo che la Diocesi e il suo braccio operativo, la Caritas, avrebbero potuto collaborare con Prefettura e Enti locali, ma non sostituirsi a loro, ai compiti e alle responsabilità delle istituzioni, anche perché il rischio è sempre in agguato. C’è un detto che appunto afferma: “In Italia non c’è nulla di definito quanto le cose provvisorie”.

Credo che questa situazione sia uno dei fallimenti anche e in primis della politica, che spesso non ha potuto o non ha voluto trovare soluzioni, a volte non prendendo posizioni oppure prendendole con molta superficialità senza la finalità del raggiungimento del Bene Comune che dovrebbe invece essere la ratio di qualsiasi scelta politica.

Proprio a Sedrina negli anni scorsi, ero riuscito a creare un tavolo di lavoro (in primis voleva essere un tavolo di confronto) tra gli amministratori della provincia che avevamo migranti accolti nelle proprie comunità (spesso anche molto piccole come per esempio Vedeseta e Roncobello) questo al fine di condividere le difficoltà e fare anche alcune proposte, per questo pensai di invitare i parlamentari bergamaschi facenti parte della commissione parlamentare d’inchiesta competente in materia. In sostanza parteciparono solo due parlamentari, gli onorevoli Elena Carnevali e Gregorio Fontana, oltre a un referente di Anci Lombardia.

Da quei tavoli uscirono diverse proposte e alcune vennero realizzare, a cominciare dal contributo una tantum ai comuni per ciascun migrante accolto, ma poi vi erano anche proposte di natura progettuale per una maggior organizzazione delle attività anche di volontariato, in cui gli stessi richiedenti asilo potevano essere coinvolti in altri territori limitrofi ai comuni dove erano accolti.

Purtroppo però poi si bloccò tutto, ci furono le elezioni politiche, lo stallo che tutti sappiamo:  la situazione si trascina ancora ad oggi. Inoltre  dalla fine del 2018 con l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini venne tolto il contributo una tantum ai comuni e con il decreto sicurezza il Comune non doveva più dare carta d’identità ai richiedenti asilo.

Prefettura e Diocesi, a cui scrissi per poter avere un incontro per capire quali fossero le intenzioni relativamente al futuro del CAS a Botta risposero che il numero sarebbe calato, facendo percepire anche una sua prossima chiusura, ma poi nei fatti… nel 2019 vi fu un nuovo bando della Prefettura con relativa assegnazione dell’accoglienza alla cooperativa Ruah.

Io credo che sia davvero necessario, a seguito di questa ulteriore situazione, vale a dire le indagini della magistratura di cui attenderemo gli esiti, interrogarci in modo serio tra prefettura, enti locali e diocesi e poter definire davvero una modalità diversa di accoglienza, dignitosa sia per chi viene accolto (se ne ha diritto) e sia per chi lo accoglie.

Ho avuto prova che le nostre comunità siano molto generose e anche molto disponibili all’accoglienza dei bisognosi che emigrano, però questa accoglienza deve essere costruita bene, con criterio, con attenzione, secondo logica e non calata dall’alto senza condivisione in primis degli enti locali e relative comunità.

Per questi anni di presenza del CAS a Botta io devo ringraziare prima di tutti i cittadini che risiedono nella frazione perché la maggior parte (partendo anche da associazioni, oratorio e parrocchia) si è comportata con umanità e carità dimostrando anche molta pazienza e comprensione. Davvero esemplari. Dobbiamo però stare molto attenti a non tirare troppo la corda perché poi anche chi può essere potenzialmente molto buono e comprensivi si può spazientire e così  si rischia di far naufragare tutto ciò che di buono c’è e si può realizzare.

Il fenomeno dell’immigrazione ha molte potenzialità e lo stesso continuerà ancora a lungo, anche dopo di noi. Sta a noi trasformare quest’emergenza in opportunità per tutti quanti.

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