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Pensare al futuro: la domanda d’innovazione che ci lascia l’emergenza Covid

servirà innovazione per riformare i servizi di cura, educativi, culturali e dello spettacolo, per gestire in modo diverso i tempi di lavoro e i servizi alle imprese, la mobilità e la distribuzione

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È difficile immaginare il futuro quando proviamo a fare proiezioni e ipotesi per la programmazione delle attività delle nostre imprese in un contesto di normalità. Ancora più complesso è farlo ora, mentre permane forte la sensazione di smarrimento che questi mesi ci hanno lasciato e a cui si aggiunge l’incertezza dei tempi che abbiamo di fronte. Cessata la tensione delle risposte in emergenza, che assorbiva energie e pensiero per la spasmodica ricerca dei DPI, per la riorganizzazione dei servizi, per la preoccupazione della sicurezza dei lavoratori e degli utenti dei servizi ora serve recuperare lucidità e capacità di pensare al futuro.

L’abbattersi della pandemia sulle nostre comunità locali ci ha messo di fronte alla grande vulnerabilità a cui è esposto il nostro sistema socio sanitario e ci ha dimostrato con violenza inattesa, che il nostro sistema produttivo ed economico dipende in modo importante dall’infrastruttura sociale e dal sistema di welfare che abbiamo costruito in questi anni. Nelle cooperative sociali è presente da tempo la convinzione che una buona infrastruttura di welfare non solo sia un pilastro importante per la cura delle fragilità sociali, ma costituisca un supporto imprescindibile per sostenere la competitività del sistema economico e imprenditoriale di un territorio.

Questa è una consapevolezza che la pandemia ha rafforzato e che al tempo stesso ci impone di mettere in campo uno sforzo ideativo e di programmazione per innovare il sistema di servizi territoriali e della rete di offerta socio sanitaria.

In queste settimane abbiamo dovuto adattarci rapidamente all’utilizzo delle nuove tecnologie per continuare a lavorare o per sviluppare servizi nuovi. Questa è una grande occasione di cambiamento e innovazione che dobbiamo saper valorizzare e che potrebbe aiutarci a ripensare il lavoro, o comunque ad entrare con meno paura nella dimensione del “futuro del lavoro” in cui la tecnologia, l’intelligenza artificiale e l’internet delle cose svolgono funzioni sempre più rilevanti.  Funzioni che includono la tutela della salute delle persone e la salvaguardia dell’ambiente.  Cosa sarebbe stato infatti il distanziamento sociale se non avessimo avuto il supporto delle tecnologie?

Oggi intuiamo ancora di più il potenziale della telemedicina e in questi mesi difficili abbiamo visto che anche le relazioni di cura, soprattutto di carattere educativo o psico sociale si sono comunque potute realizzare a distanza con l’ausilio delle videochiamate e di altri strumenti di comunicazione e collaborazione da remoto.

Pensiamo poi alla possibilità di ridurre movimento, traffico, impatti ambientali riorganizzando con maggiore cura i tempi delle città e del lavoro.  Le nostre organizzazioni, a prescindere dal settore in cui operano, si sono conformate ad immagine e somiglianza delle grandi fabbriche manifatturiere della seconda e terza rivoluzione industriale. Ma oggi abbiamo capito che in alcuni casi, la produttività per alcuni servizi è addirittura aumentata o comunque non è diminuita, anche se gestita in remoto.

Diversamente da quanto ci si sarebbe potuto pregiudizialmente attendere, un lavoratore a casa propria produce tanto quanto in ufficio e questo ci insegna che sono maturi i tempi per concentrarci di più su obiettivi e risultati e meno sugli orari e i tempi di lavoro. Pensiamo a quanto potrebbe aiutare anche a ripensare tutti qui contratti che stanno in un limbo indefinito tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, per i quali la regolazione e il pagamento a ore appare sempre pieno di criticità

Lavorare da remoto, ci ha messa anche davanti all’evidenza, in alcuni casi, che davvero possiamo ridurre gli spostamenti e la mobilità che si potrebbero sensibilmente rendere meno dispersivi e soprattutto meno concentrati in alcune fasce e nelle medesime direzioni, se ci sforzassimo ad aumentare le operazioni quotidiane gestite a distanza, non solo per il lavoro, ma anche per rispondere a bisogni come fare la spesa o accedere alle cure.

Certo la domanda se ci volesse il COVID19 e una pandemia per poter trasformare la ricetta del medico per andare in farmacia a comprare un farmaco in un codice inviabile con un semplicissimo SMS o per ridurre il ricorso a riunioni e assemblee in presenza che fanno convergere gruppi di persone in un’unica sede della città, ci interroga profondamente circa la nostra capacità di implementare questo tipo di cambiamenti prima della crisi, ma oggi siamo certamente di fronte a processi di innovazione non più differibili.

Per le nostre cooperative immaginiamo i prossimi come mesi di fermento e di fibrillante ricerca di forme e strumenti innovativi per fare servizi e interventi che mettendo al centro la sicurezza e la protezione delle persone, ci aiutino anche a pensare in modo diverso e nuovo il nostro modo di lavorare.

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Come noto uno dei settori che più hanno risentito per causa del lockdown e del distanziamento fisico, sono quelli educativi e culturali dove operano alcune importanti cooperative per della nostra associazione.

In questo settore servirà ripensare a fondo a come, una diversa gestione dei tempi e degli spazi, non solo possa rappresentare una occasione di lavoro importante per tornale a lavoro. Ma una occasione per riorganizzare alcune funzioni educative e culturali per migliorare complessivamente la nostra capacità di educare e fare formazione.

Nell’ambito del Teatro per ragazzi e famiglie e dell’educazione dedicata alle giovani generazioni operano cooperative che rappresentano l’eccellenza della produzione teatrale di carattere educativo e di animazione sociale e culturale, potrebbero dare un contributo di innovazione   per aiutare il modo della scuola a ripensarsi e a ripensare i tempi e gli spazi della formazione, in un tempo di distanziamento fisico che non possiamo pensare di risolvere né con la chiusura a tempo indeterminato delle scuole, né con la sola riorganizzazioni della didattica a distanza per via informatica.

Il mondo della scuola è chiamato a un ripensamento complessivo dell’organizzazione della vita scolastica e magari anche grazie a un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni del terzo settore, del volontariato e della cooperazione sociale si potrebbero rendere gli edifici scolastici aperti e fruibili 12 ore al giorno, sette giorni su sette e riconfigurare l’educazione e la formazione per piccoli gruppi. Una riflessione fondamentale per evitare che a settembre, alla ripresa, a farne le spese siano famiglie e bambini appartenenti alle categorie più esposte ai rischi.

In generale servirà innovazione per riformare i servizi di cura, educativi, culturali e dello spettacolo, per gestire in modo diverso i tempi di lavoro e i servizi alle imprese, la mobilità e la distribuzione. Innovazione a cui sarà chiamato il mondo cooperativo nel suo complesso: cooperative sociali, cooperative del settore logistica e trasporti, cooperative di consumatori, cooperative di servizi, credito cooperativo.

Saremo cioè chiamati a dare risposta a una domanda di innovazione e di cambiamento di sistema che deve essere capace di fare memoria degli apprendimenti che la crisi Covid ci ha lasciato.

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