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Umberto Bortolotti ricorda Cesare: “Era come un padre, questa Dea gli piacerebbe”

A trent'anni dalla tragica scomparsa del giovane presidente che ha portato Stromberg a Bergamo: "Aveva passione e competenza calcistica"

Presidente a soli 29 anni, dopo aver ricevuto il testimone da papà Achille, dal buco nero della Serie C in quattro anni completa la scalata e l’Atalanta torna in Serie A. Porta a Bergamo Glenn Stromberg, un paio d’anni dopo l’Atalanta conquista la finale di Coppa Italia, scende di nuovo in B ma risale subito nel grande calcio e nelle notti magiche in Europa, a un passo dalla finale nella indimenticabile sfida col Malines. E poi invece… la tragedia: sembra un film, invece è un destino crudele. Un incidente d’auto si porta via la giovane vita di Cesare Bortolotti. Non aveva ancora compiuto 40 anni, il 7 giugno 1990.

Era nato lo stesso giorno di Berlusconi, il 29 settembre e al Milan cede il più bel talento del vivaio di Zingonia, Roberto Donadoni. E se ne va proprio il giorno prima dei Mondiali di Italia 90, dove avrebbe potuto vedere in campo due atalantini, due dei gioielli che aveva portato a Bergamo, Glenn Stromberg e Claudio Caniggia. Che hanno fatto la storia dell’Atalanta, come Paulinho Evair e gli allenatori che hanno accompagnato la presidenza di Cesare, da Titta Rota a Ottavio Bianchi, da Nedo Sonetti a Emiliano Mondonico.

“Per me Cesare era come un padre”, racconta il fratello, Umberto Bortolotti, “perché avevamo 15 anni di differenza e gli ero molto legato. La tragedia è stata una botta tremenda soprattutto per i miei genitori, era già mancato l’altro nostro fratello Giuseppe nel 1982”.

Umberto fa una pausa e riprende: “Se anch’io come lui ero impegnato nel calcio? A dire il vero no, c’era già Cesare e io seguivo solo marginalmente, anche se avevamo un rapporto forte, che si è consolidato nel tempo. Io all’epoca praticavo un altro sport, l’enduro che allora, negli anni Ottanta, a Bergamo sfornava fior di campioni. Poi ho smesso, mi sono avvicinato all’Atalanta ed è nata una passione fortissima che dura ancora oggi, anche se non ho mai avuto incarichi dirigenziali. Allora volevo ssoprattutto stare vicino a Cesare, che parlava poco, era molto riservato. Però io avevo studiato e imparato l’inglese, per cui quando l’Atalanta ha affrontato l’avventura in Coppa delle Coppe, nel settembre 1987 in Galles con il Merthyr Tydfil, è toccato a me rappresentare ufficialmente la società, assieme a Giacomo Randazzo, che era segretario, visto che io non avevo incarichi”.

Ma che tipo era Cesare? “Molto sensibile, io tante situazioni non le ho potute percepire bene perché era molto riservato e molto discreto, era un po’ la sua debolezza e nello stesso tempo anche la sua forza. Certo, era diventato il presidente più giovane della Serie A ma era salito dalla C alla grande, aveva una passione e una competenza calcistica come pochi altri. E stava strutturando la società con incarichi manageriali”.

Umberto Bortolotti allo stadio di Bergamo
Umberto Bortolotti

E a Umberto non è mai capitato di dover affiancare il fratello con incarichi veri? “Mah io nella famiglia avevo altre… destinazioni, quando Cesare è morto non avevo ancora finito l’Università e magari se non ci fosse stata la tragedia sarei entrato in società anch’io. Cesare puntava molto sull’Atalanta, il calcio stava cambiando e offriva spazi diversi, allora non c’erano le tv che hanno aperto ben altri scenari economici nel pallone”.

E poi le battaglie di Cesare Bortolotti per uno stadio nuovo a Bergamo, un sogno rimasto nel cassetto. Umberto continua: “Dopo Cesare, papà è andato in crisi totale, c’erano cambiamenti nel settore petrolifero e lui aveva qualche acciacco per cui non se l’è sentita di continuare, bisogna anche ricordare che eravamo al 50 per cento con Miro Radici. Però, senza Cesare, è venuto a mancare il capitello, io dovevo laurearmi ed è stata una scelta obbligata quella di mollare. Pensare che Cesare aveva in auto i biglietti per la partita inaugurale dei Mondiali, che si giocò il giorno dopo la tragedia a San Siro e sicuramente sarebbe andato a vedere anche la finale a Roma”.

Oggi l’Atalanta che cos’è per i Bortolotti, piacerebbe anche a Cesare? Umberto sospira: “Eh, spero che lui da lassù possa gioire, avrebbe una grande soddisfazione nel vedere qualcosa di incredibile, lui aveva gettato le fondamenta di qualcosa che si sta realizzando. Zingonia è ormai un’eccellenza, ma l’idea era stata sua e di mio padre. L’Atalanta ormai non è più una provinciale di lusso, è una grande e però non so se mio padre e mio fratello avrebbero mai immaginato di giocare una Champions. Allora si citava tra l’altro l’esempio del Verona che aveva vinto lo scudetto e poi era fallito, per dire che bisognava stare sempre con i piedi per terra ma… oggi è un po’ diverso, è più fattibile e non più impossibile lo scudetto, per l’Atalanta”.

Stiamo alla realtà? “Siamo quarti, la ripartenza è un’incognita, ero fiducioso fino alla partita col Valencia, adesso non sono in grado di valutare bene in quali condizioni si possa ripartire. Certo, ho visto qualche partita della Bundesliga tedesca e le partite senza pubblico sono un altro calcio, sembra un allenamento. Come la partita di Valencia rispetto al fantastico clima di San Siro e al pubblico bergamasco che ha trascinato l’Atalanta anche contro il Valencia”.

Però Umberto Bortolotti rivive l’entusiasmo degli anni Ottanta e oltre, con imprese al di là dell’immaginazione, le tre vittorie con sette gol, i due 5-0: “Questa Atalanta è una macchina da gol, ognuno nel proprio ruolo sta facendo cose straordinarie, la società ha scelto l’allenatore e i giocatori giusti, tenere Gasperini è stato un atto di coraggio dopo le prime partite e la partenza falsa quattro anni fa. E anche questo è un grande merito della società, dei Percassi. In altri tempi, ricordiamo tutti Guidolin, era andata diversamente. La società ha dato fiducia al mister, che ha lanciato i ragazzini. Gasp non vuole essere distratto, con lui chi merita gioca e i risultati si vedono”.

Umberto Bortolotti vede qualche affinità tra Cesare, suo fratello e Antonio Percassi, che ha da poco festeggiato 10 anni di presidenza atalantina e il 9 giugno compie 67 anni? “Sono diversi, ma in comune con Cesare c’è la grande passione e competenza. Percassi ha portato le sue conoscenze da ex giocatore, Cesare mangiava pane e calcio. Percassi ha dato un taglio imprenditoriale e organizzativo incredibile, sa come gestire la società e ha cambiato l’Atalanta”.

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