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Paccanelli, l'industriale colpito dal Covid: "Terribile, e la sua gravità all'inizio sottovalutata" - BergamoNews
L'intervista

Paccanelli, l’industriale colpito dal Covid: “Terribile, e la sua gravità all’inizio sottovalutata”

Alberto Paccanelli, amministratore delegato e socio del Gruppo Martinelli Ginetto e presidente di Euratex, la Confederazione Europea del Settore Tessile e Abbigliamento, dopo le settimane in ospedale per il Covid è tornato al posto di comando della sua azienda. In questa intervista spiega che cosa abbiamo imparato dalla pandemia del Covid.

Questa intervista è un po’ come quei trenini che si aspettano con ansia da Babbo Natale e il tempo dell’attesa non finisce mai. A febbraio avevo chiesto di intervistare Alberto Paccanelli, amministratore delegato e socio del Gruppo Martinelli Ginetto e presidente di Euratex, la Confederazione Europea del Settore Tessile e Abbigliamento. Poi le fiere in Oriente, gli appuntamenti in America spostavano sempre più in là, settimana dopo settimana, il nostro incontro. Infine la pandemia del Covid.

Paccanelli è stato colpito dal virus. Sono stati mesi intensi, non privi di apprensione in ospedale.

Sono trascorse ancora alcune settimane, infine è arrivata la sua telefonata. Ed eccoci qui. L’intervista via Skype, perché la tecnologia ci ha insegnato a non spostarci inutilmente “anche per non inquinare la Terra”, aggiunge.

Il dialogo che segue è un po’ un Natale per me che ho atteso tanto questa intervista. E un’Epifania per le tante lezioni che questo capitano d’industria scampato al Covid rimarca per aiutare l’Italia, “partendo dalle persone” precisa, a risollevarsi. Non solo economicamente.

Presidente Paccanelli, come sta?
Ora sto bene. A marzo sono stato in ospedale per il Coronavirus, è stato un periodo terribile. Devo ringraziate tutto il personale dell’ospedale Papa Giovanni, medici ed infermieri che mi sono stati vicino e mi hanno curato. Ora gli ultimi esami dimostrano che sto bene.

Lei è un capitano d’industria che ha vissuto sulla propria pelle il Coronavirus, quando c’era una parte del Paese che chiedeva di non chiudere alcune zone per non ferire l’economia italiana. Come commenta questa visione?

C’è stata un po’ di sottovalutazione sulla gravità del virus. Nella mia azienda siamo stati solamente in due ad essere ricoverati in ospedale. Io ho potuto rendermi conto di che cosa significasse essere colpiti dal virus e di come il sistema sanitario nazionale stesse affrontando questa pandemia. Da testimone posso dire che è stato fatto il massimo nel momento della crisi. Chiaramente con il senno di poi si potevano fare tante cose, ma allora non ci siamo resi conto.

Come sta il sistema Italia dal punto di vista industriale. Siamo pronti a ripartire con tutti i motori accesi oppure barcolliamo?

Il sistema Italia va diviso secondo le filiere. Le filiere agroalimentari e legate alla salute che hanno continuato ad operare hanno sicuramente un trend di continuità e non hanno di fatto avuto quegli impatti negativi che invece hanno avuto ad esempio le filiere del tessile e dell’abbigliamento o la meccanica. Di fatto siamo stati fermi tre mesi e l’esito è stato devastante, non solo dal punto di vista dei conti economici e della funzionalità delle aziende stesse. È più facile gestire un’azienda che è sempre rimasta operativa rispetto ad una che ha lavorato ad intermittenza o ha chiuso completamente per due mesi. Tutti hanno affrontato un periodo difficile. Nei conti e nelle prospettive di ognuno credo ci sia per quest’anno un calo del fatturato che oscilla dal meno 35 al meno 50 per cento rispetto al 2019. Adesso vediamo se la corsa riprende anche con l’autunno per ridurre questo pesantissimo calo e ridurlo almeno al 20/25 per cento. È un momento complicato, perché oltre ad aver subito un calo di fatturato nei mesi di aprile e maggio ora potrebbe esserci, per settembre ottobre, anche un calo della liquidità.

Dopo un periodo di crisi, possiamo aspettarci degli slanci o rimbalzi, come avviene in Borsa?

Ci sono diversi studi sul caso. Alcuni prevedono dei rimbalzi a “V” più veloci altri a “U” più lenti. C’è da considerare una variabile non trascurabile che è un possibile ritorno del virus nel prossimo autunno. Quindi ci potrebbero essere dei rimbalzi in alcune filiere, ma nell’ipotesi più positiva non prima della primavera-estate 2021.

Che cosa ha insegnato al mondo imprenditoriale questa pandemia?

Ci ha insegnato a non dare nulla per scontato. Se il sistema economico va in crisi con due o tre mesi di chiusura, vuol dire che il sistema è fragile. E dobbiamo tenerne conto. Credo anche che dobbiamo tornare a quello che ci hanno insegnato i nostri nonni: nei momenti buoni bisogna accantonare le risorse che poi vengono utilizzate nei momenti difficili. E questo è un momento difficile sicuramente. Tutto ciò vuol dire capitalizzare le nostre imprese e che il nostro Paese non può continuare a vivere a debito. C’è bisogno di renderci conto che il cambiamento è necessario: questa è una lezione importante che dobbiamo imparare. L’altra lezione è che si vince insieme. Il Sistema Italia deve essere veramente a supporto delle imprese perché un’impresa in un sistema che funziona è molto più competitiva e ha delle chance per il futuro. Lavorare per creare dei fattori di competitività del nostro sistema è indispensabile.

Bellezza e industria: quali delle due aiuterà a risollevare l’Italia?

