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Due madri uccise e due figli in carcere, la psicologa: “Lockdown possibile concausa”

In pochi giorni due casi simili a Dalmine e a Bonate Sopra. Claudia Castelletti: "Con l'isolamento molte persone che vivono sotto lo stesso tetto hanno avuto momenti di tensione, esasperata da ciò stava accadendo intorno"

In pochi giorni la provincia di Bergamo ha dovuto fare i conti con due donne uccise in casa dai propri figli. Venerdì 15 maggio a Sforzatica Sant’Andrea Giovanna Gamba, 60 anni, è stata ammazzata a coltellate dal figlio 33enne Marco Lodetti, in cura per problemi psichiatrici. Martedì 19 maggio a Bonate Sopra Francesco Villa, magazziniere di 39 anni, ha ucciso nello stesso modo la madre 66enne Gian Paola Previtali e poi ha tentato di togliersi la vita.

Due omicidi molto simili, avvenuti in un periodo particolare soprattutto per la Bergamasca, con l’emergenza Covid che ha provocato tante vittime e con le lunghe settimane di isolamento tra le mura domestiche.

Una situazione che in qualche modo può aver influito nei delitti di Dalmine e Bonate Sopra? A questa domanda prova a dare una risposta la dottoressa Claudia Castelletti, psicologa del Centro Pisicologia e Cambiamento di Bergamo.

“Preferisco non entrare troppo nello specifico perché non conosco le persone coinvolte in questi episodi. Analizzando la questione a livello generale, di solito l’uomo che commette questi femminicidi viene catalogato subito dalla gente come brutto e cattivo. E ci può stare. Ma dietro ci possono essere storie molto complesse e con diverse sfumature. Non ho idea di quale fosse il passato dei figli di queste povere madri, ma in un periodo come quello che abbiamo vissuto può darsi si siano riattivati in modo feroce traumi non superati.

Del resto l’isolamento impedisce la rete sociale che può essere un supporto, così come l’accesso a servizi di aiuto e ai centri anti-violenza. Comprese le telefonate di soccorso, che non si possono fare con la persona prevaricatrice a fianco.

Alla base di ogni caso ci sono dinamiche complesse. E questa non vuole essere una giustificazione a comportamenti violenti come questi, sia chiaro. Ma semplificare il tutto in bianco e nero, o in buoni e cattivi, non è l’approccio corretto. So che può essere una versione impopolare, ma è ciò che abbiamo imparato nel corso degli anni.

Con il lockdown molte persone che vivono sotto lo stesso tetto, come nei casi di Dalmine e Bonate Sopra, hanno avuto momenti di tensione, esasperata da ciò stava accadendo intorno. Trascorrere molte ore insieme, senza avere un impegno come il proprio lavoro, a volte può non essere facile.

Se io discuto con mio marito e poi esco per un po’, ad esempio, quando rientro la rabbia può essersi attenuata. In quel periodo però non c’era questo ammortizzatore del poter lasciare casa. Anzi, avevamo un caos intorno che poteva acuire questi comportamenti. In particolare in Bergamasca, dove abbiamo dovuto fare i conti con molti decessi e giorni davvero pesanti”.

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