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Si parla ancora troppo poco di università

Nonostante coinvolga centinaia di migliaia di studenti, di docenti, di lavoratori e lavoratrici all’interno dei numerosi atenei e delle rispettive famiglie.

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Quante parole sono state spese per l’Università dall’inizio della pandemia? Ne sono state dette ben poche nonostante si tratti di centinaia di migliaia di studenti, di docenti, di lavoratori e lavoratrici all’interno dei numerosi atenei e delle rispettive famiglie.

Eppure non c’è da stupirsi, siamo i quasi peggiori in Europa; il dato peggiore dopo la Romania secondo gli ultimi dati Eurostat nel terzo trimestre del 2019. Abbiamo un numero estremamente basso di laureati e con evidenti disuguaglianze tra le diverse aree geografiche; è tutto il frutto di anni di tagli, di privatizzazioni e carenza di finanziamenti. Dunque con o senza Covid-19 la parola università resta sempre nel dimenticatoio.

Con l’arrivo del virus però l’incertezza è prevalsa nelle vite degli studenti. Non si è trattato solo di avere l’ansia per un esame, è scattato un qualcosa in più: la paura di non poter proseguire la propria carriera, di non riuscire a ottenere la borsa di studio, le tasse universitarie da pagare o gli affitti delle case per i fuori sede.

Perché invece di lottare per riprenderci la nostra normalità molti saranno costretti ad abbandonare gli studi, smettendo di inseguire i propri sogni, le proprie aspirazioni e i propri progetti di vita.

È così impensabile finanziare adeguatamente il sistema universitario del nostro Paese? Considerare l’istruzione e la ricerca come mezzi fondamentali per l’uscita dalla crisi?

La sospensione della didattica ha generato molti problemi per studenti e università, in particolare per gli studenti fuori sede ma dal Governo non è arrivato nessun genere di aiuto. Con il decreto Cura Italia sono stati stanziati 25 miliardi di euro per famiglie e aziende ma non vi emergono misure e provvedimenti pensati per gli studenti.

Di recente il ministro dell’Università e della Ricerca Manfredi ha annunciato un taglio alle rette per le famiglie in difficoltà e più aule per le lezioni ed, inoltre, ha dichiarato: “Il numero degli esami e dei laureati non è cambiato rispetto allo scorso anno, l’’università non si è fermata. Da settembre ripartiremo con le lezioni in presenza, è previsto un allungamento dell’orario delle lezioni, un aumento delle aule ma niente plexiglass. Sarà sempre presente la didattica a distanza per il problema di affollamento delle aule, quindi ci saranno delle alternanze. Le lezioni saranno integrate da una didattica a distanza specialmente per fuori sede e stranieri. Riguardo alle tasse, sarà allargata la ‘no tax area’ e verrà incrementato il fondo per le borse di studio. Non dobbiamo lasciare nessuno indietro”.

Parole in linea con la recente comunicazione del rettore di Bergamo Morzenti Pellegrini, che fa il punto della situazione sulle attività accademiche in atto e su quelle future dell’Università degli studi di Bergamo. In una sua recente e-mail sottolinea l’intenzione di non voler diventare un’ università telematica e annuncia i lavori di ampliamento e rinnovo nelle sedi di Sant’Agostino, Dalmine e la riqualificazione dell’ex Caserma Montelungo-Colleoni; inoltre risulta soddisfatto dell’esperienza tutto sommato positiva degli esami scritti a distanza.

La nostra sessione estiva prosegue, tra libri e esami online, nella speranza che qualche aiuto arrivi e che nella ripartenza del Paese ci sia spazio anche per noi, per noi che siamo il futuro, non dimentichiamocelo mai.

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