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Perché le proteste in America riguardano tutti noi

Se stiamo in silenzio ignoriamo la morte di un uomo, il ferimento di centinaia di manifestanti e le violenze delle forze armate.

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È iniziato tutto di fronte alla vetrina di un negozio in una strada di Minneapolis, un uomo afroamericano steso a terra, manette ai polsi e un ginocchio sul proprio collo. È iniziato tutto con un urlo: “I can’t breathe”.

È iniziato tutto pochi giorni fa e ancora non è finita, perché quelle parole hanno trovato il proprio eco non solo negli Stati Uniti, ma anche a Londra, a Berlino, a Toronto. Un video di testimonianza nei confronti di ciò che stava accadendo a George Floyd che ha fatto il giro del mondo e ha mobilitato migliaia di persone a scendere per strada. Sul fronte opposto abbiamo il governo americano, il quale, vedendo le massicce proteste che si stavano sviluppando su tutto il territorio nazionale, ha iniziato a mobilitare la polizia e l’esercito.

Centinaia di protestanti sono rimasti feriti, alcune persone sono state travolte da due mezzi della polizia a New York, una donna è stata travolta da un poliziotto a cavallo, era di spalle e colpevole di tenere in mano un cartello, un ragazzo di 19 anni è morto dopo esser stato colpito da un proiettile sparato da un suv.

La polizia ha iniziato a reagire con brutalità alla vista di ogni protestante, con spintoni, pugni, spray al peperoncino, manganellate.

Alcune persone erano semplicemente colpevoli di protestare per strada, alcuni di loro tenevano le mani in alto per dimostrare che erano disarmati e non avevano intenzione di usare alcuna forma di violenza. Fra le case di Minneapolis è arrivato anche un mezzo militare, seguito da decine di poliziotti a piedi che intimavano alle persone di entrare in casa: una donna stava riprendendo la scena col telefono fuori dalla propria abitazione e la polizia, vedendo che non rientrava fra le mura di casa, ha iniziato a spararle addosso.

Nemmeno i minori sono stati risparmiati, come visibile nel video diffuso su Instagram che mostra una bambina in lacrime mentre dei passanti le versano sul viso del latte, in modo tale attenuare l’effetto dello spray al peperoncino usato dalla polizia.

Altri hanno approfittato della situazione per derubare negozi, mostrando come, anche in queste proteste decisive, alcune persone abbiano la capacità di pensare ai propri profitti e vantaggi, non curanti del clima di violenza e ricerca di giustizia che li circondava.

Questa è l’America?

Perché la questione dovrebbe toccare anche noi?

Non è una lotta di bianchi contro neri, non è una lotta di pelle contro pelle, è una lotta alla giustizia. Ogni persona che è stata picchiata o arrestata perché protestava è una persona che ha subito un’ingiustizia per mano della polizia.

Nella maggior parte dei casi i bianchi subiscono violenze più tenui rispetto alle persone afroamericane. Ecco allora l’idea di alcune donne caucasiche che nel centro di Louisville si sono unite sviluppando una linea di separazione fra i manifestanti afroamericani e la polizia. Lo scopo era quello di usare a proprio vantaggio il colore della propria pelle. Anche in questo caso la protesta è nata dopo la morte di Breonna Taylor, donna afroamericana uccisa dagli agenti.

Cosa possiamo fare concretamente noi in Italia?

Nelle nostre mani abbiamo dei telefoni che ci permettono di collegarci al mondo e di far conoscere notizie. È proprio attraverso il video dell’arresto di George Floyd che sappiamo come sono andate le cose, è grazie ai video delle proteste che conosciamo la violenza della polizia. In America le persone che filmano le azioni dei poliziotti con lo scopo di testimoniare la brutalità degli agenti vengono chiamati cop watchers e grazie a loro conosciamo la realtà di diverse vicende.

Siamo responsabili di far conoscere la verità per avere giustizia.

Abbiamo il dovere di diffondere i filmati della violenza che vediamo per far sì che il governo assuma una posizione netta in contrasto con ciò che sta accadendo in questi giorni. Noi siamo i testimoni virtuali di una serie di brutalità che stanno colpendo concretamente migliaia di persone. Se sui social vedete commenti razzisti che incitano la violenza, è vostro dovere segnalarli, non scorrere facendo finta di non aver visto. Comportarci in questo modo ci rende complici della violenza stessa, verbale e fisica.

Dobbiamo guardare in faccia la realtà e cercare il cambiamento, ne vale del nostro futuro e dalla società in cui vivremo.

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