Credo siano due facce della stessa medaglia. Noi italiani nella nostra missione come operatori nel mondo ormai siamo quelli che producono bellezza. Realizzare un prodotto o far visitare un sito archeologico sono considerati la stessa cosa nel posizionamento dell’Italia. Dobbiamo renderci conto che questo è il nostro elemento distintivo. Quindi produrre bellezza o produrre servizi che rendano fruibile la bellezza dei nostri territori è molto importante e sono elementi fortemente interconnessi. Ci rendiamo conto oggi, con la mancanza di turismo, di quanto pesi anche sulla vendita di beni di lusso e del Made in Italy.

Il 13 giugno di un anno fa lei è stato nominato presidente di Euratex, la Confederazione Europea del Settore Tessile e Abbigliamento. L’Italia, nazione in cui si colloca il 26-27% del totale della produzione tessile in Europa, è così alla guida della prestigiosa confederazione che conta in totale 171mila aziende e 1.7 milioni di lavoratori. Come sta il settore tessile ora in Italia e in Europa?

Il sistema tessile è stato duramente colpito dalla pandemia e ha subito un rallentamento molto forte. In un sondaggio tra i nostri associati europei sono emerse queste criticità: la mancanza di liquidità e la necessità di mantenere le competenze ed evitare di lasciare a casa dipendenti che hanno costruito aziende di successo. È un momento molto difficile. Devo dire che molte nostre aziende hanno riconvertito la loro produzione creando dispositivi di sicurezza che mancavano e che a causa della globalizzazione erano stati spostati sulla Cina o l’India. Con il Commissario EU al mercato interno – Thierry Breton – abbiamo messo a punto in questi mesi un piano per il rilancio del settore tessile-abbigliamento europeo: digitalizzazione, sostenibilità, integrazione e completamento delle filiere, un sistema Pan-europeo competitivo che integri anche i Paesi dall’altra sponda del Mediterraneo sono i punti chiave sui quali investire, senza dimenticare la possibilità di far rientrare in Europa, ed in Italia in particolare, pezzi di filiera da anni delocalizzati in Asia.

Anche in Bergamasca abbiamo assistito ad aziende del tessile e dell’abbigliamento in grado di convertire la loro produzione in brevissimo tempo per produrre mascherine, dimostrando di fatto una grande capacità di adattarsi al mercato.

Sì. Siamo abituati a vedere la filiera del tessile come un sistema obsoleto, in realtà il sistema europeo è molto competitivo ed è a supporto di tantissime filiere; dalla salute all’automotive. Un sistema, soprattutto quello del tessile tecnico, ad alta intensità di tecnologia e di tecnici. Credo che questo settore abbia dimostrato l’importanza del suo ruolo nel sistema industriale dell’Europa.

Che cosa possiamo insegnare o dare all’Europa dopo la crisi del Coronavirus?

Ritengo che il Coronavirus ci abbia insegnato che la creazione di un’Europa solidale e integrata sia sempre più necessaria. L’Europa ha dimostrato che nel momento del bisogno ha saputo rispondere alle esigenze dei suoi Stati membri. Gli sforzi fatti dall’Europa sono tangibili e quindi dobbiamo andare avanti senza più tentennamenti per creare in quest’Europa un progetto di successo.

Il decreto Rilancia Italia, i fondi europei, la banche: hanno fatto tutti il loro dovere per il sistema produttivo? Che cosa si potrebbe fare ancora?

Credo che in questa crisi dovuta alla pandemia siano state messe tantissime risorse a disposizione di tutti. Da questo punto di vista credo non si debba proprio rimproverare nulla. Ma il tema è il trasferimento delle risorse al sistema sociale ed economico, cittadini e imprese. È questa la criticità da affrontare. Non è un problema dell’Europa e della Bce, ma è un problema di come le istituzioni italiane distribuiscono le risorse e della burocrazia che siamo capaci di generare per questa distribuzione.

L’industria può suggerire qualcosa alla politica per ricostruire e fare ripartire questo Paese dopo il Covid?

Sì la lezione principale è che abbiamo necessità di avere una macchina pubblica più efficace. La tecnologia è disponibile e va utilizzata al meglio, come dimostrato in questo periodo di emergenza. Non capisco perché, ad esempio abbiamo dovuto aspettare il Coronavirus per ricevere via mail le ricette del medico, o sdoganare lo smart working – evitando tra l’altro spostamenti con auto, aerei e mezzi che inquinano la Terra -. È possibile e doveroso operare semplificando soprattutto la macchina pubblica. Se questo insegnamento ci spinge a cambiare il nostro sistema di vivere, credo che il Covid ci abbia aiutato.

Mi permetta un’ultima domanda. Premetto: io non sono un magistrato e lei non è sotto accusa. Per chiarezza di fronte a certe voci mi piacerebbe che lei rispondesse. Lei è a capo di un colosso tessile che ha sede in Val Seriana. Si dice che l’industria bergamasca abbia fatto pressioni per non istituire la zona rossa ad Alzano e Nembro perché avrebbe avuto gravi ripercussioni sull’economia. Lei ha mai chiamato qualcuno per evitare questa possibile chiusura?

Ho lasciato la vicepresidenza di Confindustria un anno fa quando sono diventato presidente di Euratex. Certo sono legato alla mia associazione. Io personalmente non ho fatto nessuna telefonata e nessuna pressione e non mi risulta che qualcuno di Confindustria Bergamo abbia fatto pressione perché non venisse creata la zona rossa su Alzano e Nembro. Sicuramente in quel periodo c’era molta confusione e noi non eravamo a conoscenza della gravità di questa pandemia. Questo posso dirlo tranquillamente.

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