Fulvio Scaparro: “Ma più degli abbracci rivalutiamo la vicinanza” - BergamoNews
A bordo campo

Fulvio Scaparro: “Ma più degli abbracci rivalutiamo la vicinanza”

Lo psicoterapeuta, docente e saggista parla della pandemia che ci ha colpito e ancora si aggira tra noi e nel mondo partendo da lontano, dalla sua esperienza vissuta – quand’era piccolo – con gli ultimi bombardamenti della seconda guerra mondiale

“Coronalandia”: Fulvio Scaparro, docente universitario, psicoterapeuta e saggista, parla della pandemia che ci ha colpito e ancora si aggira tra noi e nel mondo partendo da lontano, dalla sua esperienza vissuta – quand’era piccolo – con gli ultimi bombardamenti della seconda guerra mondiale: “Si viveva la paura fisica che ci arrivassero addosso le bombe e ci ferissero o ammazzassero. Tutti scappavano verso un qualsiasi rifugio. Finito l’allarme, si usciva e si andava in cerca di qualcosa da mangiare. Una situazione molto diversa rispetto ad oggi, quando tutti si muovono con cautela e diffidenza: non tanto verso gli altri, ma dell’ambiente, per cui anche nella passeggiatina sotto casa uno deve stare attento a quello che fa o che tocca, a chi si avvicina”.

La condizione umana è questa: abbiamo alcune dotazioni di base che ci dà la specie…

All’inizio della vita ci affidiamo a chi ci accoglie, sperando in un buon ambiente. I primissimi anni di vita sono di affidamento: il neonato, almeno fino a 3 anni ha una spinta enorme. Piano piano, poi, la paura di base dell’essere umano è quella di non avere qualcuno che si occupa di lui.

Lo spartiacque che divide la paura dall’angoscia

La paura che serpeggia con il coronavirus è invasiva, si impossessa di noi, che ondeggiamo sotto i colpi delle notizie del perdurante contagio, sia pure con la curva in discesa sotto il nostro cielo. E non si sa da che parte affrontare questa inquietante presenza con l’ossessionante incubo di un possibile ritorno.

È errato chiedersi come vincere la paura. Al massimo possiamo essere resilienti, capaci cioè di cadere e di rialzarci, facendo appello alle nostre energie. Se accettiamo l’idea che questa è la condizione umana, non c’è niente di male nel provare paura, fare brutti sogni. Possiamo anche stare bene, essere contenti, divertirci, poi c’è la parte oscura, con le mille facce del dolore. Dobbiamo incominciare l’apprendistato fin da ragazzi, aiutati dall’esempio dei genitori, a tenere al guinzaglio questa condizione. Lo si può fare valorizzando gli aspetti positivi che si riassumono nella voglia di vivere, negli affetti, nelle relazioni, nell’aiuto vicendevole. Sono questi i fatti, il resto sono parole. Non possiamo rassicurare promettendo che nessuno ci abbandona: sappiamo che non è vero, anzi occorre allenarsi all’idea che tutto può succedere. C’è una legge che i bambini piccoli per fortuna non conoscono: come potrebbero crescere sereni pensando che nulla dura per sempre?

Una sgradita inquilina della porta accanto alla paura è l’angoscia.

Noi siamo abituati a pensare che abbiamo paura di qualcosa: della malattia, dei ladri, del buio… con oscillazioni fino al terrore e al panico. L’angoscia è pervasiva e può intervenire con varie modalità: di essere abbandonati, di essere soli, di non farcela. Possiamo aver paura della grandine, ma senza essere angosciati. La paura ha un soggetto e un oggetto; l’angoscia ce la ritroviamo in alcuni particolari momenti della vita, nei sogni e non la possiamo controllare.

Intanto però tutti quanti ci sentiamo frastornati e smarriti…

Negare la fragilità umana è un altro dei sistemi che abbiamo per sopravvivere. Basta che ciascuno guardi dentro se stesso o nella propria cerchia familiare per averne riscontro. Si tratta piuttosto di sapere come reagiamo. Possiamo anche avere un approccio di tipo euforico, all’insegna del godimento e del piacere, ma non sfuggiamo alla profondità delle cose, magari in certi momenti di solitudine, quando dormiamo. Soprattutto ce ne accorgiamo quando abbiamo qualche malaugurato incidente e ci scopriamo vulnerabili. In realtà noi siamo dei fragili che si danno da fare. La cosa peggiore è negarlo.

Le preoccupazioni non possono bloccarci

Si dice che la prima risposta è vivere. Una bella affermazione, ma a volte è molto faticoso…

Si può capire un atteggiamento di insicurezza nei giovani, che hanno bisogno di una tale spinta di energia vitale per cui si espongono anche a rischi come se fossero immortali perché sono stati avvolti nella bambagia. Una persona normodotata si accorge del mestiere di vivere sulla propria pelle, strada facendo. In genere si tende a sperare e a sognare di essere sempre giovani e belli. Ricordo un’efficace vignetta di Schulz con Charlie Brown che diceva: “Un giorno moriremo anche noi, Snoopy” che rispondeva: “Certo. Ma tutti gli altri giorni no”. Pensieri e preoccupazioni ne abbiamo ma non possono paralizzarci.

La solitudine, l’abbandono, l’ignoto. Chi doveva varcare la soglia di un ospedale perché positivo al coronavirus aveva la straziante sensazione di entrare in un deserto affettivo.

