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“I can’t breathe”: le ultime parole di George Floyd, vittima della polizia a Minneapolis

“Essere un nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte” ha dichiarato il sindaco della città, Jacob Frey, eppure perché ancora oggi il colore della pelle diventa una condanna?

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Alton Sterling, Philando Castile, Alva Braziel, Trayvon Martin, Michael Brown, Laquan Mcdonald, Tamir Rice, Freddie Gray.

Mentre SkyCinema aggiunge un canale intitolato “NoAlRazzismo” a questa macabra lista di nomi siamo costretti ad aggiungere quello di George Floyd.

Sono solo alcuni dei ragazzi afroamericani freddati ingiustamente dalla polizia americana. Non è importante giudicare i ragazzi che sono morti, perché se la domanda è se qualcuno di questi ragazzi e uomini si era macchiato di qualche reato, allora la risposta è sì, qualcuno aveva commesso qualche reato. Ora che lo sappiamo, però è doveroso sapere anche che non è importante quali eventuali crimine avessero commesso, ma ribadire, ancora una volta, che qualsiasi ragazzo, ragazza, donna e uomo, se colpevole di un qualsiasi reato deve subire un regolare processo e non morire sul ciglio di una strada sotto il ginocchio di un poliziotto.

Si parla di razzismo e non c’è possibilità alcuna di addolcire questa parola con dei sinonimi o degli appellativi più gentili; un uomo che per sette minuti, quattrocentoventi secondi, resta genuflesso sul collo di una persona che lo sta implorando di non ucciderlo e non riesce a respirare è un assassino.

 

Il video della morte di questo ragazzo è virale, come è stato virale “130 Martin Garrix si vola” e altre centinaia di stupidi contenuti condivisi per farsi una risata.

Davanti agli occhi freddi e all’espressione fiera di quel poliziotto – quasi fosse un cacciatore che ha appena catturato un cinghiale e non ammazzato un uomo – non c’è da ridere. C’è da riflettere, da piangere, da condannare.

Stephen Jackson, ex cestista professionista nella NBA era amico di infanzia di Floyd e non tarda ad arrivare un suo grido di dolore anche dai social. “Love to all who have love for all” così il cestista chiude il decimo dei dodici post dedicati al suo “twin”, così Jackson e Floyd si chiamavano reciprocamente.

Nonostante in Minnesota il Covid stia mietendo vittime, come nel resto degli USA, le persone sono scese in piazza indipendentemente dall’etnia e dal colore della pelle e hanno protestato contro un sistema che in questa occasione si è dimostrato di nuovo fermo a decenni fa, quando gli afroamericani non avevano diritti. Le persone chiedono giustizia e non vogliono più vedere del sangue sulle strade delle loro città.

Questa vicenda ha scosso il mondo, di nuovo. E ha avuto una magnitudo più forte del peggior terremoto.

Questa storia fa portare alla luce un quesito vecchio come il mondo: quali sono le condizioni che permettono di trovare un punto di incontro tra cultura bianca e cultura nera senza che le strade si facciano teatro di simili atrocità?

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