Nelle Case per anziani – anche prima dell’attuale epidemia – gli ospiti vivono letteralmente abbandonati, senza più familiari che li sostengano. Con il coronavirus questa realtà è stata più evidente e acuta. Noi potremmo e dovremmo aiutarci, come ha esortato a fare il Papa nella sua supplica da san Pietro. Dobbiamo renderci conto che con questa pandemia siamo davvero tutti davanti ad un destino comune. La raccomandazione fatta dal Papa ha un alto valore morale; sulla bocca dei politici è subito depotenziata, perché se è vero che siamo tutti sulla stessa barca, c’è pur sempre chi sta ai remi e chi sul ponte di comando. Fra dieci anni quando parleremo di questa emergenza, sarà interessante sapere quale insegnamento abbiamo maturato, se siamo diventati più profondi, sensibili… Al riguardo ho qualche dubbio.

Domanda d’obbligo ricorrente: usciremo cambiati da questo ciclone e quanto?

Se fosse vero che il virus ci farà mutar vita, lo misureremo dagli sforzi che verranno messi in atto per prevenire altri pericoli di contagio di massa. Dovremmo innalzare gli argini, essere pronti.

Non facciamo come i polli nel cesto di Renzo

Vediamo che la storia passa, ma i comportamenti restano.

Ed è un libro aperto che non consideriamo come dovremmo. In un secolo terribile come il ventesimo abbiamo visto di tutto: stragi di ogni genere, persecuzioni, epidemie, terremoti, tsunami… Quali insegnamenti abbiamo tratto? Noi campiamo molto spesso illudendoci che il futuro non sarà così, quando invece sappiamo di non essere immuni da rischi. Una volta si diceva “Estote parati”, siate pronti all’imprevisto con adeguate strutture.

Traducendo questa esortazione nella pratica, che cosa si sente di consigliare?

Io punto molto sui fatti. L’errore più imperdonabile sarebbe se, finita questa terribile pandemia, che comunque finirà, aspettassimo la prossima, illudendoci che non ci sia. Mi aspetto che rimanga addosso a tutti, anche al superficiale, una venatura di riflessione. Noi siamo degli equilibristi: viviamo sapendo che dobbiamo camminare su un filo. Sotto ci può essere il vuoto, si può perdere l’equilibrio, ma l’obiettivo è quello di essere un buon funambolo. Ho sentito mille volte la frase che nulla sarà più come prima.

Decisiva sarà l’educazione, orientata all’amore per la vita…

Che non è sentirsi invincibili e vincenti, ma renderci conto che da soli non ce la facciamo, come non ce l’abbiamo fatta da neonati. Questo è l’inizio della storia e anche la fine. Abbiamo sempre bisogno degli altri, un giorno saranno la mamma e il papà, poi la scuola, quindi la collettività, l’ambiente. Le trasformazioni nostre sono lentissime, quasi impercettibili. Altra strada percorribile: chiudersi, magari in noi stessi o peggio sfruttare la fragilità degli altri, facendo soldi, ciò che avviene con una certa frequenza, da sempre, anche in quest’emergenza del virus (è la normalità, purtroppo, dell’esistenza umana). L’uomo è nato per la relazione; anche l’asceta che si isola in cima a una montagna è in rapporto con la natura, il silenzio o il soprannaturale. Posto questo come fondamento della convivenza, occorre lavorare sulla cura della relazione. Stiamo attenti a esercitazioni tipo quella dei polli nel cesto di Renzo, intenti a beccarsi fra loro come spesso succede agli uomini.

Se parliamo di umanità, cominciamo dal vicino

Dopo la lunga astinenza dai contatti fisici che erano la nostra quotidianità, come strette di mano, abbracci, baci, c’è da chiedersi come ci ritroveremo quando sarà definitivamente finito l’assedio del nemico invisibile…

Ritrovandoci tutti dentro la pandemia, abbiamo provato la sensazione che prima vivessimo in un mondo pieno di affetto, amore, contatti. Non è proprio così. Può darsi che le privazioni di questo periodo ci facciano immaginare diversi da quelli che siamo. Se questo ci fa star meglio, ben venga anche tale favola. Ce ne raccontiamo tante. Dobbiamo semmai rivalutare la vicinanza, il rispetto, il saluto.

Nella sua personale classifica, quali valori mette ai primi tre posti?

Primo: non parlare troppo per l’umanità ma per il proprio vicino, sia dentro casa che appena usciamo. Sull’umanità siamo tutti fantastici, ma sul vicino un po’ meno. Secondo: fare in modo che anche in quest’esperienza si mantenga sempre la dignità, per quanto possibile, contro ogni forma di disprezzo. Terzo: valorizzare una presenza, trasformandola in produttiva e fertile. Dobbiamo dare un senso alla giornata, mantenendo per quanto possibile la nostra attività, magari estendendola e approfondendola perché, da isolati, abbiamo più risorse di tempo. Possiamo stare più vicini alla moglie, giocare con i figli, aver cura per le regole di casa. Una cosa è parlare delle mansioni che svolgono normalmente le mogli, altro vederle intensivamente all’opera. Certo stiamo un po’ sui piedi gli uni degli altri: dobbiamo perciò sforzarci di non trasformare la convivenza forzata in troppo forzata.

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